geografia politica

«Che il territorio sia necessario all'esistenza dello stato è cosa ovvia. Appunto perché non è possibile concepire uno stato senza territorio e senza confini si venne formando assai presto la geografia politica; e sebbene anche la scienza politica abbia spesso trascurato le relazioni di spazio e la posizione geografica, tuttavia una teoria dello stato che facesse astrazione dal territorio non poté mai avere alcun sicuro fondamento. [...] La considerazione del suolo s'impone più nella storia dello stato che in quella della società; ciò deriva dalla maggior ampiezza delle porzioni di territorio su cui il possesso di quello si esercita.» Così F. Ratzel nell'Anthropogeographie (1882-1891) tracciava i contenuti della geografia politica alla quale nel 1897 dedicava un'intera, sistematica opera metodologica destinata a fissare lo sviluppo di quel ramo della geografia per molti decenni.

GEOGRAFIA DEGLI STATI. Ancora all'inizio degli anni Sessanta uno studioso dell'area anglosassone, N.J.G. Pounds, apriva un manuale che avrebbe formato molte generazioni di studenti con un'affermazione di tranquilla sicurezza disciplinare: «Oggetto di studio della geografia politica sono i territori organizzati politicamente, le loro risorse e la loro estensione, e i motivi per cui essi assumono quelle particolari forme geografiche. In particolare, essa studia la più significativa di tutte queste aree, lo stato. [...] L'essenza dello stato è la sovranità». Quindi possiamo dire che per un periodo di tempo che si estese dagli ultimi lustri dell'Ottocento fino alla metà degli anni Settanta del Novecento la geografia politica fu, nella sua espressione prevalente, la geografia degli stati. Naturalmente anche per questo ramo dell'organizzazione del sapere fu compiuto uno sforzo per trovare antecedenti storici illustri al fine di testimoniare dell'antichità del progetto politico in geografia: e così si disse che Erodoto, Platone, Aristotele, G. Botero, J. Bodin, S. de Vauban, C. de Montesquieu e altri già si erano richiamati a esso. In realtà la geografia politica trova la sua espressione sistematica con Ratzel. Essa infatti per lungo tempo scelse come proprio unico oggetto di indagine lo stato, lo stato-nazione emerso dalla frattura politica della Rivoluzione francese, maturato attraverso l'elaborazione culturale, politica e militare dell'Ottocento e trascritto definitivamente sulla carta con la prima guerra mondiale. Del resto tutta la geografia politica limitata alla geografia dello stato, considerato la sola fonte di potere, aveva come maglia di riferimento la triade irrinunciabile per definire lo stato stesso: la popolazione, il territorio, l'autorità.

EVOLUZIONI DIVERSE. La geografia politica conobbe evoluzioni in parte diverse legate ai contesti politico-culturali specifici. Così in Francia C. Vallaux (Le sol et l'état, 1911) espresse le difficoltà metodologiche di dare conto in modo soddisfacente delle interdipendenze fra suolo e stato; J. Ancel (Géopolitique, 1936; Géographie des frontières, 1938), cercando un compromesso fra possibilismo e determinismo, pur in un incompiuto sforzo di teorizzazione, diede un contributo di grande acume ed eleganza alla lettura delle relazioni fra popolamento e territorio soprattutto dell'area balcanica che conosceva in modo capillare, proponendo linee di frontiera attente alle eredità insediative a loro volta in parte legate a fattori ambientali, cioè di utilizzazione delle risorse ambientali. Negli anni Cinquanta J. Gottmann (La politiques des états et leur géographie, 1952) si misurò con questo ramo di ricerca in modo innovativo intrecciando, come nelle altre sue ricerche, storia, sociologia, economia e geografia con scarso rispetto disciplinare e con risultati innovativi nelle interpretazioni. Gran Bretagna e Stati uniti d'America hanno sempre manifestato un interesse speciale per la geografia politica spostando l'attenzione alle relazioni territoriali e strategiche che si venivano a stabilire fra gli stati. Il britannico H. Mackinder nel 1904 leggeva la geografia planetaria come tensione fra poteri in grado di controllare determinate aree. Il cardine del mondo era costituito dalla massa terrestre, parte continentale dell'Eurasia (la Germania prima, l'Unione sovietica poi), mentre l'isola mondiale raccoglieva le potenze marittime (Gran Bretagna e Usa). Nello stesso periodo il nordamericano A.T. Mahan sosteneva che il controllo di determinate zone poteva garantire il controllo complessivo del pianeta. Come è evidente un tale tipo di lettura della geografia politica ha molti punti di contatto con le analisi di strategia militare e di politica estera. Un discorso specifico va riferito alla scuola tedesca che, riprendendo l'elaborazione dello svedese R. Kjellen, per opera soprattutto di K. Haushofer diede vita, in coincidenza con il nazismo, alla geopolitica. Essa dava un fondamento geografico, di necessità deterministico, all'organizzazione dello stato e offriva un supporto pseudoscientifico alla volontà politica di espansionismo territoriale. Si tratta, come evidente, di un caso manifesto di subordinazione culturale alla domanda diretta del mondo politico. Anche in Italia la geopolitica ebbe nell'area accademica e in quella politica i suoi seguaci che pubblicarono per alcuni anni una rivista in cui si illustrava come la posizione geografica dell'Italia, protesa nel Mediterraneo, la ponesse nella condizione automatica di espandersi verso l'Africa e l'area balcanica, condizione resa necessaria dalla superiore civiltà, dal carico demografico e dalla carenza di materie prime; il tutto corredato da abbondante cartografia destinata a rendere oggettiva la base geografica dell'espansione. Negli an ni del dopoguerra la geografia politica ha avuto una presenza limitata al mondo accademico e legata alla tradizionale analisi dello stato e del suo territorio sia interno, sia in rapporto agli altri stati.

UNA RIPRESA RECENTE. A partire dalla metà degli anni Settanta la geografia politica ha conosciuto una forte ripresa; si è anche cominciato a parlare frequentemente di geopolitica, intendendo con tale termine le relazioni strategico-territoriali internazionali. I motivi di tale ripresa sono molteplici. Possiamo ricordarne almeno due: la crisi politica e spesso militare degli stati-nazione ha imposto una nuova riflessione sulla tradizionale e statica concezione territoriale dello stato; il potere tendeva a coincidere sempre meno con lo stato e questo poneva nuove domande nel momento in cui le manifestazioni del potere (economico, ma non solo) si sviluppavano, spesso facendo perno su una strategia spaziale. La vivacità di tale settore disciplinare si riflette bene nella data di nascita di riviste, con impostazione ideologica molto diversa, che esplicitamente si richiamano alla geografia politica: la francese "Hérodote" nel 1976, l'anglosassone "Political Geography" nel 1981, l'italiana "Limes" nel 1992.

T. Isenburg