STORIOGRAFIA
John Atkinson Hobson - La natura dell'imperialismo

Nel 1902 apparve il saggio Imperialism. A Study dell'economista inglese John Atkinson Hobson, un intellettuale di orientamento liberal-radicale, sensibile al messaggio della elaborazione socialista. Questo testo, destinato ad avere una grande fortuna nei decenni successivi, rappresentò l'analisi più approfondita di quel grande fenomeno di spartizione del mondo, il colonialismo imperialistico, che proprio agli inizi del XX secolo aveva raggiunto la più compiuta espressione.
L'importanza del lavoro di Hobson consistette nel mettere in rilievo gli stretti rapporti tra le cause economiche e le cause politiche che erano all'origine dell'imperialismo: l'interesse dei grandi gruppi monopolistici e finanziari all'espansione dei mercati, allo sviluppo degli armamenti, agli investimenti esteri non avrebbe potuto alimentare un fenomeno di così vasta portata se non si fosse combinato con l'affermazione del nazionalismo e della politica di potenza all'interno dei paesi industriali.
Questa interazione tra economia e politica, tra interessi della nazione e interessi dei grandi gruppi capitalistici costituisce il fulcro dell'analisi di Hobson, ma anche l'oggetto principale della sua rigorosa denuncia.

Il fattore economico di gran lunga prevalente nell'imperialismo è l'influenza relativa agli investimenti. Il crescente cosmopolitismo del capitale è stato il più grande mutamento economico delle nuove generazioni. Ogni nazione industriale avanzata ha teso a collocare una parte crescente del suo capitale fuori dei limiti della propria area politica, in paesi stranieri, o in colonie, e di trarre un reddito crescente da questa fonte. [...]
Non è eccessivo affermare che la moderna politica estera della Gran Bretagna è stata soprattutto una lotta per conquistare mercati d'investimento vantaggiosi. Ogni anno di più, la Gran Bretagna è diventata una nazione che vive sul tributo dall'estero, e le classi che godono di questo tributo hanno avuto un incentivo sempre crescente ad impiegare la politica pubblica, il denaro pubblico, e la forza pubblica per estendere il campo dei loro investimenti privati, e per salvaguardare e far progredire i loro investimenti in atto. Questo costituisce, forse, il fatto più importante nella politica moderna, e l'oscurità in cui è stato avvolto ha costituito il danno più grave per il nostro Stato. Quel che vale per la Gran Bretagna, è altrettanto vero per la Francia, la Germania, gli Stati Uniti, e per tutti i paesi in cui il moderno capitalismo ha posto ampie eccedenze di risparmio nelle mani di una plutocrazia o di una classe media risparmiatrice. [...]
L'imperialismo aggressivo, che costa tanto caro al contribuente, che è di così scarsa utilità per l'industriale e il commerciante, che è pieno di tale grave e incalcolabile rischio per il cittadino, è una fonte di grosso guadagno per l'investitore che non può trovare nel suo paese l'uso proficuo che cerca per il proprio capitale, e insiste perché il suo governo lo aiuti a trovare investimenti sicuri e vantaggiosi all'estero.
Se, guardando l'enorme spesa in armamenti, le guerre rovinose, l'audacia o la disonestà diplomatiche con cui i moderni governi cercano di estendere il proprio potere territoriale, noi poniamo la semplice, pratica domanda, Cui bono?, la prima e più ovvia risposta è: all'investitore. [...]
Investitori che hanno collocato il proprio denaro in terre straniere, a condizioni che tengono pienamente conto dei rischi connessi con lo stato politico del paese, desiderano utilizzare le risorse del loro governo per rendere minimi questi rischi, e così aumentare il valore del capitale e l'interesse dei loro privati investimenti. Le classi investitrici e speculative generalmente hanno anche richiesto che la Gran Bretagna prendesse altre aree straniere sotto la sua bandiera allo scopo di assicurarsi nuove regioni per investimenti vantaggiosi e speculazioni. [...]
Se l'interesse particolare dell'investitore è soggetto a cozzare con l'interesse pubblico e a produrre una politica rovinosa, ancor più pericoloso è l'interesse particolare del finanziere, il gestore generale degli investimenti. In larga misura la truppa degli investitori costituisce, sia per gli affari che per la politica, l'artiglio delle grandi case finanziarie, che usano i valori di Borsa non tanto come investimenti per procurarsi un interesse, quanto come materiale di speculazione sul mercato monetario. Nel maneggiare grandi quantità di valori di Borsa, nel costituire compagnie, nel manipolare fluttuazioni di valori, i magnati della Borsa trovano il loro guadagno. Queste grandi società a carattere finanziario - le banche e le organizzazioni che svolgono attività di mediazione, sconto di effetti cambiari, lancio di prestiti, promozione di società-formano il ganglio centrale del capitalismo internazionale. Unite da legami organizzativi ferrei, sempre in stretto e immediato contatto reciproco, situato nel cuore stesso della capitale economica di ogni stato, controllate, almeno per quanto riguarda l'Europa, quasi unicamente da uomini di un'unica e particolare razza, uomini che hanno al le spalle molti secoli di esperienza finanziaria, esse si trovano in una posizione unica per manipolare la politica delle nazioni. Nessun consistente e rapido avvio di capitale è possibile fuori del consenso e del loro tramite. Può qualcuno supporre seriamente che si possa intraprendere una grande guerra da parte di qualsiasi Stato europeo, o che un grande Stato sottoscriva dei prestiti se la casa dei Rothschild e le sue connessioni vi si oppongono? Ogni grande atto politico che comporti un nuovo flusso di capitale, o un'ampia fluttuazione dei valori degli investimenti attuali, deve ottenere la ratifica e l'appoggio pratico di questo piccolo gruppo di re della finanza. Questi uomini, tenendo la ricchezza che hanno realizzato e il loro capitale economico, come devono, soprattutto in titoli e obbligazioni, hanno una doppia posta in gioco, prima come investitori, poi e soprattutto come negoziatori finanziari. Come investitori, la loro influenza politica non differisce sostanzialmente da quella degli investitori minori, tranne nel fatto che essi hanno abitualmente un controllo pratico, degli affari in cui investono. Come speculatori o negoziatori finanziari essi costituiscono, comunque, il più grosso fattore, considerato singolarmente, nell'economia dell'imperialismo.
Creare nuovi debiti pubblici, costituire nuove compagnie, provocare costanti e considerevoli fluttuazioni di valori sono tre condizioni della loro lucrosa attività economica. Ciascuna di queste condizioni li porta nella politica, e li spinge dalla parte dell'imperialismo.
I pubblici accordi finanziari per la guerra delle Filippine hanno messo diversi milioni di dollari nelle tasche del signor Pierpont Morgan e dei suoi amici; la guerra cino-giapponese, che per la prima volta ha gravato il Celeste impero di un debito pubblico, e l'indennità che esso pagherà ai suoi invasori europei in rapporto al recente conflitto, alimentano i finanzieri d'Europa come l'acqua al mulino; ogni concessione mineraria o ferroviaria estorta ad un riluttante sovrano straniero significa affari lucrosi nel raccogliere capitale e costituire compagnie. Una politica che desta timori di aggressione negli stati asiatici, e che attizza la rivalità delle nazioni commerciali d'Europa, evoca ampie spese in armamenti, e debiti pubblici che si accumulano sempre, mentre le incertezze e i rischi che derivano da questa politica danno luogo a quella costante oscillazione del valore dei titoli che è così vantaggiosa per l'abile finanziere. [...]
La ricchezza di questi gruppi, la gamma delle loro operazioni, e la loro organizzazione cosmopolita ne fanno le principali cause determinanti della politica imperiale. Essi hanno il più ampio e decisivo interesse nell'economia imperialistica, e i più ampi mezzi per imporre la loro volontà alla politica delle nazioni. Considerando poi la parte che nell'espansione imperiale giocano i fattori non-economici di patriottismo, avventura, impresa militare, ambizione politica, e filantropia, può sembrare che attribuire tanto potere ai gruppi finanziari significhi avere una visione della storia troppo strettamente economica. Ed è vero che la forza motrice dell'imperialismo non è prevalentemente finanziaria: la finanza è piuttosto il timone della macchina imperiale, che dirige l'energia e determina il suo lavoro: essa non costituisce il carburante del motore, né genera direttamente la forza motrice. La finanza manipola le forze patriottiche che sono generate da politici, soldati, filantropi, e commercianti; l'entusiasmo per l'espansione che proviene da queste fonti, per quanto forte e genuino, è irregolare e cieco; l'interesse finanziario invece possiede quelle qualità di concentrazione e di calcolo oculato che sono necessarie per mettere in moto l'imperialismo. Un ambizioso uomo di governo, un soldato di frontiera, un missionario troppo zelante, un commerciante intraprendente, possono suggerire o anche iniziare una via di espansione imperiale, possono concorrere a convincere l'opinione pubblica patriottica dell'urgente bisogno di una nuova avanzata, ma la determinazione finale dipende dal potere finanziario. La diretta influenza esercitata da grandi gruppi finanziari sull'Nalta politica" è fondata sul controllo che essi esercitano sulla massa dell'opinione pubblica attraverso la stampa, che, in ogni paese "civile", diventa sempre più un loro strumento obbediente. Mentre il giornale specificamente finanziario impone "fatti" e "opinioni" alle classi commerciali, il complesso generale della stampa entra sempre più sotto il dominio, cosciente o meno, dei gruppi finanziari. [...]
Tale è lo schieramento delle forze economiche che appoggiano l'imperialismo: un ampio, indefinito gruppo di mestieri e professioni che cercano buoni affari ed impieghi redditizi nell'espansione delle forze militari e civili, nella spesa per operazioni militari, nell'apertura di nuovi spazi territoriali e nel commercio con questi, nel rifornimento di nuovo capitale che queste operazioni richiedono; tutti questi fattori trovano poi una guida e una forza direttiva nel potere dei gruppi finanziari generali.
Il gioco di queste forze non appare in superficie. Esse non sono altro che parassiti che sfruttano il patriottismo, nascondendosi sotto i suoi vessilli protettori. Sulla bocca dei loro rappresentanti vi sono nobili discorsi, che esprimono il desiderio di estendere l'area della civiltà, di stabilire il buon governo, di promuovere la Cristianità, di estirpare la schiavitù, e di elevare il livello delle razze inferiori. Alcuni degli uomini d'affari che parlano in tali termini possono anche concepire un sincero, anche se abitualmente vago, desiderio di realizzare questi scopi, ma essi sono impegnati prima di tutto negli affari e non sono ignari dell'utilità delle forze più altruiste nell'incoraggiare i loro scopi. [...]
Un'epoca di feroce competizione, seguita da un rapido processo di amalgama, ha portato un'enorme quantità di ricchezza nelle mani di un ristretto numero di capitani d'industria. Nessun lusso privato a cui questa classe potesse giungere ha tenuto il passo con il suo aumento di reddito, ed è cominciato un processo automatico di risparmio su una scala senza precedenti. L'investimento di questi risparmi in altre industrie ha contribuito a concentrare queste ultime sotto le stesse forze. Così un grande incremento dei risparmi in cerca di investimenti redditizi è contemporaneo ad una più stretta possibilità di uso del capitale esistente. Non c'è dubbio che il rapido aumento di una popolazione, abituata ad un alto e sempre crescente livello di agiatezza, assorbe nella soddisfazione dei suoi bisogni un'ampia quota del nuovo capitale. Ma la quota reale del risparmio, unita ad un uso più razionale delle forme di capitale esistente, è stata nettamente superiore all'aumento del consumo nazionale di manufatti. La capacità produttiva ha superato di gran lunga il livello reale di consumo, e, in contrasto con la precedente teoria economica, è stata incapace di generare un corrispondente incremento di consumo, abbassando i prezzi.
Questa non è pura teoria. La storia di uno qualunque dei numerosi trust o associazioni degli Stati Uniti ne è una puntuale e circostanziata verifica.
Il controllo sulla politica esercitato in America, dagli uomini d'affari, in modo particolarmente deciso e diretto li ha messi in grado di avanzare più in fretta e più direttamente sulla linea dei loro interessi economici, rispetto alla Gran Bretagna. L'imperialismo americano è stato il prodotto naturale della pressione economica di un improvviso avanzamento del capitalismo che non poteva trovare un'utilizzazione all'interno e che aveva bisogno di mercati stranieri per merci e investimenti.
Le stesse necessità esistevano nei paesi europei, e, come si ammette, spingevano i governi sulla stessa via. Sovrapproduzione nel senso di un impianto manifatturiero troppo esteso, e capitale eccedente che non riusciva a trovare solidi investimenti all'interno del paese, hanno costretto la Gran Bretagna, la Germania, l'Olanda, la Francia a collocare quote sempre crescenti delle proprie risorse economiche fuori dell'area del loro presente dominio politico, e quindi a stimolare una politica espansione politica così da integrare le nuove aree.

(Imperialism. A Study, Allen e Unwin, Londra 1968)