partiti politici

In senso lato, organizzazioni stabili e strutturate miranti alla conquista e all'esercizio del potere politico. In termi ni più analitici (K. von Beyme, I partiti politici nelle democrazie occidentali, 1982, ed. it. 1987), organizzazioni che assolvono a quattro funzioni tipiche: la definizione degli obiettivi (ideologie e strategie); l'articolazione e l'aggregazione degli interessi in domande politiche; la mobilitazione e la socializzazione dei cittadini, specie con riferimento alle elezioni; il reclutamento delle elite e la formazione dei governi.

UN FENOMENO RECENTE. In quanto strutture stabili che svolgono principalmente la funzione politica di aggregazione degli interessi, i partiti politici rappresentano un fenomeno storico relativamente recente, distinguendosi da preesistenti strutture politiche similari (clientele, sette, fazioni) per lo più occasionate da periodi di crisi o da eventi eccezionali e tendenti a obiettivi particolari. La genesi dei partiti in senso proprio s'intreccia con quella dello stato moderno e in particolare con le guerre di religione europee dei secoli XVI e XVII, che conferirono per la prima volta alle "parti" in lotta connotati ideologici: le diverse aggregazioni si fecero allora portatrici di una concezione del mondo e dei rapporti fra gli uomini che condizionò anche la formazione degli schieramenti politici, come avvenne per esempio durante la guerra civile inglese (L. Stone, Le cause della rivoluzione inglese 1529-1642, 1972, ed. it. 1982). Solo dopo il compimento della Glorious Revolution in Inghilterra e la vittoria delle due grandi rivoluzioni settecentesche, in America e in Francia, che abbatterono il monopolio monarchico della sovranità e crearono nuove forme costituzionali, i neonati partiti politici si videro assegnata una funzione centrale nella formazione della volontà nazionale. In Gran Bretagna i whigs e i tories, come osservò già E. Burke, si caratterizzarono sin dall'inizio come schieramenti interni al parlamento, in competizione per determinare gli indirizzi governativi. A essi mancò tuttavia il requisito fondamentale dell'organizzazione, che si ritrova invece in alcune espressioni della sociabilità politica della Francia rivoluzionaria, soprattutto nel movimento giacobino. Dalla fine del Settecento in poi i partiti hanno assunto un'importanza sempre maggiore, diventando elemento essenziale della storia politica dei diversi paesi e interagendo con le trasformazioni delle società contemporanee. Mentre lo sviluppo dei partiti politici attraversa tutto l'Ottocento, la riflessione teorica e metodologica sulle loro caratteristiche e sui loro meccanismi di funzionamento risale al Novecento. Classiche al riguardo sono l'analisi di M. Weber su Parlamento e governo nel nuovo ordinamento della Germania (1918, ed. it. 1919), sfociata in un primo abbozzo di classificazione in base alla variabile organizzativa (Economia e società, 1922, ed. it. 1968), e quella sul «mercato politico» dei partiti nei sistemi democratici proposta da J.A. Schumpeter (Capitalismo, socialismo, democrazia, 1942, ed. it. 1964). Nel secondo dopoguerra uno studio classico è quello di M. Duverger (I partiti politici, 1951, ed. it. 1970), che prospetta un sistema classificatorio a carattere strutturale.

TIPOLOGIE ED EVOLUZIONE. Avvalendosi delle tipologie elaborate dalla sociologia e dalla politologia gli storici hanno delineato l'evoluzione dei partiti politici secondo una sequenza alquanto articolata. Una prima categoria è rappresentata dal partito di notabili individuato da M. Ostrogorski (La démocratie et l'organisation des parties politiques, 1904). Tale struttura, a carattere informale e individuale, è per lo più espressione dell'egemonia dei proprietari terrieri e borghesi e dell'organicità pressoché completa tra società civile e società politica (P. Farneti) caratterizzante la prima metà dell'Ottocento nell'Europa continentale. Una forma ulteriore è costituita dai partiti macchina o d'opinione a base tendenzialmente di massa, diretti, secondo l'espressione di M. Weber, da «imprenditori politici» capaci di controllare apparati di consenso più complessi (per esempio il caucus di Birmingham studiato da Ostrogorski) e tipici del secondo Ottocento negli Stati uniti e in Gran Bretagna. Un'altra categoria è quella dei partiti di classe e dei partiti confessionali di fine Ottocento, espressione di gruppi separati della società in lotta per il riconoscimento dei diritti politici e sociali, il cui prototipo è rappresentato dal Partito socialdemocratico tedesco, studiato da R. Michels (La sociologia del partito politico nella democrazia moderna, 1912, ed. it. 1966). In queste organizzazioni, definite di «integrazione sociale» (S. Neumann) o di «integrazione negativa» (G. Roth), e culminate nel modello leninista-bolscevico, si incontrano i caratteri passati poi ai partiti di massa del Novecento: forte connotazione ideologica, struttura burocratica e gerarchizzata, disciplina degli attivisti, controllo dei deputati. Con tale forma, che raggiunge la sua manifestazione estrema nei partiti-stato, i partiti politici assurgono definitivamente a protagonisti della mobilitazione politica e della nazionalizzazione delle masse, trasformandosi, sia nei regimi democratici sia in quelli totalitari, in organi costituzionali e in organizzazioni interclassiste, fondate su una tendenziale autonomizzazione della società civile.

STORIE DI PARTITO. Il primato dei partiti nella vita politica delle società contemporanee spiega l'interesse mostrato dagli studiosi ad approfondire le vicende dei singoli partiti, interesse che ha dato luogo spesso a vere e proprie storiografie di partito. Gli approcci sono stati vari, andando dalla ricostruzione delle tradizioni ideali e di pensiero tipica della storiografia etico-politica (B. Croce, G. De Ruggiero), ripresa da quella marxista, all'analisi delle vicende interne (congressi, lotte per la dirigenza ecc.) e della loro proiezione esterna (strategie di governo e di opposizione, dialettica con gli altri partiti ecc.), compresi i rapporti con la società e i suoi movimenti (sindacati, associazioni confessionali, gruppi di pressione ecc.). Per quant riguarda l'Italia i lavori di riferimento del dibattito storiografico sono quelli di G. Arfè, G. Manacorda, M.L. Salvadori e P. Spriano sui partiti di sinistra (Pci e Psi), quelli di G. De Rosa, P. Scoppola e P. Pombeni sul cattolicesimo politico (Ppi e Dc), le ricerche di F. Gaeta, R. De Felice, E. Gentile e ancora Pombeni su nazionalismo e fascismo.

PARTITI E SOCIETÀ. Andando al di là di queste "storie di partito", utili ma sovente influenzate da opzioni ideologiche, la riflessione storico-teorica più recente ha cercato di inserire la vicenda dei partiti politici in quella più ampia dell'evoluzione delle società moderne e contemporanee. Un filone di studi ha privilegiato il nesso modernizzazione-sviluppo politico, collegando la nascita dei partiti all'avvento della società industriale, con le sue spinte trasformatrici (passaggio dal ceto alla classe, dalla famiglia allo stato, dal locale al sovralocale, dall'individuo alla massa, dal tradizionale al razionale) e i suoi conflitti. Così per S. Rokkan gli schieramenti partitici riflettono le «fratture» aperte nella società dallo sviluppo dello stato moderno e dell'industria: centro/periferia, stato/chiesa, urbano/rurale, capitale/lavoro. Altri, e fra gli italiani specialmente G. Sivini e P. Pombeni, ispirandosi a categorie più giuridico-politiche come quelle di rappresentanza (O. Hintze), legittimazione (J. Habermas) e sovranità (C. Schmitt), hanno presentato i partiti come gli eredi degli organismi di autodifesa di cui si sono dotati i gruppi sociali in Europa sin dal Medioevo. Le diverse modalità di organizzazione della rappresentanza politica (lo Stand corporativo, l'associazione notabiliare, il partito politico) corrispondono ai mutamenti nell'esercizio della sovranità e della sua legittimazione: si passa così dal vassallo del signore feudale al suddito del monarca assoluto (dal personale al sacrale), dall'individuo astratto dello stato liberale al cittadino organizzato dello stato sociale interventista (dal formale al sostanziale). I partiti contemporanei sarebbero così i principali portatori della forma contemporanea dello stato, ponendosi come mediatori tra questo e la società civile uscita dalle trasformazioni economiche degli ultimi due secoli. Sul versante teorico-sociologico si segnala una ripresa delle analisi circa la loro caratterizzazione organizzativa. Così A. Panebianco (Modelli di partito, 1982) ha suggerito di portare l'attenzione sui rapporti di potere interni ai partiti in quanto essi condizionano e prefigurano le risorse di potere della leadership in quel momento al potere; leadership che è sempre parte di una coalizione dominante, la cui posizione di predominio deriva dal controllo sulle zone cruciali di incertezza, e a cui si contrappongono coalizioni alternative, generando a un tempo sia i continui conflitti per il controllo dell'organizzazione tipici della vita interna dei partiti, sia il particolare «ordine negoziato» a cui danno luogo. La centralità del fattore organizzativo insieme con la tendenza alla "elettoralizzazione" dei partiti e la loro invadenza nelle sfere delle attività pubbliche hanno riacceso l'originaria polemica contro il "governo dei partiti", più di recente tradottasi nella critica alla cosiddetta partitocrazia. A un livello più analitico è stato O. Kirchheimer (La trasformazione dei sistemi politici in Europa occidentale, 1966, ed. it. 1979) a mettere per primo in luce la tendenziale riduzione delle distanze ideologiche tra partiti, l'affermarsi al loro interno dei leader sugli iscritti, la loro prevalente trasformazione in macchine elettorali dominate dai leader parlamentari, l'indebolimento dei riferimenti ai tradizionali serbatoi sociali che ne giustificavano l'esistenza: tutte trasformazioni del vecchio modello del partito di massa che hanno di fatto dato vita a un nuovo, inatteso modello di partito, il partito pigliatutto. Sicché per Kirchheimer a essere sotto tensione diventa il rapporto tra partiti e democrazia.

• G. Sivini (a c. di), Parlamento e governo, Il Mulino, Bologna 1979; P. Pombeni, Introduzione alla storia dei partiti politici, Il Mulino, Bologna 1985; M. Brigaglia (a c. di), L'origine dei partiti nell'Europa contemporanea, Il Mulino, Bologna 1985.

N. Antonacci, P. Feltrin