Italia

La definizione della data d'inizio di una storia d'Italia ha costituito un problema storiografico rilevante, in quanto l'assenza di uno stato nazionale, quale si presentava in altre nazioni europee, sembrava inibire la possibilità di una trattazione unitaria delle vicende della penisola prima del 1860. Questa posizione, espressa con maggior rigore daB. Croce alla vigilia della seconda guerra mondiale, fu giudicata superata dagli studiosi dell'ultimo quarto del XX secolo, alla luce sia di un paragone con le caratteristiche proprie degli stati nazionali europei a partire dal XIV-XV secolo (quando sembrano emergere le identità nazionali), sia delle acquisizioni tematiche e metodologiche della storiografia contemporanea.

QUALE IDEA DI ITALIA. L'assunzione dello spazio geografico italiano come area linguistica, culturale, politica e storica dotata di una propria individualità si presenta per la prima volta nell'età comunale e signorile. L'idea unitaria d'Italia rappresentò, a partire da quel momento, una creazione letteraria, ma la sua storia non fu un processo lineare. Essa fu di volta in volta l'espressione di concezioni sempre diverse fra loro, per quanto fondate su alcuni miti comuni: il mito linguistico e quello della tradizione storica e letteraria, l'idea di Roma (il mito culturale per eccellenza) e l'opposizione ai barbari. Pertanto tra Quattrocento e Settecento i significati di Italia furono diversi per le diverse comunità culturali e politiche del paese. L'Italia e la sua libertà vennero invocate quando si profilavano o una minaccia esterna o il pericolo di un rovesciamento del sistema politico-istituzionale stabilito. Dietro l'invocazione alla libertà dell'Italia continuavano tuttavia a vivere la fedeltà alle singole entità statali e ai loro interessi economici, l'attaccamento alle loro tradizioni e alle loro memorie. Dopo la Storia d'Italia di F. Guicciardini, il primo grande tentativo di una storia unitaria d'Italia è rappresentato dall'opera di L.A. Muratori (Antiquitates italicae medii aevi, Annali d'Italia, Rerum italicarum scriptores) che, nell'ambito di una storiografia e di una cultura sensibili ai valori dell'impegno civile, contribuiva a fissare tra l'altro l'inizio della storia d'Italia alla caduta dell'impero romano d'occidente nel VI secolo. Il concetto unitario della storia d'Italia venne ripreso alla fine del Settecento da C. Denina, che svolse un compito di ponte fra la storiografia settecentesca e quella risorgimentale.

UNITÀ E DIVARICAZIONI. Nel corso dell'Ottocento il processo risorgimentale fu accompagnato dalla ricostruzione della storia nazionale unitaria, del cui sviluppo vennero allora fissati i momenti canonici fondamentali: il rapporto della storia italiana con quella di Roma, il ruolo della chiesa, la questione longobarda, il contrasto tra il particolarismo e l'istanza unitaria, la rinascita civile e culturale dopo il Mille, le origini dei comuni e la loro storia fino agli esiti signorili, il significato dell'umanesimo, il problema della riforma religiosa e i risultati delle guerre d'Italia nel Cinquecento, la perdita del primato economico nel Mediterraneo e in Europa, la decadenza seicentesca, le origini del Risorgimento e i rapporti con la Rivoluzione francese. Come sintomo dell'importanza della riflessione storiografica va ricordata anche l'istituzione di una cattedra di storia d'Italia nella capitale del Regno di Sardegna, a Torino, ne . Con l'Ottocento il problema delle storie nazionali divenne patrimonio comune dell'intera cultura storica europea anche sotto il profilo ideologico, come definizione dell'identità nazionale o come conseguenza delle scelte nazionalistiche. Nel corso del Novecento in Italia il problema venne esaltato dall'impostazione datagli dalla cultura fascista e dalla volontà di ricostruire ascendenze storiche e culturali per il regime in una continuità che doveva riannodarsi con il retaggio della civiltà e dell'impero di Roma. Tuttavia, dopo le discussioni del periodo fascista, il problema della continuità e dell'unità della storia italiana non fu più evocato e le domande tradizionali sulla legittimità di una storia d'Italia o della nazione italiana si posero in maniera nuova per una serie di acquisizioni documentarie e di rinnovamenti metodologici. La storia dell'Italia fa registrare, dopo la caduta dell'impero, le tappe di uno sviluppo storico per molti versi analogo a quello delle altre parti dell'Europa occidentale (l'instaurazione dei regni romano-barbarici, l'emergere di istituzioni feudali che condizionarono anche le forme di economia ecc.); ma precocemente segnala anche problemi che avranno lunga vita: è il caso della rottura tra Italia settentrionale e meridionale, originata dalla rottura politica provocata dall'invasione longobarda e approfondita con la diffusione del feudalesimo franco nell'Italia centro-settentrionale, mentre nell'Italia meridionale e nelle isole si manteneva il vecchio ordinamento aristocraticofondiario che durava fin dagli ultimi tempi dell'impero romano. La divaricazione tra le due aree territoriali proseguiva con il movimento comunale nel settentrione, cui si contrapponevano nel meridione le conquiste straniere che introducevano il feudalesimo in forme assai rigide; e con la susseguente instaurazione di un vasto stato territoriale nelle regioni meridionali, mentre alcuni ampi stati regionali si affermavano nell'Italia già comunale. Tratto distintivo e di lunga durata è infine nella storia italiana il dualismo tra città e campagna, non solo in forme politiche ed economiche, ma anche sotto il profilo della cultura e delle tradizioni. La storia preunitaria offre pertanto una molteplicità di storie cittadine, regionali e interregionali parallele che tra loro si intrecciano con i caratteri di formazioni distinte pur nell'ambito generale della nazionalità e della cultura italiana. A partire dall'XI secolo la storia italiana si caratterizza per forme specifiche rispetto al resto dell'Europa: un'economia dinamica, più alti livelli di vita, un'originale elaborazione culturale che ha nell'Umanesimo e nel Rinascimento i momenti più noti. I limiti della struttura politica e sociale del complesso degli stati italiani segnano tuttavia un crollo e un'involuzione che nel giro di poco più di un secolo, tra Cinquecento e Seicento, portano l'Italia ai livelli più arretrati dell'Europa. La ripresa dell'economia e della cultura italiana nel corso del Settecento sembra dimostrare tuttaviache le radici lontane dei successi rinascimentali non si erano completamente inariditi e che furono queste a permettere all'Italia di tornare a inserirsi nel processo di industrializzazione e di creazione dello stato nazionale unitario, secondo una dinamica che chiama in causa le diverse aree regionali e i rapporti con le correnti internazionali del commercio e dello sviluppo. Tutta la storia preunitaria è in sostanza diventata, agli occhi della storiografia contemporanea, storia delle singole aree regionali e delle rispettive formazioni politiche, dei loro rapporti reciproci con le aree economiche e con le potenze extraitaliane: mentre ha assunto una precisa autonomia la storia delle formazioni sociali, delle culture regionali, dell'elaborazione della cultura nazionale, non più subordinata (come era nel modello risorgimentale e, con maggiore esclusività, in quello nazionalista o fascista) al modello dell'unità nazionale. Anche il processo di conseguimento dell'unità nazionale sotto il profilo statale si è dunque collocato nel quadro della storia europea, da un lato, e in quello della industrializzazione del paese dall'altro, promuovendo una lettura più articolata e approfondita, non solo del Risorgimento stesso, sottratto alla celebrazione oleografica, ma dell'intero processo di trasformazione della realtà nazionale in cui esso è immerso. Rispetto alla storiografia della prima metà del Novecento lo studio dell'Italia postunitaria si è dapprima arricchito della considerazione dei movimenti estranei allo stato liberale (il movimento cattolico e quello operaio e socialista) e successivamente, tanto per l'influsso di correnti storiografiche nuove a livello internazionale quanto per l'impulso dello stesso dibattito ideologico e politico, dello studio della realtà economica, delle strutture amministrative, dei costumi sociali, delle condizioni della vita materiale. Sotto il profilo della storia economica il dibattito è stato dominato a lungo dalla concezione di un'Italia strutturalmente in ritardo rispetto agli altri paesi europei, segnata da tare originarie insuperabili. Una maggiore attenzione al quadro comparativo e l'utilizzo di criteri interpretativi meno rigidamente vincolati a interpretazioni dogmatiche (di stampo tanto liberale quanto marxista) hanno viceversa posto in rilievo l'importanza degli aspetti specifici dello sviluppo italiano che si muove, sul lungo periodo, secondo linee che non si discostano molto dalle tendenze dello sviluppo degli altri paesi industrializzati e dalle problematiche che essi stessi incontrano. In questo quadro ha grande rilievo la questione meridionale, che costituisce quasi un filone a sé stante della storia italiana postunitaria, a partire dalle diagnosi dei primi meridionalisti. Sul piano delle analisi di storia politica il dibattito sull'Italia postunitaria si è incentrato sui problemi del rapporto tra i diversi regimi succedutisi dopo l'Unità: sul rapporto tra stato liberale e regime fascista, in cui si esprime sia il giudizio sulla natura dello stat prefascista (se esso sia stato o meno una democrazia) sia il giudizio sul fascismo (fascismo-rivelazione della vera natura dei rapporti di potere in Italia ovvero fascismo-parentesi tra due regimi politici democratici); sul rapporto, poi, tra regime fascista e repubblica, sul significato e la portata delle innovazioni istituzionali, sulle persistenze di rapporti di potere, di stili e di costumi di vita, sui quali peraltro la ricerca ha avviato, secondo gli orientamenti di una storia sociale che va prendendo sempre più spazio, significative indagini.

L. Ganapini