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Ai nostri giorni morì un usuraio di
Liegi. Il vescovo lo fece escludere dal cimitero. Sua moglie si
recò alla sede apostolica per implorare che venisse seppellito
in terra consacrata. Il papa rifiutò. Ella allora parlò
in difesa di suo marito: «Mi è stato detto, Signore,
che l'uomo e la donna sono una cosa sola e che, secondo l'apostolo,
l'uomo infedele può essere salvato dalla donna fedele.
Io che sono parte del corpo di mio marito, farò volentieri
al posto suo ciò che egli ha dimenticato di fare. Sono
pronta a farmi reclusa per lui e a offrire a Dio il riscatto dei
suoi peccati». Cedendo alle preghiere dei cardinali, il
papa fece portare il morto al cimitero. Sua moglie elesse domicilio
presso la sua tomba, si rinchiuse come una reclusa, e si sforzò
giorno e notte di placare Dio per la salvezza dell'anima di lui
con elemosine, digiuni, preghiere e veglie. Passati sette anni,
le apparve il marito vestito di nero, che la ringraziò:
«Dio te ne renda merito perché grazie alle tue prove
sono stato tratto dalle profondità dell'inferno e dai più
terribili tormenti. Se mi renderai ancora questi servigi per sette
anni, sarò completamente libero». Ella lo fece, e
il marito le apparve nuovamente dopo altri sette anni, questa
volta vestito di bianco e con l'aria felice. «Rendo grazie
a Dio e a te perché sono stato liberato oggi».
(Jacques Le Goff, La borsa e la vita,
dall'usuraio al banchiere, Laterza, Bari 1987, pag. 72)
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