Uno
degli spunti di riflessione più interessanti e peculiari degli ultimi decenni
è legato al cosiddetto "pensiero della differenza". Esso afferma che la
filosofia, e la cultura in generale, hanno sempre parlato in nome di un
essere umano neutro, senza tenere mai conto della specificità di genere
uomo-donna (che ha trovato spazio solo nel mito, nella letteratura o nella
psicoanalisi). Così facendo, la riflessione filosofica ha in realtà innalzato
a unico vero modello di umanità l'uomo maschio, considerando la donna una
sorta di incidente, appunto di "uomo mancato". A porre con forza questa
obiezione fu dapprima la filosofa marxista ed esistenzialista Simone de
Beauvoir (1908-86), nel libro Il secondo sesso (1949) (
Doc. 38): se l'uomo è modello dell'umano,
la donna non può che considerarsene una brutta copia, impossibilitata per
definizione a raggiungere quelle virtù che contraddistinguono il modello
maschile. Ma poiché "donna non si nasce, lo si diventa", a seguito di condizionamenti
psicologici, sociali ed economici, occorre che le donne si impegnino a prescindere
dal dato corporeo per progettare autonomamente la propria identità. In Maschio
e femmina (1949), l'antropologa statunitense Margaret Mead (1901-79)
proponeva ( Doc.
39) una visione diversa della differenza: essere donna non è un difetto
da superare, ma una potenzialità, una risorsa da sfruttare a favore degli
individui e della società. Il cosiddetto "femminismo culturale" americano
ha individuato una specificità dello sguardo femminile sul mondo e l'ha
giustificato con le caratteristiche proprie del corpo della donna (la capacità
di generare la vita, un rapporto più intenso con la natura e la sessualità,
il pacifismo ecc.). Queste riflessioni sono state riprese dalla psicoanalista
e filosofa francese Luce Irigaray (1930) e dal gruppo di filosofe veronesi
Diotima che, assegnando centralità alla
potenza generatrice del corpo materno, riformulano una interpretazione della
storia della filosofia che dia voce al pensiero delle donne (
Doc. 40 e
Doc. 41). In sostanza, la riflessione
femminista ha imboccato due strade: la prima (più lontana storicamente)
è quella di chi rivendica l'uguaglianza
di diritti delle donne rispetto agli uomini e si batte quindi soprattutto
per la parità giuridica; la seconda è quella di chi sottolinea invece la
differenza delle donne rispetto agli uomini e propone, al limite, l'esigenza
di rifondare la società (creata sul modello e sulle esigenze dei maschi)
in chiave femminile. Questo discorso sulla differenza non è però unitario.
Alla posizione più radicale della Irigaray e del gruppo Diotima si affiancano
altre interpretazioni: c'è chi, come la filosofa e semiologa franco-bulgara
Julia Kristeva (1941), afferma che è impossibile definire le caratteristiche
del genere femminile perché ogni tentativo di definizione si dissolve nelle
migliaia di differenze individuali: non c'è "la donna", ci sono le donne.
C'è anche chi obietta che le differenze tra maschile e femminile non dipendono
tanto dalla realtà biologica, quanto dall'esperienza storica e sociale.
In tal senso, si inscrive anche la consuetudine attestata grammaticalmente
di un uso orientato al maschile della lingua, che oltre a strumento di comunicazione
è primarimanete strumento di identità piscologica e culturale: è recente
(1986) l'attenzione posta al problema del "sessismo" insito nella prassi
linguistica (
Doc. 42). |