giolittiana, età

Non vi è dubbio che già i contemporanei di Giolitti ebbero consapevolezza sia della novità rappresentata dal suo avvento al governo (dapprima come ministro dell'Interno con Zanardelli nel 1901, poi come presidente del Consiglio nel 1903), sia, successivamente, del ruolo preponderante da lui avuto nel gestire, amministrare, dirigere le innovazioni e i processi di trasformazione che contraddistinsero gli anni fino alla prima guerra mondiale. I primi e più importanti studiosi dell'età giolittiana parteciparono infatti, di persona o come testimoni, alle vicende di quell'epoca. Nella Storia d'Italia (1928) B. Croce, contrastando la svalutazione della classe dirigente prefascista operata sistematicamente dal fascismo, individuò nell'età giolittiana la fase della storia dell'Italia unita nella quale «meglio si attuò l'idea di un governo liberale», sia pure nell'ambito di un contrasto fra le «forze sane» del paese e quelle «maligne» (l'irrazionalismo, l'attivismo, il nazionalismo) che sarebbero sfociate, dopo il periodo critico della guerra, nel fascismo. Pochi mesi prima dell'opera di Croce, G. Volpe, con L'Italia in cammino (1927), aveva proposto una diversa interpretazione dell'età giolittiana: lo storico nazionalista vi coglieva soprattutto il contrasto fra le forze nuove e giovani della società civile e una classe politica sostanzialmente statica, poco sensibile alle aspettative di quanti volevano che l'Italia assumesse con determinazione, nel contesto internazionale, una propria prospettiva imperialistica. La terza, tra le interpretazioni "classiche" dell'età giolittiana, è quella di G. Salvemini. Avversario politico di Giolitti e del suo sistema di potere, che giudicava fondato in larga misura sul trasformismo e la corruzione, il clientelismo e l'affarismo, Salvemini, dopo aver combattuto una lunga battaglia politica contro il leader liberale, di cui divenne emblema l'opuscolo Il ministro della mala vita (1910), affrontò il tema anche in chiave storica a partire dagli anni Venti e in particolare nell'introduzione all'Età giolittiana di W. Salo mone (1945, ed. it. 1949). Salvemini, pur riconoscendo che, in particolare per l'età giolittiana, si può parlare di «democrazia in cammino», non mutò il giudizio su Giolitti e sul giolittismo, giudicati responsabili della fragilità del sistema liberale italiano, troppo intriso di autoritarismo e, dunque, premessa e quasi anticipazione del fascismo. Da queste tre interpretazioni ha tratto origine la vastissima letteratura storiografica sull'età giolittiana apparsa subito dopo la seconda guerra mondiale.

• G. Carocci, Giolitti e l'età giolittiana, Einaudi, Torino 1961; N. Valeri, Giolitti, Utet, Torino 1971; A. Aquarone, L'Italia giolittiana, Il Mulino, Bologna 1981.

A. Preti