nazionalismo africano

La percezione di una frattura incolmabile tra la fase della cosiddetta resistenza primaria alla conquista coloniale in Africa e le manifestazioni del nazionalismo moderno dominò a lungo nella produzione storiografica (J.S. Coleman, Nigeria: Background to Nationalism, 1958). Essa fu poi messa in discussione da una corrente che tese a individuare gli elementi di continuità, sottolineando, in particolare, il condizionamento imposto alle forme del colonialismo (e indirettamente al nazionalismo anticoloniale) dalle resistenze primarie, che, pur sconfitte, rimasero nella memoria storica del continente (T.O. Ranger, Connexions between Primary Resistance Movements and Modern Mass Nationalism in East and Central Africa, in "The Journal of African History", 1968). Questa tesi fu poi condivisa anche da dirigenti politici di statura continentale come J. Nyerere.

ORIGINI EUROPEE. Le origini storiche del nazionalismo africano vennero rintracciate nel pensiero di intellettuali europeizzati come E.W. Blyden e J.E. Casely Hayford, che, nella seconda metà dell'Ottocento, detenevano la leadership delle società in formazione lungo le coste dell'Africa occidentale sottoposte all'influsso europeo. Costoro, ormai fuori dal mondo e dalle istituzioni tradizionali africane ma respinti dall'Europa nonostante i loro sforzi d'integrazione, cominciarono ad affermare la propria africanità e a rivalutare la civiltà africana (R.W. July, The Origins of Modern African Thought, 1968). Questi sviluppi furono frenati, nei territori francesi, dall'illusione della completa integrazione connaturata alla dottrina dell'assimilazione. I problemi dell'autonomia e dell'autodeterminazione furono posti in termini nuovi con la formazione dei partiti politici, assai più tardiva nei domini francesi che nelle colonie britanniche. Impostazioni coloniali diverse (amministrazione indiretta nei territori britannici, assimilazione nelle colonie francesi) produssero, secondo D.G. Lavroff (I partiti po-litici nell'Africa nera, 1970, ed. it. 1971), rispettivamente partiti originali e autosufficienti e formazioni legate e dipendenti, per un'intera fase, da quelle metropolitane.

DOPO DUE GUERRE MONDIALI. L'effetto propulsivo delle due guerre mondiali sulla formazione di una coscienza nazionalista trovò ampia conferma nella storiografia (B. Davidson, L'Africa nel mondo contemporaneo, 1978, ed. it. 1987; C. Coquery-Vidrovitch e H. Moniot, L'Africa nera dal 1800 ai nostri giorni, 1974, ed. it. 1977): il contatto con la realtà europea divenne un fatto di massa; i combattenti tornarono in Africa più consapevoli delle iniquità e delle debolezze del dominio coloniale; il diritto all'autodeterminazione inserito nella Carta atlantica (1941) e la successiva Carta dell'Onu (1945) crearono grandi aspettative; si formò un gruppo di dirigenti di ispirazione radicale e anticoloniale (L.S. Senghor, K. Nkrumah, S. Touré). Se le prime fonti d'ispirazione del nazionalismo africano, data la formazione occidentale dei capi, furono individuate nei classici del nazionalismo europeo, forte si rivelò anche l'influsso del cristianesimo e di Gandhi e, in molti casi, del leninismo come forma organizzativa per la mobilitazione di massa (T. Hodgkin, Nazionalismo nell'Africa coloniale, 1956, ed. it. 1959). L'approccio al marxismo, episodico e strumentale nella prima generazione di nazionalisti, fu reputato più sistematico nella seconda (A. Cabral, A. Neto, E. Mondlane, R. Mugabe), che identificò il colonialismo col capitalismo e, secondo Lavroff, fu proporzionale al peso dei partiti comunisti nelle metropoli. Tra le due correnti, una politica, il panafricanismo, l'altra culturale, la negritudine, a lungo ritenute indipendenti (che precedettero, ispirarono e percorsero il nazionalismo africano e, trascendendo il quadro nazionale-territoriale, si rivolsero all'Africa intera), la storiografia più recente (G.P. Calchi Novati, 1979) ha teso a sottolineare le influenze reciproche, constatando che i due concetti divennero valori che l'Africa nel suo complesso fece propri. Il nazionalismo si sviluppò quindi per effetto del dominio coloniale, che ritardò o compromise lo sviluppo delle nazionalità nel continente in un contesto solitamente privo degli attributi della nazione (lingua, territorio, tradizione culturale comune). Perciò, secondo una tesi generalmente condivisa, all'atto delle indipendenze lo stato precedette la nazione che il nazionalismo, a posteriori, dovette creare (Y. Benot, Classi e nazioni, in Storia dell'Africa e del Vicino Oriente, 1979). Nella visione di A. Cabral (Unité et lutte, 1971-1973), il nazionalismo è l'opera della nazione-classe, dell'intero popolo che si ribella al colonialismo per liberarsi; l'obiettivo dell'indipendenza, premessa per la formazione della nazione, ha priorità sulle contraddizioni interne al popolo. Diversamente, la realtà storica produsse quasi ovunque, pur in contesti e forme distinti, un nazionalismo funzionale alla soluzione neoco loniale che, descritto in una vasta produzione storiografica (Decolonization and African Independence: the Transfers of Power, 19601980, a c. di P. Gifford e W.R. Louis, 1988), vide protagonisti dell'indipendenza partiti nei quali confluirono strati sociali diversi sulla base di programmi interclassisti, con gruppi dirigenti a vocazione borghese o burocratica che si appropriarono delle indipendenze, per essere poi spesso, a loro volta, espropriati dai militari.

• Aa.Vv., Protest and Power in Black Africa, a c. di R.I. Rotberg e A.A. Mazrui, Oxford University Press, Oxford 1970; Aa.Vv., Ideologies of Liberation in Black Africa, 18561970, a c. di J.A. Langley, Rex Collings, Londra 1979; G.P. Calchi Novati, Nazionalismo africano, in Storia dell'Africa e del vicino Oriente, a c. di A. Triulzi, La Nuova Italia, Firenze 1979.

M. Mannini