nobiltà

Termine oggi riferito a un gruppo sociale definito dai titoli portati dai propri membri. Nelle fonti scritte occidentali, dall'impero romano alla Rivoluzione francese e oltre, il concetto di nobiltà, utilizzato per rappresentare un'elite dalla fisionomia spesso cangiante ma dotata di caratteristiche tendenzialmente esclusive, è sempre presente. L'equivalenza fra nobiltà e vertici politico-sociali dà ragione dell'importanza degli studi e della virulenza del dibattito storiografico sul tema. La maggioranza degli storici ha distinto tre grandi fasi della nobiltà: la nobilitas romana, categoria pienamente giuridica propria ai membri del ceto senatorio; la nobiltà medievale, a sua volta spesso distinta in nobiltà di fatto (prima del Duecento) e in nobiltà di diritto; la nobiltà di antico regime, vista come gruppo dotato di uno status giuridico preciso trasmesso dalla sola nascita, oppure acquisito secondo norme giuridicamente codificate. Proprio quest'ultima definizione, base del comune significato di nobiltà, ha posto numerosi problemi agli storici del Medioevo. In quanto realtà giuridica la nobiltà si distinguerebbe dall'aristocrazia, rappresentazione dei vertici sociali in tutte le società umane, la cui superiorità si fonderebbe su un composito insieme di ricchezza, prestigio, ruolo politico e influenza ereditaria, ma i cui privilegi non sarebbero codificati dal diritto. Di qui sono scaturiti ampi dibattiti e ripetute contrapposizioni storiografiche tra i di fensori di una nobiltà sempre e comunque giuridica e i fautori di uno sviluppo cronologico tendenzialmente lineare in grado di portare da un'aristocrazia signorile a una nobiltà cavalleresca inserita nelle strutture politiche dei regni e dei principati tardomedievali. Agli studiosi di ambito imperiale (in primis alla medievistica tedesca, propensa nella sua maggioranza a considerare la nobiltà germanica detentrice di autogeni diritti di governo su uomini e terre, e alla scuola belga, segnatamente in L. Génicot) si contrapporrebbe così la medievistica francese, da A. Guilhermoz a M. Bloch e a G. Duby. Questo per quanto riguarda la nobiltà transalpina in senso lato, cioè una nobiltà sviluppatasi all'interno di una società sostanzialmente rurale. In Italia la definizione nobiliare è complicata dalla presenza delle città e dalla loro autonomia politica e giuridica sin dall'alto Medioevo. Qui la nobiltà si definirebbe come tale soltanto nel più vasto sviluppo delle strutture comunali, volte sempre più nel corso del Duecento a distinguere, all'interno dei ceti dirigenti urbani, i magnati (riconosciuti dalla fama pubblica per un loro peculiare stile di vita violento e cavalleresco) e i popolani (G. Salvemini).

UNA FISIONOMIA STORICAMENTE MUTEVOLE. Più che proporre un modello unitario della nobiltà occidentale da Augusto a Luigi XVI conviene dunque sforzarsi di definire storicamente la fisionomia nobiliare, tenendo conto della struttura delle fonti disponibili, degli sviluppi prettamente lessicali e dell'evoluzione degli assetti politici di riferimento. Ne emerge un quadro certo variegato, nel tempo e nello spazio, ma anche provvisto di una base comune. Quella nobiliare è una definizione collettiva proveniente dall'esterno (poteri regionali, organi cittadini, autorità regie o principesche) e volta a inglobare, fra il I e il XVIII secolo, i vertici sociali e politici delle società occidentali. A seconda delle fonti prese in considerazione (diplomi regi, placiti comitali, cartulari monastici, scritture amministrative) e degli ordinamenti politici ai quali ci si riferisce (potere regio di matrice carolingia, potere signorile fra X e XII secolo, rinascita di un'autorità sovralocale comunale o principesca) la nobiltà muta il proprio profilo, sotto l'aspetto sia lessicale sia strutturale. Fra l'XI e il XII secolo il lessico nobiliare, fino ad allora raro nelle fonti non letterarie, viene completato da un vocabolario signorile e cavalleresco: all'inizio del Duecento lo status cavalleresco era spia dell'appartenenza nobiliare. La rinascita del diritto romano e lo sviluppo di dominazioni politiche sovraregionali portarono, nel corso del XIII secolo, alla formazione di un gruppo nobiliare tendenzialmente giuridico e controllato dall'autorità politica: in Italia dai comuni, altrove da re e principi considerati unici depositari del diritto di nobilitazione. Da allora la nobiltà continuò ad andare di pari passo con la supremazia politica e il prestigio sociale. Tranne che inInghilterra, dove una precoce normativa giuridica distinse l'elite nobile (nobility) dalla piccola aristocrazia (gentry), la nobiltà fu volta a volta cavalleresca o feudale, signorile o amministrativa. Non bisogna dunque pensare che il Medioevo segni il passaggio da una nobiltà aperta (di fatto una semplice aristocrazia) a una nobiltà chiusa e giuridicamente codificata. La mobilità sociale non venne meno e le opportunità di accesso alla nobiltà non svanirono mai del tutto; i poteri pubblici, sempre meglio definiti in senso nazionale e statale, si sforzarono soltanto di disciplinarle e di controllarle. Non per nulla, in piena Età moderna, la dialettica fra antica nobiltà di sangue e recente nobiltà di merito (o di servizio) mantenne tutta la sua importanza, e fu attestata in Italia dalla distinzione fra nobiltà e patriziato, in Francia da quella fra nobiltà di spada e nobiltà di toga. L'uso di un concetto di nobiltà provvisto di un lessico peculiare e di una base teorica di stampo giuridico può pertanto essere considerato come una delle fondamenta strutturali delle società occidentali di matrice romana nelle quali ha svolto, con continuità pur nei suoi ripetuti aggiustamenti e mutamenti, una funzione centrale: la rappresentazione (non certo la definizione) dei loro vertici politici e delle loro elite laiche dal I al XIX secolo.

• R. Bordone, L'aristocrazia: ricambi e convergenze ai vertici della scala sociale, in La Storia (a c. di N. Tranfaglia, M. Firpo), Utet, Torino 1988; A. Barbero, L'aristocrazia della società francese del Medioevo. Analisi delle fonti letterarie (secoli XXIII), Cappelli, Bologna 1987; C. Donati, L'idea di nobiltà in Italia. Secoli XIV-XVIII, Laterza, Roma-Bari 1988.

G. Castelnuovo