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Massimo Novelli | |
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| Il museo della crudeltà |
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| la Repubblica - 27 settembre 2009 |
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A cent’anni dalla morte del criminologo Cesare Lombroso, figura controversa ma indubbiamente di enorme significato per la storia culturale del XIX secolo, apre a Torino un museo a lui dedicato.
Il museo presenterà al pubblico il materiale raccolto da Lombroso negli anni delle sue ricerche di antropologia criminale: questo materiale, che raccoglie molti reperti umani, ha contribuito a tacciare Lombroso dell’immagine negativa che ha spesso messo in ombra i suoi meriti scientifici. L’apertura del museo sarà dunque l’occasione per far conoscere al pubblico non solo un importante studioso e la sua opera, ma anche una stagione culturale che vide il grande sviluppo degli studi antropologici.
Il 19 ottobre del 1909 Cesare Lombroso moriva a Torino. A novembre avrebbe compiuto settantaquattro anni. Si chiudeva così una vita di eccessi intellettuali, di contraddizioni, di splendori e di cadute, ritagliata nel pieno fulgore del positivismo. Medico legale e fondatore della moderna criminologia, direttore di manicomi e studioso di scienze sociali (dalle cause delle malattie dei poveri alla questione femminile), socialista e conservatore, ammirato da Sigmund Freud e ritenuto da uno storico come George Mosse addirittura un precursore del nazismo, aveva goduto di una popolarità straordinaria. Successivamente venne ridicolizzato, e quindi abbandonato, soprattutto a causa delle sue teorie sull’atavismo criminale. Oltre ai libri tradotti in tutto il mondo, da L’uomo delinquente a Genio e follia, ai posteri e alle scienze lasciava il suo cranio, la sua stessa salma e un’incredibile collezione di materiali antropologici. Ebbe grandi e importanti intuizioni, perseguì molte teorie errate, ma tutto ciò va inquadrato, nel bene e nel male, nella sua epoca e nel quadro delle conoscenze che si avevano allora nei vari campi del sapere.
Lombroso cominciò a collezionare i reperti, i crani e gli scheletri nel 1859, quando prestava servizio medico nell’esercito piemontese. La raccolta crebbe a dismisura nel corso degli anni con l’accumulazione di centinaia di crani e di cervelli di autori di delitti, di cosiddetti sovversivi, di alienati e di banditi, ma pure attraverso l’acquisizione copiosa di scheletri, di maschere mortuarie, di teste essiccate, di anomalie anatomiche, modelli di penitenziari, ferri di contenzione, corpi di reato, impronte, tatuaggi, fotografie, oggetti costruiti e scolpiti in carcere dai detenuti. La presentazione avvenne nel 1884, durante l’Esposizione generale italiana di Torino. Fu una delle rare volte in cui si poté visitare. Sarebbe capitato in un’altra occasione, a Parigi, per il secondo Congresso internazionale di antropologia criminale. Trasferita nei locali nel nuovo istituto di Medicina legale di Torino alla fine dell’Ottocento, davanti al parco del Valentino, in quella che venne chiamata la “città della scienza”, fu organizzata in un museo, destinato però agli accademici e agli studenti. Dopo altri spostamenti di sede, chiuso per anni, adesso il museo di antropologia criminale fondato da Lombroso, e a lui intitolato, sta per aprire al pubblico (si può dire davvero per la prima volta) nuovamente nell’edificio ottocentesco del Valentino, negli stessi locali degli istituti anatomici dove il medico e scienziato di origine veronese teneva le sue lezioni.
È prevista per novembre l’inaugurazione di questo eccezionale teatro della crudeltà e della colpa, del delitto e della devianza, della segregazione e di un sistema scientifico superato. Un’esposizione che Silvano Montaldo, storico, e Paolo Tappero, medico legale e direttore del museo, curatori del recente volume interdisciplinare Cesare Lombroso cento anni dopo, pubblicato dalla Utet, descrivono «unica al mondo», essendo formata «da materiali provenienti dall’Europa, dall’America settentrionale, centrale e meridionale, dall’Asia e dall’Australia». […]
Il valore della raccolta, d’altronde, come hanno sottolineato Montaldo e Tappero, consiste intanto nella «visualizzazione di un sistema scientifico», che riflette «il posto centrale nella cultura positivistica di fine Ottocento e la straordinaria diffusione mondiale del sistema lombrosiano». Un’ulteriore caratteristica del museo è che, per la notevole varietà di quanto vi è custodito, si pone agli incroci di diversi rami del sapere. Coniuga dunque criminologia e anatomia, psichiatria e psicologia, sociologia, etnografia, antropologia, arte, linguistica, semiologia, diritto, cultura materiale, lavoro, igiene. […]
È un vero Museo dell’uomo, in sostanza, tanto che così sarà chiamato quando verranno portate qui altre raccolte scientifiche di pregio. E l’uomo, del resto, era al centro degli studi del medico e antropologo che, come ha scritto Delia Frigessi nel libro di Montaldo e Tappero, «analizza anche il corpo sociale e agisce da protagonista di un nuovo orientamento culturale». |
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