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Roberto Coaloa     
4 novembre: fu vera vittoria?
Il Sole 24 ORE - 7 settembre 2008
Roberto Coaloa dialoga con lo storico Mario Isnenghi sul significato della fine della Prima guerra mondiale, interrogandosi sul modo con cui gli italiani di oggi possono guardare ed esaminare gli avvenimenti del 1918.
Isnenghi è convinto che la scelta di celebrare l’armistizio, la fine della guerra o la vittoria riguarda solo le “sindromi” di oggi. Per lui quegli avvenimenti vanno trattati dal punto di vista storico: ricercando le cause e analizzando i cambiamenti scaturiti da quei fatti. Secondo Coaloa l’offensiva italiana sul Piave risultò vittoriosa per il disgregarsi dell’esercito austro-ungarico. Pochi in Europa compresero che il 1918 segnava la fine degli equilibri internazionali ottocenteschi e il declino del dominio europeo sul globo.


A novant’anni dalla fine della Grande Guerra, gli storici italiani si chiedono se, ricordando il 1918 come l’anno della fine del conflitto, si possa ancora parlare di vittoria. Piero Melograni non ha dubbi: «Non ricordo una vittoria. Mi rifiuto di pensarla. L’Europa è uscita massacrata dalla Grande Guerra». A Vittorio Veneto, nell’ottobre 1918 terminò, con una clamorosa disfatta dell’esercito austro-ungarico, la guerra tra l’impero asburgico e il regno d’Italia. Il 3 novembre fu firmato a Villa Giusti, presso Padova, l’armistizio. Il «bollettino della vittoria», emanato da Armando Diaz il 4 novembre, fu riprodotto in migliaia di lapidi e almeno due generazioni di studenti se lo impressero nella memoria: «I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza».
Mario Isnenghi si domanda: «Siamo nell’anniversario dell’armistizio? O della fine della guerra? Oppure – possiamo dirlo – della vittoria?». La scelta del riferimento è tutt’altro che neutra. «Io non rimuoverei pudicamente la vittoria. Il farlo, comunque, ha a che fare con nostre sindromi di oggi e non con la storia. Il 1918 rappresenta un problema storico: perché l’Italia ha vinto? [...] Ci sono dei fatti che sono veramente avvenuti e sono quelli di allora: sono lì che ci aspettano, sta a noi capirli. Cos’è accaduto tra Caporetto e Vittorio Veneto? Come in un anno si è arrivati alla vittoria? Anche se tutti oggi sostengono la pace, non vanno confuse la storia e l’educazione civica. Certo, in nome dell’educazione civica, cerchiamo quello che consideriamo giusto oggi: la pace e l’unificazione dell’Europa. Ma, memori dell’insegnamento di Benedetto Croce, occorre fare dei distinguo».
Il 1918 portò l’illusione che una guerra moderna potesse risolversi in una vittoria come era accaduto nell’Ottocento. Erano pochi allora a comprendere il disastro di un conflitto mondiale. Tra questi, Benedetto XV e l’ultimo imperatore d’Austria, Carlo d’Asburgo si accorsero subito della catastrofe. Lo scontro fu così totale che il pontefice ebbe cognizione della fine degli equilibri internazionali e vide nel conflitto il tramonto dell’eurocentrismo, il ridisegnarsi geo-politico del Continente. Difese per l’ultima volta quel sistema multinazionale ormai avviato alla dissoluzione. Il papa inviò nel 1917, a tutte le potenze belligeranti, una proposta di pace, nella speranza di giungere «quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più apparisce inutile strage».
[...] Il momento dell’offensiva di Vittorio Veneto fu sbagliato e provocò gravissime perdite; solo nei primi giorni gli italiani ebbero 5mila morti e 20mila feriti. La battaglia di Vittorio Veneto, in realtà, non fu la vittoria napoleonica che proclamò l’agiografia nazionale durante il fascismo: l’offensiva del Piave fu permessa non dall’abile manovra dei generali italiani, bensì dal collasso dell’esercito austro-ungarico. Eppure, nel 1938, la battaglia di Vittorio Veneto fu celebrata grandiosamente «nel ventesimo annuale della vittoria d’Italia». Nel Pantheon delle glorie nazionali, sfilarono i ritratti del re «presidente onorario della sezione combattenti di Vittorio Veneto», di Mussolini, «fondatore dell’impero», di Emanuele Filiberto di Savoia, «comandante della terza armata “L’Invitta”» e quelli dei marescialli Cadorna, Diaz, Badoglio, Giardino e Caviglia. [...]
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