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Rivoluzione americana
Un evento così straordinario come la vittoriosa ribellione delle colonie
inglesi d'America contro la madrepatria britannica, principale potenza
mondiale, indusse gli stessi partecipanti a farsene narratori. Chi, infatti,
ne raccontò fra i primi motivazioni e percorsi fu spesso spinto dalla
necessità di spiegare i propri comportamenti: adesione alla ribellione
o lealtà verso la corona britannica.
LEALISTI E PATRIOTI. Per lealisti come J. Boucher e T. Hutchinson la rivoluzione
fu un atto di illegalità del popolo minuto sobillato da radicali inglesi
emigrati, ceti mercantili insofferenti dei controlli britannici e politicanti
ambiziosi di liberarsi dai vincoli dell'impero. La storiografia patriottica
rispose sottolineando il nesso fra gli ideali di libertà ed eguaglianza
della prima rivoluzione cromwelliana, ben radicati nelle tradizioni religiose
e sociali delle colonie nordamericane, e l'opposizione di queste ultime,
in nome degli stessi antichi ideali, alle imposizioni del parlamento inglese.
Il primo grande storico della rivoluzione, G. Bancroft, a metà del XIX
secolo si basò su una vasta documentazione e su questa storiografia iniziale.
Preoccupato delle lacerazioni prodotte nel tessuto nazionale dalla guerra
civile americana, Bancroft caricò la sua visione delle cause del la rivoluzione
di significati teleologici ed escatologici. Nella sua interpretazione
le colonie avevano coltivato un sentimento di libertà e di identità nazionale
che si manifestò come espressione dell'unità di un popolo durante la rivoluzione,
e ottenne poi sistemazione giuridica nella costituzione. Da questa visione
di una società unita e ideale erano espunti gli elementi contraddittori
già sottolineati dai lealisti: le tensioni sociali, la violenza e gli
atti di guerra civile. Il dibattito poi si allargò: la rivoluzione era
stata veramente così provvidenzialistica come sosteneva Bancroft? Così
idealisticamente condivisa dai coloni ormai popolo e quasi incruenta,
almeno fino a quando non si trasformò in guerra vera e propria?
I REVISIONISMI. Dalla fine del XIX secolo apparvero una serie di "revisionismi"
che, pur non cancellando le immagini ormai consolidate della rivoluzione,
esplorarono in profondità la complessità dei suoi motivi. Gli storici
della storiografia imperiale cercarono di collocare la rivoluzione
nel più ampio contesto economico e giuridico dell'impero britannico. Essi
sottolinearono sia i ritardi di quest'ultimo nell'adeguarsi agli sviluppi
commerciali e culturali delle colonie, sia le esigenze di autonomia politica
ed economica di forze coloniali in ascesa. La storiografia progressista
enfatizzò invece le tensioni interne delle colonie, che spinsero strati
sociali assai diversi a condividere le aspettative di cambiamento insite
nella ribellione: fra gli abitanti dell'interno e quelli di città, fra
chi partecipava a un'economia commerciale e chi a una di sussistenza,
fra elite dagli interessi internazionali e piccoli produttori locali,
artigiani o agricoltori. La rivoluzione, secondo i progressisti, fu combattuta
tanto per ottenere l'autogoverno (e fu quindi lotta per l'indipendenza)
che per affermare gli interessi di specifici gruppi sociali, come lotta
fra le classi. Questa impostazione storiografica, già delineata da C.
Becker nel 1909, trovò una chiara formulazione nel libro di J.
Franklin Jameson, La Rivoluzione americana come movimento sociale
(1926, ed. it. 1975). In sintonia con la sensibilità contemporanea verso
i problemi sociali delle conglomerazioni urbane e degli ineguali rapporti
di produzione, i progressisti individuavano negli strati meno abbienti
del periodo rivoluzionario quell'insofferenza per le proprie condizioni
e quell'incentivo a riformare il presente che lavoratori e immigrati stavano
manifestando nei primi decenni del XX secolo. Alfiere di questo impegno
fu C. Beard che, nell'Interpretazione economica della costituzione
(1913, ed. it. 1959), sostenne la tesi dell'esito conservatore della rivoluzione:
le sue conquiste più democratiche erano state mortificate dall'ordinamento
costituzionale elaborato dai detentori di capitali. Nei decenni successivi
il dibattito ruotò intorno alle tesi "progressiste". Le confutazioni più
decise dell'interpretazione conflittuale della rivoluzione emersero negli
anni Cinquanta, nel clima della guerra fredda e della cultura storiografica
del consenso, quando l'apparente immunità degli Stati uniti dalle
tentazioni autoritarie e rivoluzionarie europee indussero molti intellettuali
a interrogarsi nuovamente sui caratteri originari dell'esperienza statunitense
e ad affermarne l'eccezionalità (eccezionalismo). A differenza di
quella europea, la storia americana appariva basata sul consenso dei governati
ai propri governanti, sull'assenza di conflitti di classe e sulla fiducia
nelle istituzioni repubblicane. Enfatizzare le virtù della rivoluzione
e della risultante democrazia basata su consenso, eguaglianza e mobilità
sociale (i tratti evidenziati da L. Hartz, D. Boorstin e R. Hofstadter)
divenne così anche un modo per contrapporsi all'ideologia comunista in
nome del liberalismo di origine anglosassone che proprio nella rivoluzione
statunitense, secondo questa storiografia, aveva trovato la sua più compiuta
formulazione. Affermando l'esistenza di una comune cultura politica nelle
colonie, questi studi indussero altri studiosi a verificare la reale diffusione
della consapevolezza del valore della libertà. Su questo tema diede un
contributo originale B. Bailyn, che vide nella rivoluzione una lotta principalmente
ideologica, di tipo costituzionale e politico, in cui alcuni concetti
di filosofia politica di origine britannica vennero profondamente trasformati,
fino a contenere non più solo le istanze dell'individualismo lockiano,
ma anche quelle del pensiero radicale inglese e puritano, più attento
alle esigenze della comunità e alla responsabilità del potere. Bailyn,
tuttavia, ridimensionava il peso della competizione fra gruppi sociali
ed economici in una visione unitaria della compagine coloniale.
NUOVE PROSPETTIVE. Il nuovo clima politico e culturale degli anni Sessanta
aprì altre prospettive storiografiche. Metodologie quantitative (J. Turner
Main) rivelarono che la povertà e le distinzioni di classe esistevano
nelle colonie e che la rivoluzione non ne risolse i problemi. La decodificazione
della mentalità, delle aspirazioni e delle delusioni del popolo minuto
(J. Lemish, E. Countrymen, J. Alexander) permise di individuare motivazioni
diverse da quelle ideologiche nell'adesione al moto rivoluzionario di
strati distinti di popolazione. In questa nuova storia sociale la rivoluzione
non era più l'elemento fondante di un'identità nazionale univoca, ma un
momento detonante in cui il convergere di una pluralità di tensioni e
aspirazioni creava un contesto aperto al confronto. G.B. Nash ha ben riassunto
questa complessità integrandovi il ruolo, ancora da approfondire, della
cultura religiosa dell'epoca rivoluzionaria nella coscienza politica dei
partecipanti. La storiografia americana ora indaga le novità politiche
introdotte dalla rivoluzione e si chiede quali gruppi sociali ne abbiano
tratto veri miglioramenti in termini di cittadinanza e quali invece, come
le donne e gli schiavi, ebbero almeno temporaneamente a perdere dai nuovi
assetti istituzionali
• T. Bonazzi (a c. di), La Rivoluzione americana, Il Mulino, Bologna
1977; G. Wood, The Creation of the American Republic, 1776-1787,
University of North Carolina Press, Chapel Hill 1969; J.P. Green, The
Reinterpretation of the American Revolution, 1763-1789, Harper & Row,
New York 1968; G.B. Nash, The Urban Crucible. Social Change, Political
Consciousness, and the Origins of the American Revolution, Harvard
University Press, Cambridge 1979.
S. Garroni
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