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Stati uniti, gruppi etnici negli
La grande rilevanza del fenomeno migratorio per la storia degli Stati uniti è racchiusa in pochi dati. Tra il 1783 e il 1819 gli Stati uniti accolsero circa 250.000 immigrati (per lo più inglesi, francesi e irlandesi), ma tra il 1819 e il 1855 ne arrivarono oltre quattro milioni, in gran parte dal Regno unito e dalla Germania. Le motivazioni dell'ondata migratoria erano eminentemente economiche. Le ripercussioni della rivoluzione industriale spingevano contadini e artigiani inglesi, irlandesi, scozzesi e tedeschi, privati della terra e delle loro occupazioni tradizionali, a cercare lavoro nelle manifatture e nelle terre libere d'America. A partire dalla metà dell'Ottocento la rapida industrializzazione degli Stati uniti e il miglioramento dei trasporti marittimi fornirono un forte incentivo all'immigrazione europea, così come a quella cinese in California. Il fallimento delle rivoluzioni europee nel 1848 stimolò inoltre un'emigrazione di carattere politico e religioso. Il movimento crebbe ancora (10.374.000 immigrati nel periodo 1861-1890, 3.688.000 nel 1891-1900 e 13.255.000 nel 1901-1915) fino a costituire quasi un terzo della crescita della popolazione statunitense. Fino al 1890 le etnie dominanti rimasero quelle dell'Europa nordoccidentale (inglesi, tedeschi, irlandesi e scandinavi), ma tra il 1890 e il 1915 la grande ondata della nuova immigrazione giunse prevalentemente dall'Europa orientale e meridionale (slavi, ebrei, italiani, greci). Circa ventisette milioni di persone, in prevalenza maschi, divennero così manodopera comune per la grande industria, consumatori e protagonisti della crescita urbana. In risposta al vertiginoso flusso migratorio sorsero ondate crescenti di nativismo che si espressero in varie forme di pregiudizio e discriminazione (i nuovi immigrati furono accusati di inferiorità razziale, di comportamenti politicamente radicali e socialmente destabilizzanti e furono spesso esclusi persino dai sindacati in quanto manodopera non qualificata che facilitava l'abbassamento dei livelli salariali). In conseguenza di tali atteggiamenti tra il 1917 e il 1924 furono varate leggi progressivamente più restrittive, che limitarono l'accesso agli Stati uniti dapprima in base al livello di alfabetizzazione e infine secondo un sistema di quote per nazionalità. Già nel corso dell'Ottocento l'affermarsi del fenomeno migratorio fu accompagnato da teorie diverse sul suo rapporto con la società statunitense e quindi sulla natura di quest'ultima: dalla fiducia ottimistica nella possibilità di integrare i nuovi venuti conformandoli alla cultura inglese (anglo-conformity) al desiderio che le diverse etnie si fondessero in un "crogiuolo" americano (melting pot), al puro assimilazionismo, fino alla sfiducia nella possibilità di americanizzare i nuovi immigrati, considerati refrattari all'assorbimento nella cultura sociale dominante. Ai primi del Novecento gli studiosi e soprattutto gli assistenti sociali impegnati nei quartieri d'immigrazio ne abbracciarono per lo più tesi assimilazioniste, temperandole però con una nuova attenzione alla conservazione delle culture d'origine. Da tale clima nacque una storiografia assimilazionista, il cui contraltare fu una letteratura priva di scientificità, prodotta per lo più da membri dei gruppi etnici, che enfatizzava i caratteri positivi del gruppo spesso attraverso l'apologia di un singolo personaggio. Solo al termine della grande immigrazione, negli anni Venti, gli storici riuscirono a guardare al fenomeno con maggiore distacco. A.M. Schlesinger nel 1921 li invitò a riconsiderare l'importanza dell'immigrazione per lo sviluppo storico del paese e nei decenni successivi si moltiplicarono le indagini sul retroterra culturale degli immigrati per studiare i fattori di conservazione della loro identità etnica e il peso che questa aveva nell'adattamento alla società statunitense. La storiografia si apriva alla sociologia e all'antropologia, agli studi sulla mobilità sociale, sulla struttura urbana e sulla famiglia. Ne sono esempi il libro di O. Handlin Gli sradicati (1951, ed. it. 1958), opera fondamentale di impianto ancora sostanzialmente assimilazionista, e i successivi lavori di R.J. Vecoli, che sottolineò sia la diversità dell'esperienza migratoria a seconda delle differenti provenienze nazionali e regionali, sia le resistenze culturali degli immigrati ai processi di americanizzazione e i loro peculiari percorsi di partecipazione politica e sindacale. A partire dagli anni Sessanta si assistette poi, in concomitanza allo sviluppo di movimenti di protesta delle minoranze, a una diffusa scoperta della etnicità. Il termine stesso ha origini molto recenti: secondo N. Glazier e D.P. Moynihan (Ethnicity: Theory and Experience, 1975) esso apparve per la prima volta sull'Oxford English Dictionary nel 1972, con il significato di caratteristica e qualità di un gruppo etnico. Il suo uso divenne poi estremamente flessibile. A partire dagli anni Settanta la scoperta dell'etnicità produsse una mole senza precedenti di studi e iniziative sul tema dell'immigrazione, con un notevole affinamento del dibattito storico e il passaggio degli immigrati da oggetti a soggetti della loro storia. Particolare importanza ebbe l'attività di centri di ricerca quali l'Immigration History Research Center dell'università del Minnesota, il Center for Migration Studies di Staten Island e il Balch Institute di Filadelfia. Agli studi sulle comunità si affiancarono ricerche sulla mobilità sociale, sulle catene migratorie, sui leader etnici, sulle strategie familiari, sulla storia delle donne, sulla partecipazione politica e sindacale, sui rapporti con la chiesa cattolica, sui temi della salute fisica e mentale, sul ruolo degli assistenti sociali, sui rapporti tra diversi gruppi etnici e tra questi e i neri. Sepolte le teorie assimilazioniste il dibattito si volse a una sofisticata discussione sull'invenzione dell'etnicità (W. Sollor, The Invention of Ethnicity, 1989), vista non più come dato stabile e primordiale, ma piuttosto co-me processo di costruzione continua nel tempo storico, in cui il gruppo etnico ridefinisce attivamente la propria solidarietà e identità collettiva e rinegozia continuamente i propri confini e i rapporti tanto con la cultura dominante che con gli altri gruppi immigrati. In un dibattito molto aperto a nuovi, suggestivi spazi di ricerca, di questa teorizzazione vengono criticate l'esaltazione della frammentazione rispetto al desiderio di unità nazionale e il rischio di un annullamento del concetto storico elaborato in trent'anni di studi etnici.
• J. Higham, Strangers in the Land: Patterns of American Nativism, 1860-1925, Atheneum, New York 1981; A.M. Martellone (a c. di), La questione dell'immigrazione negli Stati uniti, Il Mulino, Bologna 1980; S. Thernstrom, A. Orlov, O. Handlin (a c. di), Harvard Encyclopedia of American Ethnic Groups, Harvard University Press, Cambridge 1980; R.J. Vecoli, Ethnicity: A Neglected Dimension of American History, in H.J. Bass (a c. di), The State of American History, Quadrangle, New York 1990; V. Yans-McLaughlin (a c. di), Immigration Reconsidered, History, Sociology, and Politics, Oxford University Press, New York 1990.E. Vezzosi
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