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moda, storia della
La storia di questo particolare fenomeno offre un punto di osservazione
privilegiato per studiare la confluenza di molti elementi: l'intreccio
continuo tra l'evolversi della storia delle idee e quella del pensiero
economico; le relazioni tra i cambiamenti del gusto, analizzati in chiave
antropologica, e l'incidenza del progresso scientifico; il meccanismo
di influenza reciproca che caratterizza l'attuale rapporto tra mass media
e consumatori. Protezione, pudore, ornamento sono le tre motivazioni principali
del vestirsi che si inseriscono in un sistema formale di segni organizzato
in funzione normativa. Primo tra tutti quello della differenza fra i generi
(maschi e femmine), enfatizzato dalla componente erotica, con la sua carica
esibizionista e il desiderio di piacere. Il carattere di trasgressione
ostentata, fondamentale nella manifestazione dei fenomeni di moda, trascina
una carica di invito sessuale che travalica la semplice caratterizzazione
di genere tipica dell'abbigliamento.
DALL'ILLUMINISMO AL ROMANTICISMO. La storia della moda muove i primi passi
a partire dalla polemica illuminista sul lusso alla fine del Settecento,
che persistette come elemento centrale della critica alla moda, unito
alla constatazione del suo carattere effimero e non duraturo (si pensi
per esempio a G. Leopardi delle Operette morali, dove la moda e
la morte sono le figure emblematiche della caducità). D'altronde proprio
alla fine del XVIII secolo si assiste a un aumento di spese generali per
il vestiario (confermato dalla nascita delle riviste di moda) e alla crescita
della distanza economica e sociale in tema di abbigliamento. Il problema
dell'abbigliamento e delle sue trasformazioni assume una nuova rilevanza
nella diffusione del processo di civilizzazione: lo sviluppo dell'industria
tessile, l'effetto di alcune innovazioni tecniche (la macchina per cucire
ela standardizzazione dei prodotti), la nascita dei grandi magazzini,
l'allargamento del campo dei consumatori dapprima alla nuova classe borghese
e in seguito a sempre maggiori fette di popolazioni, sono alcuni degli
elementi che spiegano la rapidità di certi cambiamenti. Rapidità che occorre
analizzare a fianco delle persistenze del gusto e dei comportamenti, che
pongono il problema dello scarto dei tempi, centrale nelle storie della
mentalità. L'ampliamento del campo dei consumatori, la commercializzazione
delle mode, l'uso della biancheria accelera il processo di laicizzazione
della società, allontanando «l'orizzonte cristiano dell'ascesi»
e avvicinando quello «tutto mondano della felicità», come
afferma lo studioso francese D. Roche. Alla metà del XIX secolo la moda
termina di essere spunto di riflessioni saltuarie e la cultura romantica
dominante produce le prime riflessioni articolate sull'abbigliamento,
interpretato come una sorta di rivelazione dello spirito generale del
tempo. Vede la luce così l'opera di J. Quicherat Histoire du costume
en France, uscita sulla rivista "Magazin pictoresque" tra il 1849
e il 1865, che può essere considerata come il testo di fondazione della
storia della moda.
UN NUOVO TIPO DI STORIA. Il vero salto di qualità nella riflessione sulla
moda avviene alla fine del secolo e nei primi anni di quello successivo
con gli studi di G. Simmel e di W. Benjamin. Simmel pubblica nel 1895
un breve saggio sull'argomento, indagato come manifestazione collettiva
di imitazione, nella quale si esprime il bisogno di approvazione sociale,
e come spinta incessante alla differenziazione individuale e al cambiamento.
In modo chiarissimo il grande pensatore tedesco coglie il rapporto biunivoco
tra i comportamenti dei consumatori e le trasformazioni della produzione
di moda: Si crea così un vero e proprio circolo: quanto più rapidamente
cambia la moda, tanto più gli oggetti devono diventare economici e, quanto
più gli oggetti diventano economici, tanto più invitano i consumatori
e costringono i produttori a un rapido cambiamento della moda. Benjamin
invece si sofferma soprattutto sul carattere di anticipazione della moda.
Essa è a pieno titolo una delle componenti fondamentali nella vita delle
nascenti metropoli, caratterizzata dall'accelerazione dei ritmi, dal «prestissimo»
e dall'«attimo» cantato da Baudelaire. La capacità divinatoria
della moda fa parte del suo carattere estremo, che riconduce per Benjamin
alla contrapposizione tra «frivolezza e morte». Con il predominio
della cultura positivista si sviluppa un approccio sistematico al problema
nel campo sociologico. Due teorie interpretative si contrappongono, portando
l'attenzione sui comportamenti di differenti strati sociali: quella imitativa
e quella distintiva. A. Spencer interpreta il fenomeno della moda all'interno
del complesso di norme che concernono i rapporti tra classi superiori
e inferiori, il cerimoniale, mettendone in risalto il ca rattere imitativo.
Per il sociologo, nell'epoca dell'industrializzazione e della crisi delle
leggi suntuarie, le categorie inferiori cercano di accedere ai significati
di status di quelle superiori, modificando il carattere dell'imitazione
da reverenziale a emulativo. Al contrario T. Veblen sottolinea la reazione
delle classi agiate a questi comportamenti imitativi, con la teoria della
distinzione, che ripropone la caratterizzazione classista del vestire.
Veblen individua tre elementi essenziali nei comportamenti distintivi
delle classi agiate: lo sciupio vistoso, la vistosa agiatezza e il cambiamento.
Queste teorizzazioni sul fenomeno della moda, centrate sulle distinzioni
verticali fra ceti, entrano in crisi nel secondo dopoguerra di fronte
al pieno dispiegarsi della società dei consumi di massa, che sembra sostituire
alle differenze di ceto quelle orizzontali di età e di genere, catapultando
al centro della moda i giovani e le donne, come target privilegiati.
Sempre di più la moda si delinea quindi come un fenomeno che non interessa
solamente i ceti dominanti: in alcuni settori sociali della società appare
come un vero e proprio gioco sul significante, un modo di stabilire una
relazione, spesso ambivalente, con l'ordine sociale. A questo proposito
le riflessioni di R. Barthes risultano particolarmente importanti. Il
sociologo francese propone un parallelo tra l'analisi della moda e la
linguistica: riprendendo la differenza postulata da F. de Saussure tra
langue e parole, Barthes dà al termine costume l'accezione
di realtà istituzionale, indipendente dall'individuo, e al termine abbigliamento
quella di realtà individuale. L'insieme di costume e abbigliamento produce
il vestiario. Posta questa distinzione terminologica, Barthes si sofferma
sulla diffusione dei giornali di moda, focalizzando l'attenzione sulla
trasformazione della moda in codice comunicativo produttore di senso.
Alle riflessioni di Barthes si riallacciano, a volte in chiave critica,
quelle di altri autori (G. Dorfles, J. Baudrillard, G. Lipovetsky, U.
Eco, F. Alberoni) che pur nella differenza dei giudizi sulla diffusione
dei consumi legati al vestiario, non possono fare a meno di constatare
la trasformazione radicale del fenomeno moda: da elemento di caratterizzazione
sociale a modulo comunicativo, componente di un'identità variabile.
• D. Roche, Il linguaggio della moda. Alle origini dell'industria dell'abbigliamento,
Einaudi, Torino 1991; G. Simmel, La moda, Editori riuniti, Roma
1985; R. Barthes, Sistema della moda, Einaudi, Torino 1970.
M. Grispigni
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