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Luciano Corradini     
La Professoressa compie 40 anni
Avvenire - 14 marzo 2007
Luciano Corradini, a quarant’anni dalla morte di don Lorenzo Milani, rievoca la figura del grande maestro di Barbiana, autore della Lettera ad una professoressa, che segnò un momento cruciale della riflessione pedagogica e civile del Sessantotto.
L’articolo ricorda la passione di Milani per l’educazione e per una giustizia sociale che partisse proprio dall’insegnamento della lingua, strumento di base dell’eguaglianza fra gli uomini. Secondo il sacerdote di Barbiana, per il maestro non esisteva un sapere che prescindesse dalla sua trasmissione e dal futuro dei propri ragazzi.
Luciano Corradini discute anche il rapporto fra educazione e religione in don Milani, per il quale l’evangelizzazione coincideva con la coscientizzazione civile ad opera della scuola.


Non è facile parlare con mente serena e sincera partecipazione alla vicenda esistenziale e culturale di don Lorenzo Milani, morto quarant’anni fa, perché si rischia ancora o di strumentalizzarlo o di rimuoverlo, data la difficoltà che s’incontra a prenderlo sul serio, ad ascoltare le sue provocazioni di prete-maestro, che ha scandalizzato e testimoniato, dando un senso alto, forse troppo alto per i nostri tempi modesti, all’educazione e alla scuola, scorticando diffuse convinzioni, di destra e di sinistra, laiche e cattoliche. Ma proprio perché c’è bisogno di maestri, la sua figura e la sua storia non vanno rimosse. [...]
La passione milaniana per l’uomo, per la Chiesa e per la scuola come strumenti di salvezza non sembrano in sintonia con la maggioranza di questo Paese. E chi crede nella Chiesa e nella scuola si trova talvolta in imbarazzo di fronte ai modi e agli argomenti di questo cristiano convertito dall’ebraismo, polemico e obbediente, e di questo maestro, già mediocre alunno del Berchet di Milano, pittore mancato e divenuto e restato prete in modo imprevedibile e geniale. Se l’epoca che cominciò a glorificarlo e a combatterlo, forse senza capirlo pienamente, era caratterizzata da un’intensa e passionale elaborazione ideologica del disagio e dell’ingiustizia sociale, e delle prospettive di lotta o per lo meno di agitazione per un suo superamento, la nostra epoca è piuttosto appiattita su visioni depressive e rinunciatarie o su visioni funzionalistiche, prive di passione: certo in complesso non interessate a guardare in faccia i ragazzi veri e a leggere nei loro occhi un futuro migliore, come rivelava don Milani ai giudici, per differenziarsi da loro e per chiarire la sua posizione di insegnante. [...] Per questo è interessante accettare di nuovo la provocazione e fare i conti col passato e con la propria fede nell’uomo e nella sua educazione, come ha fatto nella sua breve vita don Milani.
Lui è stato un prete-maestro “contro” molte cose, e “a favore” di pochissime: quelle essenziali, per le quali ritenne giusto battersi e polemizzare. I care, motto scritto sulla sua scuola, serviva per indicare ai suoi ragazzi un’alternativa al fascista «me ne frego». Ma la radice stava nel Vangelo. Il priore di Barbiana era scomodo anche per chi voleva farne una bandiera. [...] Sulla struttura e sulla pedagogia corrente nella scuola media non aveva tenerezze. Ricostruiva in questo modo il dibattito parlamentare per la sua Professoressa: «I deputati si divisero in due parti. Le destre a proporre il latino. Le sinistre le scienze. Non ci fu uno che pensasse a noi, che ci fosse stato dentro, che avesse faticato a seguire la vostra scuola. Topi di museo le destre, topi di laboratorio i comunisti. Lontani gli uni e gli altri da noi che non si parla e s’ha bisogno di lingua e non di specializzazioni. Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli». La premessa del suo impegno educativo scolastico, maturata lentamente a San Donato di Calenzano, sta qui: «Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile e non solo religiosa». Questa elevazione civile acquista sempre più, ai suoi occhi, un significato religioso. Tra la capacità di accoglienza della Parola di Dio e la comprensione e produzione della parola umana non c’è, in fondo, grande differenza. In Esperienze Pastorali arriva a dire: «La scuola mi è sacra come l’ottavo sacramento». Visione religiosa e visione antropologica s’intrecciano: «La scuola è l’unica differenza che c’è fra gli uomini e gli animali. Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualcosa e così l’umanità va avanti». Come Paulo Freire, anche don Milani fa coincidere l’evangelizzazione con la coscientizzazione, e la coscientizzazione con la scuola, ossia con l’abilitazione al possesso e all’uso della parola. Tutta la sua attività può in tal modo essere letta sia in chiave religiosa, sia in chiave laica. «Anche le lettere ai cappellani e ai giudici sono episodi della nostra vita e servono solo per insegnare ai ragazzi l’arte dello scrivere, cioè di esprimersi, cioè di amare il prossimo, cioè di far scuola». Questa gragnola di cioè indica il processo di deduzione e di sintesi in cui la prospettiva teologica e la prospettiva pedagogica venivano a coincidere, come due facce della stessa medaglia. L’equazione fra salvezza teologica e accesso laico alla conoscenza funziona anche nella definizione del sapere e del maestro. «Il sapere serve solo per darlo. Dicesi maestro chi non ha nessun interesse culturale quando è solo». E ancora: «La scuola ha un solo problema: i ragazzi che perde». In Esperienze Pastorali aveva scritto: «Dicesi commerciante colui che cerca di soddisfare i gusti dei suoi clienti. Dicesi maestro colui che cerca di contraddire e mutare i gusti dei suoi clienti. Lo schierarsi di qua o di là di questa barriera è per il prete decisione ben più grave». [...]

VEDI ANCHE
Giovanni Gennari, L’eredità di don Milani, in “Avvenire”, 26 giugno 2007.
Giovanni Belardelli, Il Sovversivo, in “Corriere della Sera”, 22 maggio 2007.
Francesco Erbani, Lo scandalo di Barbiana, ne “la Repubblica”, 10 maggio 2007.
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