transizione demografica

Concetto che esprime il passaggio da un regime di fecondità e mortalità a un altro, e che occupa un posto molto importante nella teoria del cambiamento demografico. Inserito in approcci e modelli via via diversificati, esso si trova al centro di uno schema esplicativo che ha dato luogo alla teoria della transizione demografica sulla base dell'osservazione delle caratteristiche evolutive delle società europee del secolo scorso e dei paesi attualmente in via di sviluppo. La teoria è stata compiutamente formulata nel 1945, quando F. Notestein, riprendendo la distinzione già elaborata da E.P. Thompson nel 1929, individuò tre gruppi di paesi con tre tipi di crescita demografica, che grosso modo descrivevano le tre fasi principali del processo di passaggio da un regime di alta fecondità e mortalità a un altro con bassa fecondità e mortalità. Le tre tipologie sono state chiamate da Notestein: «potenziale elevato di crescita» (alta fecondità e mortalità); «crescita transizionale» (natalità alta e declino della mortalità, veloce ritmo di incremento); «inizio del declino» (basso livello di rinnovo, tasso di accrescimento vicino allo zero, tendenza alla popolazione stazionaria). Mentre le descrizioni dei regimi evolutivi delle popolazioni appaiono relativamente omogenee in qualsiasi formulazione teorica, non c'è ancora un consenso incondizionato sulle cause che determinano le modifiche dei comportamenti.
SPIEGAZIONE CLASSICA E CULTURALISTA. La spiegazione classica attribuisce i mutamenti dei comportamenti demografici al processo di modernizzazione economica e sociale (approccio funzionalista-strutturale): le componenti sono rappresentate da una molteplicità di trasformazioni strutturali delle quali le principali sono la diminuzione della mortalità, la diminuzione delle attività agricole a vantaggio della diffusione dell'economia di mercato urbano-industriale, la mobilità geografica e l'urbanizzazione, il miglioramento della condizione femminile e l'aumento della scolarizzazione. La struttura familiare reagisce a queste variazioni in quanto i comportamenti tradizionali risultano ormai economicamente poco funzionali e così la transizione demografica (il passaggio da una società agricola ad alta fecondità a una società industriale a bassa fecondità) si realizza passando necessariamente attraverso la modernizzazione economica. L'esperienza delle società europee degli ultimi cento-centocinquanta anni giustifica soltanto in parte questo pragmatismo, ma le sincronie delle trasformazioni sono abbastanza convincenti. A partire dagli anni Sessanta del Novecento la formulazione classica della teoria viene messa in discussione, soprattutto per l'effettiva incapacità di spiegare il fatto che il tasso di incremento dei paesi del Terzo mondo raggiunge valori due volte più elevati di quelli europei del XVIII secolo. In questi contesti, l'abbassamento repentino della mortalità è effettivamente legato al processo di industrializzazione, ma le modifiche della fecondità comportano un sostanziale mutamento della mentalità dominante. Questo processo si verifica con sempre maggiore lentezza e gradualità man mano che ci si sposta dalle aree occidentali verso i paesi più poveri e al loro interno, dalle aree urbane a quelle rurali, dai ceti più istruiti a quelli dove l'alfabetizzazione è poco diffusa. In breve, secondo questa interpretazione (denominata culturalista), il motore della transizione è la diffusione dei valori occidentali e, quindi, il rapporto di causa-effetto, quale è delineato dalla teoria della transizione, si inverte: la modernizzazione dei valori produce una famiglia di dimensioni più contenute, che a sua volta rappresenta un requisito per lo sviluppo socioeconomico. È chiaro che i sostenitori di questa interpretazione sono favorevoli a un intervento dello stato nella sfera della pianificazione familiare. Gli studi che derivano da questa impostazione metodologica e programmatica hanno abbandonato la visione macro della ricerca, propria dell'approccio funzionalista classico, per esplorare, attraverso indagini basate su inchieste ad hoc, i rapporti causali a livello individuale. L'approccio di J.C. Caldwell riunisce nella spiegazione dell'evoluzione demografica i fattori culturali e quelli economici, individuando la causa del mutamento nella sostanziale modificazione dei rapporti familiari emozionali ed economici. Caldwell attribuisce all'inversione della direzione dei flussi di ricchezza da figli-genitori a genitori-figli il ruolo di chiave di volta del processo di trasformazione da regimi demografici antichi a quelli moderni. Nella sua analisi Caldwell rileva che la rivoluzione sociale è provocata dalla propagazione delle idee e dei valori tipici della famiglia nucleare occidentale causata dalla diffusione dell'istruzione di tipo occidentale e dai messaggi provenienti dai mezzi di comunicazione di massa. Anche nella teoria di Caldwell, quindi, il motore della transizione demografica è la diffusione di valori occidentali.
SPIEGAZIONE MARXISTA. Alla fine degli anni Sessanta viene messa a punto un'interpretazione marxista delle situazioni demografiche dei paesi del Terzo mondo; c'è stata, comunque, una corrente di pensiero che ha svolto le proprie considerazioni sulla base anche dell'esperienza delle società storiche europee. Le argomentazioni principali riguardano le conseguenze che l'introduzione (nelle diverse strutture economiche) di forme di produzione capitalistiche hanno determinato sulle modificazioni demografiche. In particolare si è voluto porre l'accento da un lato sulle relazioni fra mortalità, fecondità e domanda di lavoro (l'impatto risulta profondamente diverso a seconda del posto che un certo individuo, famiglia o gruppo occupa nella stratificazione delle classi sociali), e dall'altro sul rapporto fra accumulazione di capitale e migrazioni. Tutte le possibili interconnessioni generano processi di transizione demografica numerosi e diversificati. Anche per gli interpreti "marxisti", come per Caldwell, la transizione più significativa è quella che va dalla produzione familiare alla produzione capitalistica; contrariamente alla sua teoria, però, non è la diffusione dei valori occidentali il motore della transizione demografica, ma il cambiamento nei rapporti di classe.
SPIEGAZIONI MULTICAUSALI. Un'altra corrente di pensiero si è sviluppata in parallelo alle teorie femministe e al movimento di liberazione della donna. Un fattore rilevante nell'ambito della spiegazione delle modifiche di comportamento demografico è da riscontrarsi nel declino del patriarcato, basato su forme produttive che vedono il dominio degli uomini sull'attività delle donne e dei bambini. Il passaggio a un'economia capitalista, dove il controllo delle strutture produttive e il possesso degli strumenti di produzione non è più nelle mani dell'individuo, implica generalmente un abbassamento dei benefici economici ricavabili dal lavoro dei bambini diminuendo, così, nel contempo la produttività del lavoro domestico femminile. Il conseguente cambiamento fa aumentare i costi della tradizionale divisione del lavoro femminile e questo è il primo passo verso il declino della fecondità. In realtà tutte queste diverse interpretazioni hanno molti punti in comune; attualmente vengono considerati importanti, con le dovute differenze di epoca e di area, tutti i fattori sopra ricordati: l'approccio esplicativo fondamentale riunisce in un contesto unitario fattori culturali, economici, e rapporti di potere all'interno della famiglia e fra le classi. Vi è la tendenza ad abbandonare la visione deterministica della transizione demografica, sollecitando di volta in volta un'analisi approfondita dei fattori determinanti delle modificazioni comportamentali delle singole società.

J.C. Caldwell, Theory of Fertility Decline, Academic Press, New York 1982; F. Notestein, Economic Problems of Population Change, in Proceedings of the Eighth International Conference of Agricoltural Economists, Oxford University Press, Londra 1953.

S. Salvini