Mediterraneo

Luogo d'incontro dei tre continenti conosciuti dalla geografia degli antichi, il Mediterraneo diventò quasi naturalmente il centro virtuale e il punto di arrivo dell'intero corso storico negli scrittori di storie universali, da Paolo Orosio (e prima ancora Polibio, Eusebio di Cesarea, sant'Agostino) a J.B. Bossuet. Nella visione complessiva del succedersi delle età del mondo e degli imperi (dagli assiro-babilonesi ai romani) due idee principali emergevano: la storia marcia da est a ovest e gli imperi fioriscono e decadono secondo un segreto disegno divino, nel quale il Mediterraneo gioca la parte di teatro privilegiato. L'impero romano, che per primo unifica tutto il Mediterraneo e quindi tutto il mondo, è l'ultimo impero e la sua fine sarà anche la fine del mondo. In questa unione di storia sacra e profana due sono le capitali del Mediterraneo, Gerusalemme e Roma, ma è la seconda a comandare gli sviluppi della storia terrena: anche quando per volontà di Dio l'impero verrà trasferito ai franchi e ai tedeschi, gli imperatori saranno tenuti a considerare Roma il fondamento di legittimità del loro potere. Separata dal suo sfondo storico-teologico, la storia del Mediterraneo romano diventa invece solo un capitolo della storia politica, con toni accentuati di nazionalismo, geopolitica e realpolitik, come accade a P. Silva (Il Mediterraneo dall'unità di Roma all'unità d'Italia, 1927), che parla di «lago italiano» e che presenta l'epoca dell'unità romana usando non meno di quattordici volte in quaranta pagine le espressioni fato, destino, fatale, fatalmente; l'opera arrivò a una quinta edizione (nel 1941), ma già quella del 1937 aveva significativamente mutato il titolo in Il Mediterraneo dall'unità di Roma all'impero italiano. Se lasciamo da parte i geografi (di cui diremo più avanti) si può dire che il vero riscopritore del Mediterraneo come oggetto e soggetto della storia è H. Pirenne.

DAI COMPARATISTI AI FILOSOFI. Teorico della storia comparata, lo studioso belga dette una fisionomia al mare delle civiltà in comparazione con un altro soggetto, l'Europa, da lui scoperto contestualmente e assumendone il punto di vista. Maometto e Carlomagno (1937, ed. it. 1939) è la grande opera postuma nella quale le tes di Pirenne hanno una compiuta sistematizzazione. Alcune idee, destinate a diventare un solido sistema concettuale nella successiva opera di F. Braudel (Imperi e civiltà del Mediterraneo, 1949, ed. it. 1953), compaiono qui e sparsamente altrove come intuizioni fulminanti: il mare che non separa ma unisce; le simbiosi fra città e scambi; il legame fra un ambiente, una civiltà e i suoi simboli arbustivi culturali e colturali, la vite, l'olivo, la palma da dattero; la complementarità economica fra le diverse parti, ma anche il rapporto con un retroterra relativamente più arretrato: da questo spazio della barbarie, attraverso le forme dello scambio ineguale rinforzato dalla guerra e dal tributo, la città/civiltà mediterranea ottiene il suo grano e i suoi schiavi. A una caratterizzazione comparativistica del Mediterraneo era già arrivato in via indipendente (ma conoscendo alcuni scritti di Pirenne) Max Weber che, nella sua (postuma) Storia economica. Linee di una storia universale dell'economia e della società (1923, ed. it. 1993), si sofferma più volte sui rapporti fra ambiente mediterraneo, geografia urbana e caratteri della civiltà antica, osservando che il declino del Mediterraneo romano comincia con lo «spostamento del centro di gravità delle civiltà nell'entroterra, dove dominavano la signoria fondiaria tradizionale e i corrispondenti sistemi di trasporto». La discussa tesi di Pirenne che Maometto è l'involontario padre dell'Europa è qui respinta in anticipo: il passaggio dal Mediterraneo all'Europa è un processo molto più lungo, cominciato prima di Maometto e prodotto proprio dalla capacità del Mediterraneo di annettere alla sua civiltà gli spazi della barbarie, fino a spostare così profondamente la sua frontiera da produrre il ribaltamento dalla civiltà urbano-marittima a quella dei villaggi e del continente. Ma l'identificazione pirenniana dei connotati del Mediterraneo resta vitale: in un articolo del grande studioso della Cina e dell'Asia centrale O. Lattimore (Civilisation mère de la barbarie?, in "Annales", 1962) dal confronto fra il Mediterraneo e un'altra area continentale, la Cina (e i loro rispettivi mezzi di trasporto), scaturisce la differenza fra due sistemi urbani e il motivo del ruolo centrale del mercante (più che dello stato) nell'economia e nella civiltà marittima. La tentazione di fare di Mediterraneo non un nome proprio ma un concetto è forte. Prendiamo il primo volume delle postume Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel (1837, ed. it. 1941). Il Mediterraneo vi è presente come un unicum, descritto in termini vecchi e nuovi sia come "asse della storia universale", sia come "elemento connettivo". Ma il vecchio mare delle civiltà è anche concettualizzato per tutt'altra via. Al centro dell'analisi di Hegel è il rapporto mare-terra, o meglio ancora acqua-terra. «Nulla riunisce tanto quanto l'acqua», ma fiume e mare appaiono come principi ben diversi. La storia, che come il sole sorge a oriente, comincia con le civiltà fluviali dell'Asia, do-ve l'unione prodotta dal fiume dà vita agli imperi di un unico signore. Ben più complessa è la rete di comunicazioni prodotta dal contatto fra la terra e il mare che costituisce i mediterranei e che sembra particolarmente adatta ad alimentare «uno speciale tipo di vita» costituito dalla libertà, dallo spirito di commercio che si innalza al valore di coraggio portandolo «oltre ogni limitatezza», dall'astuzia acquistata con la dimestichezza con un elemento falsamente innocente. Se è a Ulisse che Hegel sta pensando, lo storico R.S. Lopez, anch'egli grande spirito comparativista, pare raccogliere subito l'idea, presentando la dialettica medievale Europa-Mediterraneo o feudalesimo-rivoluzione commerciale in termini di «Iliade di baroni», la crociata, e «Odissea di mercanti», l'avventura commerciale, nata nel Mediterraneo e replicata nei bacini che lo circondano (La nascita dell'Europa, 1962, ed. it. 1966). Egli stesso, nell'altra opera La rivoluzione commerciale del Medioevo (1971, ed. it. 1975) ricerca lungamente e delimita una possibile analogia fra il Mediterraneo "classico" e il Mediterraneo "del nord", il complesso mare del Nord-mar Baltico. Analogamente P. Dollinger (La Hanse, 1964) afferma che «il mare del Nord e il Baltico formano una sorta di replica settentrionale del Mediterraneo» (con, aggiungiamo, il suo retroterra "barbaro" costituito dalla Prussia e dalla Russia). Altri esempi possiamo trovarli ancora in Hegel, che si azzarda a pensare gli Stati uniti (del suo tempo) in rapporto al più largo Mediterraneo che è l'Atlantico (ma per una più sostanziosa comparazione fra i due mari sono da leggere le fini pagine di J. Rancière, Le parole della storia, 1992, ed. it. 1994). Tuttavia la comparazione non può essere spinta fino a far dimenticare l'individualità del Mediterraneo, studiata dal punto di vista antropologico da J. Davis (Antropologia delle società mediterranee, 1977, ed. it. 1980) e, soprattutto, come totalità di uomini, ambiente, storia, cultura, colori, suoni, odori, sapori nel libro più complesso che esista sull'argomento (P. Matvejevi, Mediterraneo. Un nuovo breviario, 1987, ed. it. 1991).

DAI GEOGRAFI A UNA NUOVA STORIA. Un ultimo punto di vista dal quale guardare al Mediterraneo è quello della geografia e della geografia storica. Lo studio strettamente storico è spesso portato a centrare l'attenzione sul mare delle felici riuscite (Atene, Roma, Venezia), come se la vocazione alle civiltà fosse irresistibile. La geografia storica aiuta meglio a vedere la precarietà delle basi di quelle riuscite. Il Mediterraneo non è solo mare e città e cittadini e commerci, ma anche strette coste che tendono a impaludarsi e a diventare malariche, poco spazio coltivabile, montagne dal clima freddo, pastori transumanti. Una lunga tradizione di geografi ha studiato questi aspetti, da P. Vidal de la Blache a M. Sorre e A. Siegfried, trovando un suo punto di sintesi nella prima parte della monumentale opera di Braudel, ch allarga il suo sguardo fino a mostrarci uno spazio precario circondato da un primo anello di montagne e, su tre lati, da un secondo anello di deserti e steppe. Per ultimo, su questa linea, vi è infine l'opera del geografo portoghese O. Ribeiro (Il Mediterraneo. Ambiente e tradizione, 1968, ed. it. 1972). La geografia storica impone comunque anche il percorso inverso dalla storia alla geografia. È quanto nota Braudel, introducendo il volume da lui scritto con altri autori (Il Mediterraneo. Lo spazio, la storia, gli uomini, le tradizioni, 1977, ed. it. 1987). Ciò che appare "tipicamente" mediterraneo nelle piante (dagli agrumi al pomodoro al cipresso), nei paesaggi, negli uomini, si rivela spesso un intruso recente e ben acclimatato. La verità più autentica del Mediterraneo resta quella del principio: «da millenni tutto vi confluisce».

S. Guarracino