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Nel mondo occidentale
il modello di comportamento maschile appare più univoco e stabile di quello
femminile, meno sottoposto a interpretazioni variabili con il mutare delle
epoche, dei luoghi, delle condizioni sociali e culturali. Il concetto
stesso di "donna" - pur partendo da una indiscutibile definizione biologica
- è stato tra quelli storicamente meno legati alla realtà e maggiormente
alla rappresentazione. Quando si dice "donna", infatti, si intende parlare
di un individuo capace di scelte autonome o invece bisognoso del costante
appoggio maschile? Di un angelo spiritualizzato o di una demoniaca tentatrice?
Di un individuo naturalmente portato a realizzarsi solo nel ruolo privato
di moglie e madre, oppure di una cittadina a pieno titolo, capace di dare
un contributo fondamentale anche nel pubblico, all'economia, alla cultura,
alle scienze, alle arti? Riferendoci non a un astratto concetto di "donna"
ma alle donne nella società borghese occidentale, possiamo rispondere
che le donne sono state via via sempre meno oggetti passivi di una rappresentazione
e di un'interpretazione fornita dagli uomini (da esse stesse fedelmente
custodita e tramandata, spesso persino a loro svantaggio). Nel corso degli
ultimi due secoli, infatti, soprattutto nel Novecento, le donne hanno
proposto attivamente una propria rappresentazione e interpretazione di
sé e dei propri ruoli, solitamente più problematiche o in contrasto con
quelle che gli uomini davano e danno dell'universo femminile.
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