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geografia economica
Filone della ricerca geografica che studia la distribuzione dei fenomeni
economici sul terri torio e le motivazioni della loro localizzazione.
A fine Ottocento, nel panorama della nuova scienza geografica, la geografia
economica era di fatto geografia commerciale, consistente nell'elencazione
di risorse e prodotti di paesi o regioni: questi studi, che si svilupparono
sia in ambito accademico sia soprattutto attraverso le riviste e le società
geografiche europee, erano strettamente legati agli interessi coloniali,
al punto che si potrebbe parlare quasi di una "geografia coloniale": l'intento
era, infatti, quello di conoscere le condizioni economiche dei paesi colonizzati
in vista della loro riorganizzazione. Ma la geografia economica era destinata
ad assumere ben maggiore importanza scientifica in seguito: nel contesto,
cioè, di un clima culturale neopositivistico, che rivoluzionò, a partire
dagli anni Trenta del Novecento, i metodi delle scienze sociali; dal secondo
dopoguerra, e poi soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, si assistette
nell'ambito della geografia a quella che si può definire una rivoluzione
quantitativa e all'apertura di nuovi orizzonti speculativi contrapposti
(spesso polemicamente) all'impostazione tradizionale della geografia
umana. Mentre quest'ultima si sarebbe limitata a descrivere, la "nuova
geografia" sarebbe stata in grado di comprendere e spiegare la realtà
e di fare previsioni.
LA NUOVA GEOGRAFIA. Gli ambiti di studio rimasero quelli ormai consolidati
dell'analisi regionale e del rapporto uomo-ambiente, ma i metodi con cui
affrontarli erano nuovi: concetti fondamentali diventarono l'ecosistema
e la regione funzionale, mentre gli strumenti di analisi erano
quelli dell'economia e della matematica. La nuova impostazione rifiutò
il linguaggio spontaneo, basato sull'osservazione diretta e sulla partecipazione
anche emotiva del geografo, e scelse un linguaggio astratto, preciso,
teorico. Alla nuova geografia, ancora una volta in opposizione con la
scuola classica, era estraneo l'interesse per la storia: la realtà analizzata
era quella contemporanea e ciò che interessava era piuttosto comprenderne
le tendenze evolutive e prevederne gli sviluppi. Il nuovo filone di ricerca
si sviluppò dapprima nel mondo germanico e scandinavo e poi nel mondo
anglosassone. I modelli di distribuzione spaziale dei fenomeni economici
costruiti dai geografi tedeschi hanno come presupposto l'esistenza di
uno spazio omogeneo sul quale può svilupparsi una perfetta concorrenza
e in cui la variabile decisiva diventa la distanza. Nel modello delle
località centrali elaborato da W. Christaller nel 1933 le città sono centri
che si distribuiscono gerarchicamente e simmetricamente in base alla loro
capacità di offrire beni e servizi più o meno rari e quindi di creare
un'area di mercato. Per A. Weber (1909) il problema era quello della localizzazione
dell'industria e il suo modello spiega la relazione tra industrie, luoghi
di provenienza delle materie prime e mercato di consumo, tenendo presenti
le variabili della distanza e dei costi di traspor-to. Questi stessi elementi
servivano anche a spiegare la concorrenza nell'uso del suolo agricolo
nel modello costruito da J. von Thünen, che aveva osservato la realtà
economica inglese ottocentesca. Infine, geografi urbani e sociologi, che
lavorarono a Chicago negli anni Venti, elaborarono una teoria volta a
spiegare l'uso del suolo urbano attribuendo ad aree concentriche o a settori
radiali funzioni diverse. Si ebbe una rielaborazione del concetto di regione
che cominciò a essere concepita come uno spazio funzionale, un'unità territoriale
non preesistente nella realtà, ma scelta di volta in volta in base agli
obiettivi della ricerca, non più un'area definita in base alle sue caratteristiche
interne, ma il campo d'azione di flussi di vario genere, sia interni sia
verso e dall'esterno. Emersero, così, nuovi temi di ricerca. Venne analizzata
la struttura delle reti di comunicazione, facendo ricorso in particolare
alla teoria dei grafi, secondo la quale la rete viaria è immaginata come
composta da segmenti e nodi, che sono il simbolo di strade e di centri
abitati (P. Hagget, 1965). Un'attenzione particolare fu dedicata all'analisi
dei processi di diffusione, per esempio di innovazioni tecniche industriali
o agricole, o di espansione (studi di T. Hägerstrand negli anni Cinquanta),
analizzando soprattutto i fenomeni migratori. Venne utilizzata l'analisi
matematica: il metodo di simulazione Montecarlo, la teoria dei
giochi, le tecniche statistiche come l'analisi fattoriale. Un altro concetto
fondamentale che la geografia economica fece proprio fu quello di sistema:
definito nei suoi elementi fondamentali dalla fisica teorica e già utilizzato
da altre scienze sociali, assunse un'importanza cruciale nel pensiero
geografico, non solo economico e quantitativo. L'analisi sistemica, introducendo
l'idea di interconnessione tra i fenomeni, e quindi di retroazione, fornì
strumenti per l'elaborazione di modelli capaci di spiegare fenomeni geografici
complessi quali gli squilibri territoriali, lo sviluppo e il sottosviluppo
regionali, i meccanismi e le diseconomie di agglomerazione.
UNA DISCIPLINA COMPLESSA. Dagli anni Sessanta la "nuova geografia" cominciò
a essere presente nella ricerca geografica di un più ampio numero di paesi,
coinvolgendo anche aree dapprima estranee al rinnovamento, quali la Francia,
l'Italia e la Spagna, dove spesso furono gli economisti e gli urbanisti
ad assumersi il ruolo di iniziatori. Tuttavia proprio in questi stessi
anni, se da un lato si è sviluppato quello che è stato definito «l'ottimismo
scientista neopositivista», dall'altro si sono levate voci di profonda
insoddisfazione e di critica a un'impostazione che non teneva conto della
soggettività e della storicità dell'ambiente umano. Nel panorama attuale,
in cui dominano la frammentazione e la specializzazione, la geografia
economica costituisce un filone di ricerca autonomo: il dibattito sul
metodo, che si è aperto tra geografi economici e geografi umanist e storici,
complica e arricchisce una disciplina non riconducibile all'unità.
• S. Conti, Geografia economica. Teoria e logica della rappresentazione
spaziale dell'economia, Utet, Torino 1989; V. Vagaggini, D. Dematteis,
I metodi analitici della geografia, La Nuova Italia, Firenze 1976.
M.P. Balbi
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