Romanticismo

Il termine romantico nacque in ambiente letterario e fu usato per la prima volta nel 1798 da F. von Schlegel che lo applicò alla letteratura considerata "moderna", in contrapposizione a quella antica e "classica". Esso venne esteso nell'Ottocento alla filosofia, all'arte, alla scienza, alla politica. L'ampiezza d'uso ha posto notevoli problemi agli studiosi, fino ad arrivare a diverse correnti interpretative: chi lo restringe al solo insieme dei movimenti letterari europei che si richiamarono a esso nella prima metà del secolo XIX (R. Wellek), chi lo collega con un mutamentodella sensibilità avvenuta alla fine del Settecento e vivo ancora oggi (M. Praz), chi infine lo considera uno dei due poli fra cui oscilla continuamente la spontaneità dell'uomo nei vari momenti storici. Le opinioni, poi, variano anche sull'omogeneità europea del fenomeno e sulle diversità delle sue manifestazioni nazionali. Di certo pare opportuno parlare, piuttosto che di un unico romanticismo, di tanti romanticismi che si sono sviluppati diversamente nelle varie fasi storiche e nei vari paesi d'Europa; in comune essi avevano la ricerca della lingua nazionale, l'esaltazione dello spirito del popolo (ovvero del carattere nazionale) e dei sentimenti, l'individuazione di una "nuova mitologia", fondamento di una nuova poesia. Questo insieme di stili mentali e di aspirazioni aveva anche riflessi politici (individuabili nell'opposizione al dispotismo illuminato, al governo giacobino e napoleonico, al sistema restaurato dopo il congresso di Vienna), ma non era un movimento politico. Significativo il giudizio espresso da Mazzini nel 1829, che definiva romanticismo «vocabolo indeterminato e tale che ad ognuno riesce facile l'applicarvi la propria chimera». Pur affermando come non si sia mai realizzato un movimento o partito romantico, gli storici hanno tuttavia evidenziato come sia esistita una democrazia romantica, un socialismo romantico, un nazionalismo romantico. I romantici delle varie scuole sono stati accomunati dall'aspirazione a una condizione presente o futura in cui lo sviluppo di ogni personalità potesse avvenire senza implicare ingiustizie o aprire a dolorose conflittualità. La grande forza critica del romanticismo politico, riconosciuta anche dai suoi avversari, sta nell'aver colto l'esigenza di un diverso rapporto tra individuo e società basato su un giusto equilibrio e sull'idea di un progresso che non fosse rivoluzionario, ma costruttore di rinascita e di civiltà.

• C. Schmitt, Romanticismo politico, Giuffrè, Milano 1981; Aa.Vv., Romantisme et politique, Colin, Parigi 1969.

F. Tarozzi