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Di questa
impostazione si fece interprete il fascismo, salito al potere nel
1922.
Mussolini affidò infatti l’incarico di ministro della
pubblica istruzione a Giovanni Gentile, uno dei più importanti
filosofi italiani dell’epoca, oltre che studioso di problemi
della scuola e dell’educazione. Gentile, approfittando dei
pieni poteri concessi al primo governo Mussolini, procedette in
grande fretta ad approvare una serie di leggi che diedero vita ad
una riforma complessiva del sistema scolastico italiano, passata
alla storia come la “riforma Gentile”.
Perché tanta fretta per una riforma della scuola? Per due
motivi: innanzi tutto Mussolini era ben consapevole del ruolo fondamentale
della scuola per un movimento politico che volesse ottenere e mantenere
il consenso tra la popolazione; in secondo luogo, il leader fascista
sapeva che intervenire in fretta su un tema così sentito
come l’istruzione avrebbe aumentato il prestigio del suo governo.
Con la riforma Gentile, l’obbligo scolastico era elevato a
14 anni d’età; tuttavia i bambini avrebbero frequentato
solo per cinque anni una scuola unitaria, la scuola elementare,
mentre negli anni successivi avrebbero dovuto compiere una scelta
tra quattro possibilità: il ginnasio, quinquennale, che dava
l’accesso al liceo classico o al liceo scientifico (per molti
aspetti simile al liceo moderno); l’istituto tecnico triennale,
seguito da quattro anni di istituto tecnico superiore; l’istituto
magistrale di sette anni, destinato alle future maestre; la scuola
complementare, al termine della quale non era possibile iscriversi
ad alcun altra scuola. Si trattava di un sistema che riprendeva
molti aspetti della vecchia legge Casati, anche per quanto riguarda
l’accesso alla università: solo i diplomati del liceo
classico avrebbero potuto frequentare tutte le facoltà universitarie,
mentre ai diplomati del liceo scientifico sarebbero stato possibile
accedere alle sole facoltà tecnico-scientifiche. Agli altri
diplomati era invece impedita l’iscrizione all’università.
Anche la riforma Gentile, dunque, come la riforma Casati, considerava
il ginnasio-liceo classico, con la sua formazione centrata sulle
materie letterarie, “la” scuola superiore principale,
rispetto alla quale tutte le altre non erano che inferiori e parziali
imitazioni.
Un’importante novità rispetto al passato era costituita
dal numero di esami previsti nei passaggi da un ciclo scolastico
all’altro. Ad esempio, per chi andava al liceo classico, era
previsto un esame di ammissione al ginnasio, un esame alla fine
del secondo anno, un altro alla fine del quinto e, infine, un esame
di maturità alla fine del liceo (tenuto su tutte le materie
dell’ultimo anno da docenti esterni alla scuola).
Gentile, in sostanza, proponeva una scuola estremamente severa,
che consentiva l’accesso ai livelli superiori dell’istruzione
solo a un ristretto numero di giovani. D’altro canto Gentile,
a chi lo rimproverava di causare con la sua riforma una netta diminuzione
degli studenti delle scuole medie e superiori (diminuzione che in
effetti ebbe luogo nei primi anni successivi alla riforma), rispondeva
che questo era esattamente il suo obiettivo. Secondo Gentile, infatti,
gli studi superiori dovevano essere “aristocratici, nell’ottimo
senso della parola: studi di pochi, dei migliori [...] cui l’ingegno
destina di fatto, o il censo e l’affetto delle famiglie pretendono
destinare al culto de’ più alti ideali umani”.
In altri termini, per Gentile solo i figli dell’alta borghesia
e una ristrettissima minoranza dei ragazzi degli altri ceti sociali,
quella più dotata per gli studi, aveva diritto a frequentare
le scuole medie superiori, in particolare il ginnasio-liceo; una
minoranza di figli del ceto medio poteva inoltre accedere alle altre
scuole medie superiori, il liceo scientifico e gli istituti tecnici,
mentre tutti gli altri (cioè la grande maggioranza della
popolazione giovanile) non dovevano continuare gli studi dopo il
raggiungimento dei 14 anni d’età.
Un altro aspetto importante della riforma Gentile era costituito
dall’introduzione nelle scuole elementari dell’insegnamento
obbligatorio della religione cattolica, che diventava addirittura
il “fondamento e coronamento” di tutta l’istruzione
primaria. Si trattava di una sostanziale novità rispetto
al passato, poiché in precedenza l’insegnamento del
cattolicesimo era facoltativo ed era impartito dagli stessi maestri.
Con il Concordato del 1929 tra stato fascista e chiesa cattolica,
il ruolo del cattolicesimo nella scuola si ampliò ulteriormente,
diventando insegnamento obbligatorio anche nelle scuole medie e
superiori; inoltre la sua gestione venne affidata a docenti nominati
dai vescovi.
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