Weber, M., L’etica protestante e lo spirito del capitalismo

(Sansoni, Firenze 1945 – Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus, Tubinga 1904-1905). Pubblicato per la prima volta nel 1904-1905 su rivista, lo scritto fu successivamente edito in volume come parte integrante della postuma Sociologia della religione (1920). La tesi di Weber è di quelle tanto semplici da dare facilmente adito a equivoci e travisamenti: vi sarebbe stato un rapporto di filiazione diretta tra la teologia e i principi di vita espressi da alcune confessioni riformate e la mentalità capitalistica. Weber prende le mosse, per illustrarla, da una constatazione: se si guarda alle confessioni religiose professate dai membri più notevoli della classe capitalistica e delle stesse "aristocrazie operaie" in un paese come la Germania, per esempio, dove esistono più confessioni religiose, si può notare che i capitalisti e gli operai di mentalità più moderna sono, in grande maggioranza, protestanti. Sarebbe facile rispondere che ciò avviene perché la Riforma incontrò il proprio successo soprattutto nelle zone più moderne e più ricche d'Europa. In realtà (questa è l'opinione di Weber), il rapporto tra confessione religiosa e mentalità capitalistica va rovesciato: fu la prima a dare origine alla seconda, e non viceversa. Per illustrare questo punto di vista Weber si premura innanzitutto di definire ciò che egli chiama lo «spirito capitalistico». Questo gli appare, sulla scorta delle osservazioni di Benjamin Franklin, come una tendenza a organizzare la propria vita e il proprio tempo in funzione del lavoro e del guadagno. Lo spirito capitalistico non si identifica nella brama di denaro, che tutte le epoche hanno conosciuto, ma piuttosto nella volontà di orientare ogni atto verso una progressiva accumulazione della ricchezza. Lo spirito capitalistico così definito è una caratteristica peculiare dell'Europa moderna e costituisce uno degli elementi che fissano la superiorità del modello occidentale di sviluppo (tema centrale, quest'ultimo, della riflessione weberiana). In quale modo questo spirito può essere ricondotto al protestantesimo? Occorre distinguere, secondo Weber, tra teologia protestante e pratica di vita dipendente da questa, e inoltre tra i vari tipi di confessione protestante. In generale si può dire che tema centrale della teologia protestante è la dottrina della predestinazione, secondo la quale un Dio dalla volontà imperscrutabile domina il destino dell'uomo, che in nessun modo può influire sulla decisione divina di destinare chi alla salvezza attraverso la grazia, chi alla dannazione. Di fronte a questa situazione l'uomo protestante non ha altra via, per verificare di far parte del numero degli eletti, che quella di attenersi a una condotta di vita moralmente irreprensibile. Nella costanza del lavoro, nella metodicità (metodisti erano chiamati, appunto, i membri di una di queste confessioni riformate), nella ferrea organizzazione del tempo, nella fedeltà a una propria "vocazione" in senso laico (Beruf, professione) egli trova modo di lenire il senso di angoscia che gli deriva dal timore di non essere in grazia di Dio. L'etica ferrea cui il protestante si attiene gli impedisce, d'altra parte, di dissipare il denaro guadagnato in divertimenti futili o in lussi. I guadagni sono costantemente reinvestiti e determinano quella accumulazione che è una caratteristica fondamentale dell'economia capitalistica. Serio, metodico, ordinato, il protestante mette in atto un tipo di condotta eminentemente razionale, le cui radici affondano, tuttavia, in qualche cosa che si distacca dalla sfera propriamente razionale, cioè in una morale di origine confessionale che nulla concede all'edonismo e alla soddisfazione delle gioie della vita. Questo "tipo ideale" di credente è riconducibile soprattutto al calvinista e, in misura minore, al pietista tedesco e al quacchero (mentre nessun elemento protocapitalista Weber riscontra nell'etica luterana).

COLLEGAMENTI E DISTINZIONI. Tale ``tipo" ha un precedente notevole, nella storia dell'occidente cristiano, nella figura del monaco, con una differenza essenziale, però: che mentre il monaco viveva la propria esperienza di lavoro e di preghiera nel chiuso del convento, il moderno "asceta" protestante la vive nel mondo, con tutte le conseguenze che questa secolarizzazione dell'ascetismo ha per l'evoluzione del sistema produttivo. Occorre inoltre ricordare che l'origine dell'etica protestante è veterotestamentaria: in questo senso la figura del protestante è per certi versi analoga, secondo Weber, a quella dell'ebreo, il cui dinamismo economico è altrettanto noto. Il fenomeno capitalistico era oggetto, al tempo di Weber, di studi come quelli di W. Sombart o E. Troelsch, cui Weber intese portare un proprio contributo. Si trattava di rovesciare la tesi di K. Marx secondo la quale le strutture materiali danno origine a sovrastrutture di tipo artistico, culturale o religioso. Secondo l'analisi di Weber le cose erano andate i modo diverso: la sovrastruttura, la religione, cioè, aveva contribuito a determinare la struttura. Ma era poi davvero questo il senso delle affermazioni di Weber? Le numerose distinzioni introdotte, l'imponente apparato di note (accresciuto ulteriormente nell'edizione del 1920) avevano come scopo quello di limitare la portata dell'assunto. Come Weber precisa nel saggio stesso, non si trattava di sostituire al determinismo marxista un altro determinismo, non meno cieco, ma di indagare sul contributo che certe forme della vita religiosa potevano aver dato alla crescita di taluni comportamenti economici, quelli capitalistici, appunto, all'origine dei quali stava, tuttavia, un'infinità di concause. Criticato su punti particolari (per esempio, nessun rapporto tra protestantesimo e capitalismo è stato riscontrato in Olanda), o per la sua impostazione generale (per H. Pirenne il capitalismo nasce già nel Medioevo, e dunque non può essere in alcun modo collegato alla Riforma; per H.R. Trevor-Roper si deve parlare di una decadenza della vita economica nel mondo cattolico dovuta all'azione conservatrice della chiesa post-tridentina e dello stato burocratico principesco), il saggio di Weber ha continuato, dal momento della sua uscita, ad alimentare il dibattito storiografico su temi centrali come il rapporto tra vita economica e vita religiosa e le forme assunte dalla modernizzazione in Europa.

L. Lazzerini