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World history
Con questo nome si è imposta negli ultimi decenni del Novecento una corrente
della storiografia, praticata essenzialmente nei paesi di lingua anglosassone;
il suo esponente più noto è il canadese W.H. Mc Neill, animatore del "Journal
of World History" (pubblicato dal 1990) e autore dell'opera canonica The
Rise of the West. A History of the Human Community (1964).
CHE COSA È (O NON È). La World history può essere definita nella
maniera più semplice come una storia che non tiene conto dei confini politici.
Una definizione un po più complessa può essere la seguente: una
storia condotta secondo la prospettiva spaziale di volta in volta la più
ampia possibile e legittima, che abolisce le frontiere e inserisce nella
stessa storia elementi che sembrano appartenere a storie diverse e, allo
stesso tempo, fa assumere un nuovo significato alla storia che già si
conosceva. Da questa definizione si ricava che il "mondo" della World
history è più una prospettiva metodologica che non una perfetta coincidenza
realizzata in ogni momento con il mondo intero. La stessa espressione
World history risulta non perfettamente traducibile in altre lingue.
Storia mondiale (equivalente di History of the World) si
riferisce di solito alla storia politica degli stati con i loro mobili
confini: la storia della seconda guerra mondiale è un classico capitolo
della storia mondiale così intesa. La storia universale, in quanto
ricerca del disegno unitario del divenire storico, è piuttosto imparentata
con la filosofia della storia e con alcune variantidello storicismo che
con una metodologia spesso di impianto geografico ed economico che ha
poco da dire su grandi concetti come progresso e libertà. Storia del
mondo sarebbe una traduzione migliore, ma l'espressione è usata anche
per rendere quella tedesca Weltgeschichte, che spesso corrisponde
meglio a storia universale. L'espressione storia del mondo
si può altrimenti riservare per designare la storia di un processo, quello
dell'unificazione delle storie, al plurale, dei singoli popoli
e civiltà che ha condotto al "nostro" mondo. Nel senso usato da Marx (un
Marx molto hegeliano) in un passo dei Lineamenti fondamentali della
critica dell'economia politica «la storia del mondo (Weltgeschichte)
non è esistita sempre; la storia come storia del mondo è un risultato».
Essa muove proprio dal fatto che esistono dei confini, ma non quelli politici,
bensì quelli dell'isolamento (più o meno relativo) delle civiltà. Per
indicare il processo storico di eliminazione di tale isolamento lo storico
francese P. Chaunu ha proposto il felice concetto di desenclavement.
Al di là di ogni altra differenza, Marx e Chaunu (e così pure I. Wallerstein)
pensano che la storia del mondo cominciò con l'epoca delle "grandi scoperte"
e che il suo motore vada collocato in Europa. Benché il tema dell'"ascesa
dell'occidente" stia spesso al centro delle riflessioni dei world-historians
(per esempio E.J. Jones, Il miracolo europeo, 1981, ed. it. 1984),
la loro posizione più comune sarebbe piuttosto che il primo enunciato
è errato in punto di fatto, mentre il secondo è basato su un'ideologia
eurocentrica.
CINQUE SECOLI O CINQUE MILLENNI. Il processo che ha condotto al vigente
World-system è cominciato cinquecento anni fa; ma la prospettiva
della World history ci mostra una o più storie unitarie assai più
antiche: secondo un autore come A. Gunder Frank, giunto a conclusioni
particolarmente radicali, la World history è in atto da cinquemila
anni e coinvolge certamente i "vecchi mondi" (Asia, Europa e Africa) e
probabilmente anche il continente americano (la tesi più diffusa è invece
piuttosto incline a considerare irrilevanti i rapporti fra l'America e
i vecchi mondi prima del 1492). Il tema antieurocentrico è di particolare
importanza per valutare le ragioni della nascita e della diffusione della
World history. Esso venne innalzato oltre la semplice polemica
dall'islamista M. Hodgson che, vero padre della prospettiva "mondialista"
(storia mondializzante è forse la migliore traduzione di World
history), in una serie di articoli scritti a partire dal 1944 ne delineò
i caratteri e i temi. Da Hodgson a Frank il problema centrale della World
history è stato quello di integrare alla storia del mondo i paesi
extraeuropei, respingendo la tradizione eurocentrica che li fa comparire
sulla scena solo quando entrano in contatto con viaggiatori, missionari,
scopritori o conquistatori europei. Non certo per caso i maggiori esponenti
della scuola non si occupano di storia europea: P Curtin è un africanista,
A.W. Crosby si è occupato delle conseguenze biologiche mondiali della
disseminazione degli europei, K.N. Chaudhuri è uno studioso dell'oceano
Indiano. D'altra parte l'attenzione a una storia unitaria alla quale partecipano
attraverso scambi di ogni genere i popoli e le civiltà più diverse riduce
assai il ruolo di A. Toynbee come "precursore" della World history:
troppo grande è la sua insistenza sull'originalità, unicità, irriducibilità
e almeno in qualche misura (ma senza arrivare all'estremismo di O. Spengler)
incomunicabilità delle civiltà. Maggiore è stata certamente l'influenza
di F. Braudel, ma più per la sua capacità di tener conto di grandi sistemi
spaziali, ignorando i confini politici, che non per la sua concezione
della pluralità dei tempi storici, che può condurre a individuare distinte
temporalità per ogni civiltà: al contrario i world-historians sono
convinti dell'esistenza di un unico tempo storico.
RISULTATI E CRITICHE. I risultati della World history sono di un'importanza
più che evidente, specie quando si tratta di dare il giusto rilievo ai
centri primari di diffusione della civiltà (a partire dalla Cina), alle
vie di diffusione e alle "zone chiave del mondo": la via della seta o
l'oceano Indiano da un lato, la Bactriana, la Transoxiana e il Madagascar
dall'altro. L'approccio mondialista non è tuttavia esente da critiche.
La prima è anche la più ovvia: cancellando i dettagli e le divisioni artificiose
essa riesce a farci vedere degli insiemi, ma con il rischio di cadere
in generalizzazioni troppo facili e di lavorare più sui concetti che sui
documenti. In secondo luogo essa è, per sua natura, costretta a privilegiare
la circolazione (degli uomini, dei beni, delle idee) e gli scambi di civiltà,
optando sempre per il diffusionismo e ignorando eventuali evoluzioni
parallele senza contatti diretti. Recentemente, tuttavia, molti world-historians,
a partire dallo stesso McNeill (The Great Frontier. Freedom and Hierarchy
in Modern Times, 1984), hanno dato la giusta importanza al metodo
comparativo che analizza problemi in prospettiva mondialista ma confrontando
epoche diverse, senza necessariamente limitarsi a ricostruire una storia
unitaria che si svolge in un'unica temporalità. Inutile dire, poi, che
il punto di vista diffusionista può portare a esagerazioni e a forzature
indimostrabili (come accade al pur notevolissimo M. Bernal, Atena Nera.
Le radici afroasiatiche delle civiltà classiche, 1987, ed. it. 1990).
Ugualmente importante è una terza critica: la World history pensa
talora di essere l'unica storia legittima, mentre essa è invece solo una
delle storie possibili. Negare l'esistenza di storie autonome è una palese
assurdità come lo sarebbe, per eccesso di antieurocentrismo, sostenere
che tutto ciò che di rilevante è successo nell'Europa medievale dipende
dall'influsso del mondo arabo o della Cina. Ciò conduce, con la dovuta
cautela, a riabilitare l'originaria pluralità delle civiltà. Come ha scrittoil
sinologo J. Needham, anch'egli a suo modo cultore della World history
e acuto analizzatore della coppia scambio sviluppo indipendente, «tra
i cinesi e i loro vicini occidentali e meridionali intercorsero molti
più rapporti e si ebbero molte più interferenze di quanto non si sia spesso
supposto, ma ciò nonostante lo stile essenziale del pensiero e dei modelli
culturali cinesi mantenne una costante, sorprendente autonomia».
• G. Barraclough, Atlante della storia, 1945-1975, Laterza, Roma-Bari
1977; M.G.S. Hodgson, Rethinking World History. Essays on Europe, Islam
and World History, Cambridge University Press, New York 1993; A.G.
Frank, A Theoretical Introduction to 5000 Years of World System History,
in "Review", 1990; A.G. Frank, B.K. Gills (a c. di), The World system.
Five hundred Years or Five thousands?, Routledge, Londra-New York
1993.
S. Guarracino
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