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socialismo e socialdemocrazia
Il socialismo, storicamente definito come il programma delle classi lavoratrici
che si sono formate nel corso della rivoluzione industriale, ha segnato
e coinvolto tutta l'epoca contemporanea; i grandi eventi della storia
negli ultimi due secoli sono infatti connotati dalla presenza, in positivo
o in negativo, del socialismo.
IL PROBLEMA DEFINITORIO. Esso, secondo la gran parte delle interpretazioni
storiografiche e politologiche, è un prodotto della rivoluzione industriale
(G.M. Bravo, Le origini del socialismo contemporaneo, 1789-1848,
1974; Storia del socialismo, a c. di J. Droz, 1972-1978, ed. it.
1973-1981; G. Lichtheim, Le origini del socialismo, 1969, ed. it.
1970). Il termine socialista, infatti, anche se talvolta è stato
usato per designare il contrattualismo del Settecento e del primo Ottocento,
acquista il senso proprio, moderno, nei programmi di cooperazione tra
i lavoratori definiti nella prima metà del XIX secolo e negli opuscoli
di propaganda dei primi organizzatori quali R. Owen (What is socialism?,
1841) e P. Leroux (Sull'individualismo e sul socialismo, 1833).
Negli stessi anni, non a caso, appaiono anche i primi studi critici sulle
dottrine socialiste (L. Reyband, Studi sui riformatori o socialisti
moderni, 1842-1843; L. von Stein, Socialismo e comunismo nella
Francia d'oggi, 1842) in cui vengono usati, quasi come sinonimi, i
termini socialismo, comunismo, comunitarismo per
indicare varianti diverse di un movimento i cui scopi principali erano
quelli di denunciare le condizioni degli operai nel processo di trasformazione
industriale e di progettare una rifondazione della società su basi comunitarie,
promuovendo forme associative di vario genere. In questa prospettiva appare
chiaro come fosse giustificato l'uso del termine socialismo per
indicare tante personalità e correnti diverse. Questa generalizzazione
comunque appartiene prevalentemente alla storiografia contemporanea agli
eventi. Gli storici di oggi invece tengono a operare maggiori distinzioni.
In particolare Bravo (Il socialismo prima di Marx, 1970, e La
storia del socialismo 1789-1848, 1971) è particolarmente attento agli
usi del termine e a mettere in rilievo i profondi legami tra le analisi
dei protosocialisti e le linee di sviluppo delle loro idee in rapporto
alla realtà industriale del loro tempo. Al contrario G. Duveau (Sociologie
de l'utopie et autres essais, 1961) sottolinea il carattere "atemporale"
delle prime teorie socialiste e il loro contenuto profondamente utopistico,
mentre S. Rota Gribaudi (Il socialismo utopistico, in Storia
delle idee politiche, economiche e sociali, 1972) ritiene l'espressione
socialismo utopistico convenzionale per designare il movimento
complessivo del socialismo delle origini.
SOCIALISMO E MOVIMENTO OPERAIO. Quella parte della storiografia che più
si è impegnata a seguire l'evoluzione del rapporto tra socialismo e comunismo
ha sottolineato come, in origine, il primo venisse inteso come un movimento
bor-ghese e il secondo come un movimento della classe operaia. Con il
fallimento delle rivoluzioni del 1848 la contrapposizione di significati
tra socialismo e comunismo ha perso rilevanza e, come è stato evidenziato
dagli storici del movimento operaio (E. Dolléans, D.H. Cole, E.J.E. Hobsbawm,
W. Abendroth, G. Manacorda), il problema principale diveniva quello di
costituire organizzazioni operaie autonome e di ottenere per esse il diritto
di esprimersi liberamente e di avanzare rivendicazioni politiche (libertà
di stampa, allargamento del suffragio) ed economiche (diritto di sciopero,
contrattazione sindacale). Con la disgregazione sociale prodottasi dopo
la prima guerra mondiale e in conseguenza anche della rivoluzione russa
del 1917 la contrapposizione tra socialismo e comunismo tornava attuale
e si riproponeva nel dibattito tra leninismo e riformismo (M. Dobb, E.H.
Carr, Hobsbawm, G. Haupt). Nell'individuazione da parte degli storici
delle diverse fasi di sviluppo e affermazione del socialismo una distinzione
fondamentale è il passaggio dal socialismo utopistico al socialismo scientifico
così come è stato fissato da K. Marx e più ancora da F. Engels (L'evoluzione
del socialismo dall'utopia alla scienza, 1888) attraverso la definizione
di un programma di ricostruzione della società in cui diviene fondamentale
l'emancipazione del proletariato. L'importanza di tale passaggio sta nel
fatto che il socialismo non è più inteso come un principio "ideale", ma
come una necessità storica, una forza politica che propone un metodo scientifico
di analisi della società che ha i suoi punti di forza nel materialismo
storico e nella teoria del plusvalore come forma specifica dello sfruttamento
attuato dalla società industriale nei confronti della classe operaia (Marx).
Altro e diverso momento di crescita del socialismo è indicato, dagli storici
come dai politologi, nella formazione di un movimento politico della classe
operaia che si organizza in vista della gestione dello stato. Esemplare
in questa direzione il "caso" tedesco ampiamente studiato a partire da
F. Mehring nella classica Storia della socialdemocrazia tedesca
(uscita nell'edizione definitiva nel 1903) e successivamente da A. Rosenberg,
Abendroth, G. Roth. È il grande dibattito che si accompagna allo svolgersi
degli avvenimenti nei decenni di passaggio dalla prima alla seconda Internazionale,
quando vengono abbandonate le istanze immediatamente rivoluzionarie e
le prospettive anarchiche, mentre si opera la scelta della formazione
dei partiti nazionali, di marcata ispirazione riformista (Haupt, La
II Internazionale, 1964, ed. it. 1973). All'interno della seconda
Internazionale si delinearono le principali tendenze politiche predominanti
fino alla prima guerra mondiale, identificate dalla storiografia con il
modello delle socialdemocrazie.
LA SOCIALDEMOCRAZIA. Del concetto teorico e storico di socialdemocrazia
si sono avute molte letture e divergenti interpretazioni (L. Valiani,
Questioni di storia del socialismo, 1975) Generalmente esso viene
utilizzato per indicare l'insieme di quei movimenti socialisti che intendono
muoversi all'interno delle istituzioni liberali e accettano, pur con certi
limiti, la funzione positiva dell'economia di mercato e della stessa proprietà
privata (G. Arfè, Il socialismo riformistico e la socialdemocrazia,
in Storia delle idee economiche, 1972). La socialdemocrazia si
pone come spazio intermedio tra il riformismo e il socialismo rivoluzionario;
a differenza del primo ritiene le istituzioni liberali e democratiche
insufficienti a garantire un'effettiva partecipazione popolare al potere,
mentre si distingue dal socialismo rivoluzionario in quanto, pur ponendosi
in prospettiva critica nei confronti del capitalismo, non ritiene ancora
"maturi" i tempi per una sua radicale abolizione. Come sottolinea gran
parte della storiografia, il ruolo che si assicurarono i partiti socialdemocratici
nei decenni a cavallo tra XIX e XX secolo fu quello di lottare su due
fronti: da un lato contro il riformismo borghese, che avrebbe portato
il movimento operaio a legarsi troppo strettamente con il sistema capitalistico,
dall'altro contro l'avventurismo rivoluzionario, che avrebbe portato a
scontrarsi (e presumibilmente con gravi danni) con le strutture ancora
solide del sistema dominante. Tuttavia la socialdemocrazia non tende,
almeno in maniera prioritaria, a farsi garante della sopravvivenza del
sistema, ma del perpetuarsi all'interno dello stesso di uno spirito di
rinnovamento e di costante trasformazione; pur non aggredendo direttamente
il sistema, cioè, la socialdemocrazia non gli assicura quegli apporti
(per esempio, una partecipazione diretta al governo) che ne comprometterebbero
l'immagine di partito di sinistra che conserva intatte le speranze nella
rivoluzione. Scriveva K. Kautsky: «La socialdemocrazia è un partito
rivoluzionario, non un partito che fa delle rivoluzioni» (D. Settembrini,
Le basi teoriche della socialdemocrazia e del comunismo in K. Kautsky,
in Socialismo e rivoluzione dopo Marx, 1974). Gli anni tra i due
conflitti mondiali, con la proposizione di due modelli forti (quello sovietico
e quello fascista) segnarono per la socialdemocrazia un momento di netta
flessione, connotato dal dibattito teorico per l'affermazione della propria
identità. Socialismo e comunismo, espressione in quel momento di due culture
profondamente differenti, giunsero spesso anche allo scontro frontale,
in cui i socialisti vennero trattati da "socialtraditori" o "socialfascisti",
per ritrovare successivamente un progetto comune, di stretta collaborazione,
contro il fascismo e il nazismo (D.H. Cole, Comunismo e socialdemocrazia,
1958, ed. it. 1968; Socialismo e fascismo, 1960, ed. it. 1968).
Nel secondo dopoguerra in occidente la socialdemocrazia riassume un ruolo
di forza politica determinante, fino ad arrivare alla guida di numerosi
governi (in Germania, Gran Bretagna, Belgio e nei paesi scandinavi), in
grado di proporre significative trasformazioni come la nazionalizzazione
di alcuni settori produttivi, l'instaurazione di un'economia mista e il
raggiungimento di forme di sicurezza sociale per le classi lavoratrici
(B. Amoroso, Rapporto dalla Scandinavia, 1980). Le socialdemocrazie
contemporanee sono, così come traspare nell'azione (e nelle analisi di
storici, politologi e sociologi), partiti politici che hanno abbandonato
l'idea della divisione della società in classi contrapposte e quindi ogni
progetto rivoluzionario di stampo ottocentesco; del vecchio modello rimane
solo la prospettiva internazionalista che, rinnovata essa pure, ribadisce
il principio di un'azione comune tra tutte le forze socialiste dei singoli
paesi nel rispetto delle diverse storie nazionali, delle diverse situazioni
economiche, della pluralità delle tradizioni culturali e ideologiche.
• D.H. Cole, Storia del pensiero socialista, Laterza, Roma-Bari
1968; E. Dolléans, Storia del movimento operaio, Sansoni, Firenze
1968; W. Abendroth, Storia sociale del movimento operaio europeo,
Einaudi, Torino 1971.
F. Tarozzi
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