Riforma protestante

Il ruolo di grande rilievo nell'ambito del XVI secolo ("cerniera" fra il Medioevo e l'Età moderna) ha da lungo tempo assegnato ai problemi interpretativi del fenomeno della Riforma una collocazione centrale nella storiografia religiosa e non religiosa dedicata a quella stagione storica.

LE BASI STORIOGRAFICHE. Se si prescinde dalle letture retrospettive che vennero offerte dagli stessi protagonisti della prima generazione del movimento riformatore (in particolare M. Lutero, H. Zwingli, G. Calvino, F. Melantone), tra le più antiche ricostruzioni storiche prodotte in ambito protestante possono essere ricordati il Chronicon Carioni (1532) e il De statu religionis et reipublicae Carolo quinto Caesare di J. Sleidan (1555). Entrambe privilegiavano una prospettiva di storia politico-istituzionale e sostenevano di fatto, pur nel tono distaccato della narrazione, le ragioni della Riforma e dei suoi esponenti "ortodossi": sia contro le posizioni di un cattolicesimo romano accusato di aver travisato il modello offerto dalla chiesa delle origini, sia contro quelle "deviazioni" che erano sorte come perturbatrici nel seno dello stesso protestantesimo e che erano principalmente individuate da quegli autori nelle posizioni anabattiste. L'ottica sostanzialmente apologetica che sovrintendeva a queste opere non impedì che esse rimanessero a lungo un solido punto di riferimento anche al di fuori dell'area riformata. Vi attinsero, tra l'altro, opere di provenienza cattolica, seppure con forti venature giurisdizionaliste, come la Istoria del concilio tridentino di P. Sarpi (1619) e la Storia ecclesiastica di C. Fleury (1690-1720) nella continuazione di J.C. Fabre, opere che a loro volta furono lette e utilizzate tra Seicento e Settecento da altri storici protestanti, vicini, come nel caso di G. Arnold e più remotamente di J.L. Mosheim, alle correnti radicali della Riforma. Questa sorta di contaminazione tra storiografia riformata e storiografia cattolica (o più propriamente tra i settori di entrambi gli schieramenti più ostili al processo di istituzionalizzazione che aveva coinvolto prima il cattolicesimo e poi le stesse chiese riformate) non va peraltro al di là degli episodi ricordati. Le linee interpretative della Riforma che più largamente e più a lungo prevalsero in ambito cattolico furono infatti quelle esplicitamente controversistiche che avevano sorretto la preparazione degli Annali ecclesiastici (1588-1607) dell'oratoriano C. Baronio: la continuazione dei quali, per opera di altri membri dell'Oratorio, giunse di fatto sino al 1585, comprendendo quindi anche la crisi del XVI secolo.

RIFORMA E MODERNITÀ. Tra Settecento e Ottocento, dapprima in ambito illuministico e poi sotto l'effetto della stagione rivoluzionaria, laRiforma venne sempre più chiaramente proposta, come nel ben noto caso di G.W.F. Hegel, come momento originario e innescante del processo di modernizzazione della società occidentale. Un processo sviluppatosi attraverso varie tappe che, durante e dopo la Restaurazione, furono interpretate secondo due contrapposte e stereotipe chiavi di lettura: quella di orientamento laico, che vedeva nella Riforma il nucleo primario del cammino percorso in seguito dalle idee di libertà, democrazia ecc.; l'altra, di matrice cattolica ultramontana, che nella Riforma vedeva il primo di una catena di "errori" storici che avevano portato allo sconvolgimento di quei valori di autorità, ordine sociale, disciplina complessiva, sui quali si era fondata la società cristiana prima medievale e poi di ancien régime. Lo sviluppo delle discipline storiche e il forte sentimento nazionale che segnarono culturalmente e ideologicamente il XIX secolo portarono a metà Ottocento alla pubblicazione da parte di L. von Ranke della monumentale Deutsche Geschichte im Zeitalter der Reformation (1839-1847; Storia della Germania nell'età della Riforma), considerata ancora oggi, per quanto legata al suo tempo, un esempio di metodo e di finezza interpretativa. L'opera, che restava legata per tanti versi a quella prospettiva politico-istituzionale già sviluppata tra gli altri da J. Sleidan e da P. Sarpi, costituì in certa misura uno spartiacque tra la storiografia protestante più debitrice a istanze apologetiche e la stagione di studi che dalla fine dell'Ottocento (è del 1883 il primo volume dell'edizione critica degli scritti di M. Lutero) vide l'applicazione alla Riforma del metodo storico-critico.

DIVERSIFICAZIONI FECONDE. Nel corso del Novecento le linee di lettura che avevano sino ad allora caratterizzato tali ricerche si sono notevolmente frammentate. Del resto, mentre in ambito cattolico vigeva un sostanziale monolitismo, in area protestante si era già manifestata una relativa diversificazione di orientamenti. Autori come E. Troeltsch (Il significato del protestantesimo per la formazione del mondo moderno, in "Historische Zeitschrift", 1906) privilegiarono ancora una lettura globale del fenomeno, ma più in generale (sulla scia di contributi esterni alla storiografia confessionale e di grande acutezza, quali il saggio di L. Febvre Un quesito mal posto. Le origini della Riforma francese e il problema generale delle cause della Riforma, in "Revue historique", 1929) ci si soffermò su aspetti specifici e spesso originali della ricerca. Ebbero così un certo sviluppo sia taluni filoni di indagine legati all'attenzione per i fenomeni sociali (classico, al riguardo, il caso della storiografia marxista rispetto alla guerra dei contadini in Germania e a T. Müntzer), sia, in ambito storico-religioso, l'interesse per le frange marginali ed eterodosse della Riforma; interesse che avrebbe tra l'altro portato in Italia al classico lavoro di D. Cantimori, Eretici italiani del Cin quecento (1939) e alle successive ricerche di diversi suoi allievi (C. Ginzburg, A. Rotondo). Il progresso novecentesco compiuto nelle varie chiese del movimento ecumenico ha infine portato a una parziale revisione delle precedenti posizioni storiografiche cattoliche sulla Riforma e i suoi protagonisti: posizioni ancora apertamente sostenute a inizio secolo nei lavori di H. Grisar e H. Denifle dedicati a M. Lutero. A partire soprattutto da La riforma in Germania (1942, ed. it. 1979-1981) di J. Lortz e dai contemporanei studi di H. Jedin sul Cinquecento religioso e sul concilio di Trento si è infatti assistito a un progressivo, benché ancora incompleto, abbandono delle tesi controversistiche del passato per giungere a un'analisi più distaccata ed equilibrata della Riforma.

• D. Cantimori, Interpretazioni della Riforma protestante, in Id., Storici e storia, Einaudi, Torino 1971; D. Menozzi, Riforma o rivoluzione? Recenti contributi al dibattito sulla Riforma protestante, in "Annali dell'Istituto storico italo-germanico in Trento", 1975; V. Vinay, Storiografia della Riforma degli ultimi decenni, in La Riforma protestante, Paideia, Brescia 1970.

G. Battelli