Nei
confronti delle donne l'ideologia fascista sostenne una visione improntata
alla subordinazione. Alle donne venne riservato in primo luogo il ruolo
di riproduttrici: il regime fascista in Italia, infatti, applicò una politica
demografica intesa come politica di potenza, propagandando le famiglie numerose
e vietando contraccettivi, pratiche abortive ed educazione sessuale e ciò
anche per contrastare la tendenza alla diminuzione delle nascite già avvertibile
nel resto dell'Europa. Questa politica demografica "del numero" si inseriva
in un discorso più ampio sulle donne: il fascismo affermò una visione della
donna come individuo subordinato all'uomo e destinato a servirlo, in qualità
di moglie e di madre, ma anche sul posto di lavoro e in ogni ambito della
società. Questo fine venne perseguito costantemente, oltre che attraverso
la propaganda, limitando e svilendo l'istruzione femminile. L'asservimento
delle donne era talmente connaturato alla ideologia fascista che battersi
per l'emancipazione femminile era considerato un gesto eversivo dell'ordine
costituito. Nella pratica, il regime sostenne una legislazione che asserviva
le donne allo stato e che ne limitava l'ingresso nel mondo del lavoro. Per
esempio, le donne erano escluse dai concorsi pubblici e dai ruoli direttivi;
non potevano insegnare storia e filosofia, materie letterarie, diritto ed
economia nei licei e negli istituti tecnici; le studentesse universitarie
pagavano tasse doppie rispetto ai colleghi maschi; in nessun settore la
mano d'opera femminile poteva superare il 10% e così via. Anche la fondazione
di un ampio numero di organizzazioni femminili fasciste, piu che promuovere
l'ingresso delle donne nella vita pubblica, si proponeva l'obiettivo del
controllo totalitario sulla popolazione femminile (
Doc. 20). |