L’interesse: un peccato contro natura
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Miniatura tratta dal codice senese del XV secolo Yates-Thompson che ritrae l'inferno dantesco, in particolare i tre gironi che formano il cerchio dei violenti
La moneta - diceva il teologo e dottore della Chiesa Tommaso d'Aquino - «è stata in primo luogo inventata per gli scambi; il suo uso naturale, e primo, è dunque di essere utilizzata e spesa negli scambi. Pertanto è in sé ingiusto ricevere un prezzo per l'uso del denaro prestato; è in ciò che consiste l'usura»..
Il pensiero cristiano medioevale sull'usura è assai ben sintetizzato dal seguente passo tratto dalla Tabula exemplorum, una sorta di repertorio e promemoria per i predicatori:
«Gli usurai peccano contro natura volendo fare generare denaro dal denaro come un cavallo da un cavallo o un mulo da un mulo. Oltre a ciò, gli usurai sono dei ladri, poiché vendono il tempo che non gli appartiene; e vendere un bene altrui contro la volontà del proprietario è un furto. Inoltre, dal momento che non vendono null'altro che l'attesa di denaro, cioè il tempo, essi vendono i giorni e le notti. Ma il giorno è il tempo della luce e la notte il tempo del riposo. Perciò essi vendono la luce e il riposo. Non è dunque giusto che abbiano la luce e il riposo eterni».
Tre sono gli elementi che definiscono la natura peccaminosa dell'usura.
In primo luogo essa è contro natura perché il denaro deve nascere dal lavoro e non dal denaro stesso: in questo secondo caso, sarebbe come pretendere che un cavallo maschio generi un puledro da un altro cavallo maschio. A questo proposito è interessante notare come Dante Alighieri, che nella Divina Commedia rispecchia esattamente il pensiero teologico del suo tempo, condanni nell'Inferno gli usurai alla stessa pena dei sodomiti: entrambi peccano infatti "contro natura".
Il secondo peccato dell'usuraio è il furto: nulla in natura si genera da sé ma tutto deriva da Dio; ora l'usuraio fa nascere nuovo denaro dal denaro sfruttando lo scorrere del tempo; ma il tempo è creatura di Dio che Egli ha dato agli uomini perché provvedano alla loro salvezza. L'usuraio allora ruba il tempo a Dio per farlo proprio e lo vende per generare denaro.
Il terzo elemento rende grave e imperdonabile il peccato dell'usuraio: il tempo è fatto di giorni e di notti; l'usuraio vende quindi il giorno e la notte che sono rispettivamente il tempo della luce, che deve illuminare la via della salvezza, e il tempo del riposo, necessario all'uomo per riprendere il suo cammino verso Dio. Se allora l'usuraio vende la luce e il riposo necessari alla sua salute eterna, non potrà avere né luce né riposo eterni: l'inferno lo attende necessariamente e per sempre.
Non solo ma gli sarà negata anche la sepoltura in terra consacrata come avvenne, secondo un racconto esemplare, a quell'usuraio i cui amici avevano fatto pressioni perché il prete lo seppellisse nel cimitero. Questi, dopo aver pregato, disse «mettiamo il suo corpo su un asino e vediamo qual è la volontà di Dio e cosa ne farà: dovunque l'asino lo porti, che sia in una chiesa , in un cimitero o altrove, io lo seppellirò». Inutile dire che l'asino si diresse senza esitare fuori città fino al luogo dove venivano impiccati i ladri e, impennandosi, scaraventò il cadavere sotto il patibolo, in un letamaio.