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scienza, storia della
I primi testi che si possono considerare in senso lato di storia della
scienza sono quelli di Aristotele e dei suoi allievi, in cui solitamente
alla trattazione di un problema veniva premesso un resoconto delle posizioni
assunte in precedenza da coloro che del medesimo problema si erano già
occupati. Questo tipo di preoccupazione fu presente in vari scritti delle
epoche seguenti, in particolare in quelli dei cultori di chimica alchemica.
Bacone nel XVII secolo sostenne la grande importanza filosofica di una
storia dello sviluppo della conoscenza della natura. Solo verso la fine
del XVIII secolo, comunque, comparvero scritti a opera di scienziati dedicati
esclusivamente al racconto storico: i necrologi per i soci delle accademie
reali di Londra e di Parigi, le storie dell'elettricità (1767) e dell'ottica
(1772) dello scienziato britannico J. Priestley e, a un livello qualitativo
superiore, la grande storia della matematica (1758) del funzionario del
re di Francia, cultore di geometria, J.E. Montucla.
LO SPECIALISMO ERUDITO. All'inizio del XIX secolo in Germania comparvero
in modo sistematico storie delle varie discipline scientifiche scritte
da studiosi appartenenti alla scuola di Gottinga: A. Kästner per la matematica
(17961800), J. Fischer per la fisica (1801-1808), J. Gmelin per la chimica
(1797-1799), J. Beckmann per la tecnologia (1784-1805). Tale mole di lavoro
aveva esclusivamente intenti cronachistici e compilativi e se proprio
un disegno interpretativo vi si può ritrovare questo è dato dalla convinzione
che lo sviluppo scientifico sia un lineare e graduale avvicinamento alla
verità. Nei decenni seguenti, sempre in Germania, vi fu una crescita di
studi, grazie anche all'assetto istituzionale favorevole che si venne
a creare nell'organizzazione della cultura tedesca. Furono scritte ampie
monografie dedicate alle singole discipline: H. Kopp si occupò della chimica
(1843-1847), F. Kobell della mineralogia (1864), J. Carus della zoologia
(1872), J. Sachs della botanica (1875), M. Cantor della matematica (1880-1908),
A. Heller (18821884) e F. Rosenberger della fisica (1882-1890). Gli autori
erano perlopiù scienziati militanti che miravano, quasi sempre con erudito
gusto antiquario, a ricostruire nei dettagli gli sviluppi tecnici della
propria disciplina, senza interesse per prospettive culturali più ampie,
sebbene alcuni, come Kopp, avanzassero critiche alla concezione dominante
che vedeva la storia della scienza come un progresso lineare fino alla
verità del presente. Nell'ultima parte del secolo alcuni grandi scienziati
tedeschi, come W. Ostwarld e E. Du Bois-Reymond, enfatizzarono l'importanza
della storia della scienza disciplinare, positivista, contrapponendola
allastoria tradizionale incentrata su guerre e diplomazia politica e definita
sdegnosamente «storia borghese». Anche in Gran Bretagna si
sviluppò una trattatistica di questo genere, con le classiche biografie
di Newton scritte da D. Brewster (1831 e 1855), la storia della chimica
di T. Thomson (1830-1831), la storia delle teorie dell'attrazione e la
storia del calcolo delle variazioni di I. Todhunter (1861 e 1873). Eccezione
rimarchevole fu la storia "filosofica" delle scienze induttive di W. Whewell
(1837), che era però una illustrazione delle idee filosofiche dell'autore,
piuttosto che un tentativo di ricostruzione storica.
LE PRIME OPERE GENERALI. In Francia la storia della scienza ebbe un significato
e un valore più marcatamente filosofico in forza dell'influenza del positivismo
comtiano: essa doveva non solo ricostruire il passato con rigore documentario,
ma anche mostrare la natura e i caratteri del procedere della ragione
nella conoscenza della natura attraverso il metodo sperimentale, in opposizione
a tutte le forme di cultura mitologica. Una storia con simile valenza
filosofica non poteva frantumarsi in storie disciplinari, ma era obbligata
a configurarsi come storia unitaria, generale. Nel 1892 venne fondata
al Collége de France la prima cattedra di storia generale delle scienze.
Principale ispiratore di questa storiografia unitaria e filosoficamente
impegnata fu P. Tannery. Nella prospettiva da lui sostenuta furono scritte
alcune opere che tentavano di tracciare una mappa dello sviluppo generale
della scienza nel suo insieme, come quella di F. Dannemann (1910-1913)
o la cronologia di L. Darmstaedter (1906), ma nonostante le loro ambizioni
esse si rivelarono ben presto superate. L'abbandono dello specialismo
erudito fu cercato, negli anni a cavallo tra i due secoli, anche da una
prospettiva differente, che vedeva la storia della scienza come illustrazione
e sostegno di una concezione epistemologica determinata. I massimi esponenti
di questa storiografia furono E. Mach, da un punto di vista fenomenista,
e P. Duhem, fautore di una concezione della scienza ipotetico-deduttiva,
ma anche autore di importanti contributi di ricerca documentaria soprattutto
sulla scienza medievale.
I PRIMI DECENNI DEL NOVECENTO. Con l'inizio del nuovo secolo prese avvio
una sistemazione istituzionale della storia della scienza, con la fondazione
di associazioni nazionali, quali la Gesellschaft für Geschichte der Medizin
und der Naturwissenschaften (fondata nel 1901), l'apertura di corsi universitari
e l'organizzazione di congressi internazionali: la prima conferenza internazionale
dedicata alla storia della scienza si tenne a Parigi nel 1900. È da notare
che la professionalizzazione della storia della medicina avvenne con un
certo anticipo rispetto a quella della storia della scienza e che la storia
della medicina assunse un carattere indipendente rispetto alla storia
della scienza, carattere mantenuto anche in seguito. Mentre il pro getto
di una storia della scienza unitaria e portatrice di una visione filosofica,
asse centrale di un nuovo umanesimo, veniva sostenuto con forza negli
Stati uniti da C. Sarton, fondatore di "Isis", il più autorevole periodico
dedicato alla storia della scienza, da H. Berr in Francia, da C. Singer
in Gran Bretagna e dall'italiano A. Mieli, di fatto la storia della scienza
rimase nel primo dopoguerra storia disciplinare, specialistica, sviluppandosi
enormemente in estensione e continuando spesso a caratterizzarsi per un
forte antiquarismo erudito. La filosofia della scienza dominante tra le
due guerre, il neopositivismo, nutrì, d'altra parte, un profondo disinteresse
nei confronti della storia della scienza. In Francia si affermò tuttavia
una corrente filosofica fortemente interessata alla scienza, con E. Meyerson,
L. Brunschvicg e, soprattutto, con G. Bachelard, che seppe stimolare la
ricerca storica, ritenuta campo d'azione di fondamentale importanza per
il filosofo il quale trae indicazioni sulla natura della ragione umana
considerandola all'opera, in quanto produttrice di conoscenza scientifica.
Il pensiero di Bachelard, in particolare, influenzò molti storici francesi
del secondo dopoguerra. Un'importante novità nel campo di studi fu introdotta
dal contatto con gli storici sovietici, avvenuto al secondo congresso
internazionale di storia della scienza tenutosi a Londra nel 1931. I sovietici
presentarono una concezione marxista della disciplina prendendo in esame
la dipendenza della produzione intellettuale da fattori economici, sociali,
politici. L'esempio dei sovietici, di B. Hessen in particolare, stimolò
un gruppo di scienziati-storici britannici, come J.D. Bernal e J. Needham,
a intraprendere ampi programmi di ricerca storiografica su basi marxiste.
Verso l'introduzione nella storia della scienza di considerazioni sul
contesto socioeconomico in cui erano sorte e si erano sviluppate le idee
scientifiche spinse anche il lavoro di studiosi di sociologia, come per
esempio R. Merton, che prestarono la loro attenzione allo sviluppo scientifico.
Di rilievo, anteriormente alla prima guerra mondiale, fu l'opera di studiosi
di storia della medicina quali R.H. Shryock e H.E. Sigerist, che si occuparono
diffusamente dei rapporti tra medicina e società. Sempre tra le due guerre
si affermò un indirizzo opposto, ma altrettanto innovativo, legato principalmente
alla figura del francese A. Koyré il quale, dopo molti studi sulla storia
della filosofia, pubblicò Studi galileiani (1939, ed. it. 1979),
testo che segnava la comparsa della storia fondata sull'"analisi concettuale".
Nell'approccio di Koyré la scienza è concepita come una attività puramente
intellettuale, che risente di influssi filosofici e religiosi, ma non
subisce spinte significative né da parte della tecnologia, né da parte
della strumentazione. Per il filosofo francese la tecnologia e gli strumenti
scientifici sono l'incarnazione di una teoria e non hanno rilevanza per
lo sviluppo della scienza moderna. Coerentemente con questa convinzione
egli sostenne che la storia dell'astronomia dopo Copernico non doveva
quasi nulla al telescopio di Galileo. Fortemente influenzato da E. Husserl,
Koyré indicò quale compito primario per lo storico quello di individuare
le «intuizioni profonde» che avevano orientato tutta l'opera
dei grandi scienziati del passato nella loro ricerca della verità. Particolare
attenzione per lui va prestata a quelle intuizioni che hanno costituito
dei significativi mutamenti rispetto alle concezioni antecedenti. Egli
si sforzò pertanto di chiarire per quali aspetti le idee fondamentali
della scienza moderna fossero radicalmente differenti da quelle della
scienza antica, sostenendo una visione sostanzialmente discontinuistica
del procedere scientifico, che si differenziava per questo dalla storiografia
positivista. L'analisi compiuta da Koyré della rivoluzione scientifica
ebbe il merito di attirare l'attenzione degli storici sulla rilevanza
del legame tra scienza, filosofia e religione.
IL SECONDO DOPOGUERRA. L'opera di Koyré, che mostrava una finezza d'indagine
concettuale del tutto nuova per la storia della scienza, indusse nel secondo
dopoguerra molti storici ad allargare la propria metodologia, prestando
più attenzione a fattori in precedenza trascurati di fatto, anche se non
programmaticamente, come l'influenza delle idee religiose e metafisiche
sulla scienza. A riorientare gli studi in questa stessa direzione contribuì
anche il britannico H. Butterfield, uno storico generale che nel 1949
pubblicò un volume di enorme successo sulle origini della scienza moderna,
considerate sotto una prospettiva culturale molto ampia. Anche se nelle
impostazioni di ambedue gli studiosi era presente una forte attenzione
per le idee religiose e filosofiche degli scienziati, rimaneva pur sempre
ferma la convinzione che la scienza fosse essenzialmente una ricerca della
verità e che le forme assunte dal progressivo avvicinamento alla verità
costituissero l'oggetto fondamentale dello storico. La metafisica, la
religione degli scienziati erano considerate come precondizioni di sviluppi
importanti verso le teorie moderne, in larga misura però indipendenti
e separabili dalle teorie stesse. Quanto al legame delle teorie con la
società, le istituzioni, la tecnologia, le pratiche del passato, tutto
ciò era considerato irrilevante ai fini della comprensione della verità
teorica della scienza. Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale
la storia della scienza venne riconosciuta, soprattutto nei paesi anglosassoni,
come disciplina di una certa importanza ed ebbe una grande espansione
a livello istituzionale, con conseguente crescita del numero di storici
di professione e intensificazione della specializzazione. L'approccio
più largamente seguito fu quello dell'analisi teorico-concettuale ispirata
al modello di Koyré e produsse una ricca messe di studi tesi a chiarire
il mondo delle idee scientifiche. Fra i più eminenti rappresentanti di
questo indirizzo vanno ricordat M. Clagett, I.B. Cohen, C.C. Gillispie,
H. Guerlac, T.S. Kuhn, A.R. Hall, insieme ai loro primi allievi quali
M. Boas, J. Greene, H. Woolf, M.B. Hesse, M. Hoskin, W. Coleman, E. Mendelsohn,
A.G. Debus. Il modello ispirato a Koyré cominciò negli anni Sessanta a
essere messo seriamente in discussione anche in forza dei risultati ottenuti
da quegli stessi studiosi che ne erano influenzati. Da un lato apparivano
infatti sempre più determinanti gli influssi esercitati dalla filosofia
e dalla religione sulla struttura teorica della scienza (gli studi su
Newton furono decisivi nel generare questo riorientamento prospettico);
dall'altro lato veniva in evidenza come forme culturali in precedenza
ritenute ben distinte dalla razionalità scientifica e ininfluenti su di
essa dal XVI secolo in poi, come la magia e l'alchimia, avevano invece
giocato un ruolo non trascurabile nella nascita della scienza moderna
e nella sua successiva affermazione (una parte importante ebbero a questo
riguardo gli studi su Paracelso e la sua influenza su Bacone e, ancora,
su Newton). La scoperta di nessi forti fra religione, metafisica e concetti
scientifici suggeriva la possibilità di estendere le connessioni fino
ad arrivare a comprendere nel discorso storico anche le condizioni sociali
in cui nel passato si sono sviluppate religione e filosofia e, dunque,
la scienza stessa. L'interesse per una storiografia della scienza che
prendesse in considerazione aspetti sociologici non era venuto meno in
studiosi come B. Barber o J. Ben-David. Tuttavia fino agli anni Sessanta
gli studi sociologici della scienza, peraltro non numerosi, si proponevano
di determinare le condizioni che avevano influito sul livello della produttività
scientifica, oppure di tratteggiare il ruolo sociale dello scienziato,
ma non partivano dal presupposto che i contenuti concettuali, cognitivi
della scienza si potessero ricondurre a un'analisi socioeconomica. Durante
gli anni Sessanta tale orientamento venne mutando sia per quanto andavano
scoprendo gli storici "internisti", sia sotto la spinta dei forti movimenti
giovanili di protesta che contestarono, tra l'altro, la scienza come prodotto
ideologico del potere economico. Da ciò emerse un approccio storiografico
volto a esplorare la possibilità di spiegare le categorie scientifiche
in base alle condizioni economico-sociali in cui esse sorsero (M. Jacob,
P. Rattansi, C. Webster, S. Shapin, M. Berman, C.E. Rosenberg, P. Forman,
R. Porter). A questo esito contribuirono anche le discussioni avvenute
in seno alla filosofia della scienza, in modo particolare quelle sorte
attorno al libro di T.S. Kuhn sulla natura delle rivoluzioni scientifiche,
discussioni che conducevano, pur da prospettive differenti, all'impossibilità
di concepire la scienza come un'impresa rivolta alla conquista della verità
sulla base della ragione e dell'esperienza, e dunque invitavano a prendere
in considerazione alcuni fattori storici in precedenza considerati irrilevanti.
Nel corso degli anni Settanta e Ot-tanta si è assistito a un proliferare
di impostazioni storiografiche dovuto sia all'aumentata complessità dell'oggetto
storiografico rappresentato dalla storia della scienza, che è venuta
via via arricchendosi di un gran numero di aspetti socioeconomici e culturali,
sia alla crescita notevole di ricercatori, istituzioni e periodici che
vi si sono dedicati. Vi è stata una sempre più spinta specializzazione
per problemi, epoche storiche, paesi, e si sono moltiplicate le metodologie,
spesso mutuate da altre discipline, come la sociologia, l'economia, l'antropologia.
Il baricentro delle ricerche si è spostato dal periodo antico a quello
moderno-contemporaneo e la matematica e la fisica non sono ormai più oggetti
di indagine privilegiati, ma sono state affiancate dalla biologia, dalla
chimica, dalla geologia. La scienza emerge, dalla visione che offre questa
storia rinnovata, come un'attività umana dotata di complessità, importanza
culturale, sociale ed economica impensabili fino a pochi anni fa.
R. Maiocchi
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