mondiali, guerre

Le due guerre mondiali sono considerate dalla maggioranza degli storici avvenimenti centrali nella storia del Novecento: esse chiudono irrevocabilmente il secolo precedente e introducono, tra il sangue e le distruzioni, il nuovo.

CAMBIAMENTO EPOCALE. La definizione dei due conflitti come «la guerra dei Trent'anni del XX secolo» (utilizzata fra gli altri da A. Mayer, Il potere dell'ancien régime fino alla prima guerra mondiale, 1981, ed. it. 1982) è un giudizio storiografico largamente acquisito. Il periodo 1914-1945 appare così come il drammatico atto di nascita della società di massa, che si afferma come società dello sterminio di massa, e insieme come luogo della crisi irreversibile della centralità politico-economica dell'Europa, con l'affermazione degli Stati uniti e la mondializzazione complessiva della storia. Tutti i differenti filoni storiografici, da quello classico politico-militare a quello diplomatico a quello di storia economica, hanno messo in risalto la natura epocale del cambiamento. In questi studi (in particolar modo in quelli relativi al primo conflitto) la guerra viene interpretata come "acceleratore" dei processi storici in atto. Il problema della crisi dell'egemonia europea è al centro di molte delle riflessioni più recenti. G.E. Rusconi, per esempio, concentra la suaanalisi sull'insieme di vicende diplomatiche che conducono inesorabilmente, dopo l'attentato di Sarajevo, allo scoppio della guerra, sottolineando la dinamica autonoma geopolitica dell'equilibrio delle potenze nel 1914, soprattutto alla luce della crisi di questo equilibrio di fronte alla logica competitiva degli interessi coinvolti e all'emergere dei movimenti etniconazionalisti, con i loro effetti destabilizzanti (Rischio 1914. Come si decide una guerra, 1987). Lo stesso problema viene affrontato, con intenti però radicalmente differenti, nei lavori di M. Stürmer (L'impero inquieto, la Germania dal 1866 al 1918, 1983, ed. it. 1986) e di A. Hillgruber (Il duplice tramonto. La frantumazione del Reich tedesco e la fine dell'ebraismo europeo, 1986, ed. it. 1990). Nei libri di questi due storici, che appartengono alla corrente storiografica tedesca definita revisionista, il nodo della caratterizzazione geopolitica della Germania come potenza di centro e il "dramma" costituito dalla crisi irreversibile di questo ruolo vengono postulati come la causa intrinseca del susseguirsi dei drammatici avvenimenti, caratterizzati dai due conflitti mondiali e dalla successiva spartizione dell'Europa in sfere d'influenza contrapposte. Proprio all'interno del revisionismo storiografico tedesco si è sviluppata recentemente un'altra interpretazione di "lunga durata" dei due conflitti mondiali: quella di E. Nolte (Nazionalsocialismo e bolscevismo. La guerra civile europea 19171945, 1987, ed. it. 1988), che legge i due conflitti non tanto come il momento di trapassso da un vecchio mondo a un altro, quanto come la conseguenza dello scontro ineludibile tra comunismo e anticomunismo. Non a caso Nolte cambia leggermente la periodizzazione (19171945), parlando di «guerra civile europea». Lo scoppio del primo conflitto mondiale, con il dirompente scatenamento delle dinamiche conflittuali tra le grandi potenze europee, scompare dalla sua analisi, se non come prodromo della rivoluzione bolscevica in Russia; proprio l'affermazione di un regime comunista modifica, radicalmente secondo Nolte, l'ambito del confronto politico, provocando la risposta dell'avvento di regimi antimarxisti in Italia e in Germania e costringendo l'intera Europa a una massacrante guerra civile fra comunisti e anticomunisti che segna la fine della potenza politica e militare europea a favore del predominio statunitense. Gli studi storici sulle guerre mondiali, sviluppatisi in gran numero immediatamente dopo la fine di entrambi i conflitti, per la rilevanza dell'evento "guerra" nella tradizione storiografica sono risultati sostanzialmente impermeabili alle innovazioni metodologiche che dagli anni Settanta hanno interessato la ricerca storica. Il predominio dell'approccio classico di storia militare e politica è stato (e per molti versi rimane) evidente.

NODI DI DISCUSSIONE. Il problema delle cause e delle responsabilità nello scoppio dei conflitti è stato infatti il primo campo di intervento dell storiografia. Rispetto alla guerra del 1914-1918 il nodo delle responsabilità (problema che fra l'altro presentava una rilevanza direttamente politica: si pensi alla questione delle riparazioni di guerra e ai trattati di pace) vide lo scontro tra la storiografia francese e quella britannica, che attribuiva tutte le responsabilità alla politica di potenza tedesca, e le tesi degli storici nazionalconservatori tedeschi, rafforzate dal lavoro del britannico A.J.P. Taylor (L'Europa delle grandi potenze. Da Metternich a Lenin, 1954, ed. it. 1971), che mettevano in discussione questa univocità. Al contrario per la seconda guerra mondiale lo svolgersi delle vicende e la sanzione politico-giuridica del processo di Norimberga ha eliminato questo problema dalle discussioni storiografiche. L'altro contrasto interpretativo che emerge dai lavori sulle guerre è quello classico tra la storiografia di impostazione marxista e quella liberale. La caratterizzazione della "grande guerra" come un conflitto interimperialistico (si veda, per esempio, F. Fischer, Assalto al potere mondiale. La Germania nella prima guerra mondiale, 1961, ed. it. 1965), l'accentuazione della dimensione di guerra mondiale antifascista per la seconda e la rivalutazione (in alcuni casi sopravvalutazione) del ruolo politico e militare delle differenti resistenze civili sugli esiti della guerra (si pensi soprattutto al rilievo che questi temi hanno avuto nella storiografia italiana, a cominciare da R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, 1953), sono alcune delle caratteristiche della storiografia marxista e di sinistra. Al contrario la particolare attenzione per il ruolo anche politico svolto dagli Usa, a partire dalla prima guerra mondiale con T.W. Wilson e i suoi famosi "quattordici punti", e lo spostamento dell'accento rispetto alla centralità dello scontro politico del secondo conflitto, dall'antifascismo al confronto tra democrazia e totalitarismo, con una sorta di anticipazione delle vicende della guerra fredda (J.B. Duroselle e Callan Tansill, appaiono come le caratteristiche più rilevanti della storiografia di stampo liberale.

NUOVI CAMPI DI INDAGINE. Al di là di questi contrasti la ricerca sulle due guerre ha tuttavia esteso i suoi interessi ad altri aspetti (economici, politici, sociali) con le opere di G. Hardach (Prima guerra mondiale 1914-1918, 1973, ed. it. 1982) e di A.S. Milward (Guerra, economia e società 1939-1945, 1977, ed. it. 1983). In Italia, il volume di P. Melograni segnalò per esempio l'apertura della storia politica verso quella sociale. Ma sono soprattutto gli aspetti culturali che sono stati sviluppati negli ultimi anni del secolo. Alle numerose ricerche che M. Isnenghi ha dedicato alla grande guerra sul versante italiano si sono aggiunti i lavori di P. Fussel e E.J. Leed sul rapporto tra l'esperienza bellica, l'identità personale e la memoria nella prima guerra mondiale. L'uso delle fonti letterarie e della memorialistica segnala il cambiamento di metodo introdotto (in Italia si inserisce in questo filone il libro di A. Gibelli, L'officina della guerra, 1990). Su questa scia si sviluppano numerosi lavori attenti ad analizzare quella che viene definita la vita quotidiana in tempo di guerra. Il carattere, assunto dalla seconda guerra mondiale, di guerra totale, con il sostanziale annullamento della classica distinzione tra combattenti e popolazione civile (i bombardamenti delle città, lo sterminio degli ebrei, degli zingari e di altri settori di popolazione, la resistenza nei paesi occupati) spinge numerosi storici a interessarsi alla ricaduta della situazione bellica sull'intera popolazione, il cosiddetto fronte interno. Questi studi, che si sono sviluppati in Italia superando l'univocità dell'approccio politico, segnalano un profondo rinnovamento nella storiografia sulle guerre.

• A. Bravo (a c. di), Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari 1991; P. Fussell, La grande guerra e la memoria moderna, Il Mulino, Bologna 1984; M. Isnenghi, Il mito della grande guerra da Marinetti a Malaparte, Einaudi, Torino 1970; E.J. Leed, Terra di nessuno, Il Mulino, Bologna 1985; P. Melograni, Storia politica della Grande Guerra, Laterza, Roma-Bari 1969.

M. Grispigni