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imperialismo
Pochi altri termini che stanno a indicare movimenti collettivi, realtà
complesse e diffuse dell'età contemporanea hanno avuto, come questo, una
pluralità di valenze interpretative. Nel caso dell'imperialismo gli approcci
politici, quelli teorici e quelli sto riografici si sono tra loro variamente
combinati, dando la misura della centralità del fenomeno ai fini della
comprensione dei maggiori processi epocali sviluppatisi a partire dalla
seconda metà dell'Ottocento.
LE ORIGINI DEL TERMINE. Utilizzato in Francia negli anni Quaranta del
XIX secolo per indicare la volontà dei bonapartisti di restaurare l'impero,
il termine assunse un significato più vicino a quello corrente quando
Napoleone III si impegnò in una politica di espansione coloniale legata
non solo a motivazioni economiche, ma anche di prestigio nazionale, in
particolare in occasione dell'avventura imperiale messicana degli anni
Sessanta. In Gran Bretagna l'espressione venne usata negli anni successivi
in relazione alla coerenza (o meno) dell'azione dei governi con gli interessi
imperiali britannici. I conservatori raccolti intorno a B. Disraeli e
al suo imperialismo popolare (culminato nell'incoronazione imperiale della
regina Vittoria) la utilizzarono, contrariamente ai liberali, in un'accezione
positiva. Nell'ultimo scorcio dell'Ottocento due conflitti che coinvolsero
l'opinione pubblica europea, la guerra ispano-americana e quella anglo-boera,
rivelarono che lo spirito imperialista non era appannaggio esclusivo dei
conservatori, dei nazionalisti, dell'industria pesante e di importanti
settori della finanza internazionale ma che aveva messo radici anche in
larghi strati popolari. D'altro canto l'opinione progressista e democratica,
in Europa come negli Stati uniti, si venne schierando sempre più nettamente
su posizioni antimperialiste, dando al termine quella connotazione negativa
che fu poi tipica del XX secolo.
LE PRIME TEORIE. Al primo ventennio del Novecento appartengono le più
importanti elaborazioni teoriche dell'imperialismo. Esse presero l'avvio,
per procedere poi in diverse direzioni, dall'analisi dei mutamenti intervenuti
nell'economia dei paesi capitalistici nel passaggio dalla stagione del
capitalismo liberoscambista a quella del protezionismo, dei monopoli e
del capitale finanziario. Il britannico J.A. Hobson (L'imperialismo,
1902, ed. it. 1964) interpretò il fenomeno come l'esito politico di un
eccesso di risparmio prodotto in una fase alta del ciclo economico internazionale,
a cui non corrisponde un adeguato prelievo fiscale da parte dello stato
né un'adeguata redistribuzione, attraverso i salari, della ricchezza prodotta
tale da stimolare i consumi e da incentivare gli investimenti produttivi
sul territorio nazionale. Mancando tali opportunità, l'eccedenza di risparmio
viene pilotata dai governi verso obiettivi esterni di conquista e di dominio.
Poco più tardi il socialdemocratico austriaco R. Hilferding (Il capitale
finanziario, 1910, ed. it. 1961) elaborò la classica teoria dell'imperialismo
fondata sul patto stipulato fra sistema industriale e sistema bancario
con l'avallo politico dei governi per far fronte al colossale fabbisogno
di capitali d'investimento negli anni della secon-da rivoluzione industriale.
Tale patto, salvo poche eccezioni, si traduce nell'adozione di politiche
protezionistiche nei confronti dei prodotti nazionali: premesse indispensabili
sia all'espansione economico-finanziaria sia a quella politico-militare
che costituiscono i due aspetti fondamentali, anche se non sempre compresenti,
del fenomeno imperialista.
LE TEORIE MARXISTE. Dopo Hilferding acquistarono rilievo in campo marxista
le interpretazioni di R. Luxemburg (L'accumulazione del capitale,
1913, ed. it. 1946), che parte come Hobson dall'analisi del sottoconsumo
in cui è mantenuta la classe operaia e che consente un'accumulazione di
capitale disponibile per iniziative imperialistiche anche nella fase del
capitalismo liberista, e di N.I. Bucharin (L'economia mondiale e l'imperialismo,
1915, ed. it. 1966). Ma in quest'area politica l'opera più famosa è quella
di N. Lenin (L'imperialismo fase suprema del capitalismo, 1917,
ed. it. 1921) che trasse spunti importanti da Hobson e da Hilferding.
Il saggio fu scritto nel corso del primo conflitto mondiale, guerra imperialista
per eccellenza secondo il rivoluzionario russo, in quanto finalizzata
alla spartizione del mondo, delle colonie, delle sfere di influenza del
capitale finanziario. Lenin vi scorge il culmine di quella fase che prepara
la crisi finale del capitalismo. Al centro del processo analizzato vi
è l'espansione internazionale del capitale monopolistico che tende a un
controllo politico ed economico di entità sociali e territoriali più arretrate,
senza necessariamente ricorrere al dominio diretto proprio del colonialismo
ottocentesco. Ciò costituisce la maggiore novità dell'analisi leniniana
e la ragione della sua fortuna nel corso del Novecento. L'elaborazione
nell'ambito del pensiero marxista venne proseguita prima dal britannico
M. Dobb (L'imperialismo, 1937) poi dagli statunitensi P.A. Baran
e P.M. Sweezy (Il capitale monopolistico, 1966, ed. it. 1968),
che si spinsero oltre l'analisi leninista alla luce dell'inedito rapporto
causale tra sviluppo e sottosviluppo nel mondo, per cui lo sviluppo dei
paesi avanzati è reso possibile dall'accentuato sfruttamento del sottosviluppo
nei paesi poveri.
LE INTERPRETAZIONI SOCIALDEMOCRATICA E LIBERALE. Dalle analisi di Hobson
e di Hilferding si dipartì anche un filone interpretativo socialdemocratico,
distinto dalle tesi dei pensatori marxisti (da quelle di Lenin in particolare),
che ebbe una sua prima, organica formulazione negli scritti di K. Kautsky,
leader dei socialisti tedeschi della seconda Internazionale. Questo filone
si fonda sul rifiuto della concezione dell'imperialismo come conseguenza
o degenerazione necessaria del capitalismo e sul convincimento che è possibile
sconfiggerlo attraverso politiche di riforme e di democratizzazione interna
agli stati. Nell'area del pensiero liberale l'analisi più nota è quella
dell'economista austriaco J.A. Schumpeter (Sociologia dell'imperialismo,
1919, ed. it. 1972). Contrariament a Lenin essa considera l'imperialismo
non come la manifestazione dell'imminente crisi del capitalismo, bensì
come l'eredità di una società militarista d'ancien régime, che
può essere sconfitta e superata dall'avanzata e dalla piena affermazione
del capitalismo inteso come sistema economico-politico razionale e razionalizzante.
FRA POLITICA E STORIOGRAFIA. Dal punto di vista delle elaborazioni storiografiche
dell'imperialismo è possibile rilevare in sintesi una prima fase nella
quale storiografia e politica furono fortemente intrecciate: è il caso
della storiografia dell'Italia fascista e della Germania fra le due guerre,
ispirata alla revisione del trattato di pace di Versailles e diffusamente
orientata contro l'imperialismo britannico o francese. A essa seguì una
stagione di maggior rigore storiografico nella quale videro la luce opere
tese a studiare il fenomeno come una fase dell'espansionismo europeo,
ma anche altre che, uscendo da una prospettiva strettamente eurocentrica,
dedicarono particolare attenzione ai paesi asiatici e africani, analizzando
cioè le strategie dell'imperialismo alla luce dei paesi dominati e non
solo di quella delle metropoli imperialiste.
L'IMPERIALISMO STATUNITENSE. Nel dibattito storiografico sull'argomento,
avviatosi negli Stati uniti nel primo dopoguerra, il termine imperialismo
è generalmente riferito alla fase di interventismo statunitense negli
anni di passaggio dal XIX al XX secolo, mentre per la seconda metà del
Novecento è per lo più utilizzato il concetto di egemonia americana.
Le prime ricostruzioni furono fortemente negative e condannarono la guerra
ispano-americana e in particolare la conquista delle Filippine come estranea
ai valori democratici della nazione (C.A. Bird, The Idea of National
Interest, 1934) o quantomeno come gesto di inutile e sbagliata aggressività
(S.F. Bemis, Diplomatic History of the United States, 1936, e J.W.
Pratt, Expansionists of 1898, 1936). Queste interpretazioni tesero
a evidenziare e criticare in particolare i fattori ideologici e culturali
interni che spinsero all'espansione di fine Ottocento: gli influssi del
darwinismo sociale e dello spirito missionario protestante, le pressioni
sciovinistiche esercitate sull'opinione pubblica, e attraverso di essa
sul mondo politico, dalla nuova stampa popolare. Più radicali furono le
successive elaborazioni degli storici revisionisti come W. La Feber (The
New Empire, 1963), W.A. Williams (The Roots of the American Empire,
1969), ma anche di studiosi d'impronta realista come R.W. van Alstyne
(The Rising American Empire, 1960), che videro un carattere intrinsecamente
imperialista nell'intera espansione del paese verso l'ovest fin dai tempi
delle tredici colonie originarie, con l'espulsione delle popolazioni autoctone
e la sostituzione alla dominazione messicana lungo l'intero corso del
XIX secolo. La politica dell'imperialismo statunitense di fine secolo
è consi-derata all'interno di questa sostanziale continuità e la sua particolare
aggressività viene addebitata alle incertezze economiche dopo la depressione
del 1893 e alla convinzione di importanti settori imprenditoriali che
fosse necessario proiettarsi verso i mercati internazionali (politica
della porta aperta). Gli storici infine che accettarono l'imperialismo
statunitense di fine secolo in nome del realismo politico nell'agone tra
le potenze, pur discostandosi dalle precedenti interpretazioni sottolinearono
comunque anch'essi l'atipicità di quella stagione (E. R. May, Imperial
Democracy, 1961; D. Perkins, Gli americani e la politica estera,
1962, ed. it. 1965).
• T. Kemp, Teorie dell'imperialismo, Einaudi, Torino 1969; G. Lichteim,
Storia dell'imperialismo, Sonzogno, Milano 1974; R. Owen, B. Sutcliffe,
Studi sulla teoria dell'imperialismo, Einaudi, Torino 1977; G.
Carocci, L'età dell'imperialismo, Il Mulino, Bologna 1979; A. Aquarone,
Le origini dell'imperialismo americano, Il Mulino, Bologna 1973.
C.P. Boccia, A. Preti
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