Galileo

La visione storiografica dell'opera di Galileo, figura emblematica della scienza moderna, si è sempre proiettata su di essa e inoltre, a causa dello scontro con la chiesa, sull'intera cultura nata nel Seicento.

IL PARADIGMA POSITIVISTA. E. Mach diede di Galileo l'immagine storiografica paradigmatica dell'approccio positivista: egli è il grande osservatore che esamina con puntiglio e minuzia i fatti deducendo rigorosamente da essi le leggi. Mach non pose in dubbio che veramente Galileo avesse compiuto le esperienze di cui si van-tò, né dubitò che queste esperienze avessero avuto il ruolo fondante di tutta la scienza galileiana: «Galileo non ha formulato una teoria della caduta dei corpi, ma ha osservato e constatato senza idee preconcette il fatto del movimento di caduta». Nelle procedure dello scienziato pisano non vi è spazio per ambiguità, incertezze, errori: «il metodo di Galileo è facile, chiaro e assolutamente corretto». Per Mach Galileo fu inoltre pienamente consapevole della rottura che la sua opera aveva prodotto rispetto al passato. La pubblicazione a partire dal 1890 dell'edizione nazionale delle opere di Galileo, nella quale A. Favaro raccolse una mole enorme di documenti su di lui e sui suoi contemporanei, rappresentò un punto d'arrivo della ricerca documentaria sul grande pisano, dando impulso al dibattito interpretativo. Si cominciò a mettere in rilievo l'influenza di Platone nel determinare l'approccio matematico alla natura (E. Strauss, E. Cassirer). E. Wohlwill (Galilei und sein Kampf für die Copernikanische Lehre, 1909) presentò di Galileo e dei suoi contemporanei una visione assai più sfumata di quella machiana, sottolineando le difficoltà, le imprecisioni, i profondi legami con la cultura vecchia degli uomini d'inizio Seicento, offrendo così elementi a sostegno di una visione più continuista e meno rivoluzionaria dello scienziato. A questo stesso scopo mirava la ricerca storica di R. Caverni.

UN GALILEO METAFISICO. Il continuismo fu spinto all'estremo dal francese P. Duhem, che in una serie di ponderose opere sulla scienza antica e medievale attaccò vigorosamente l'immagine di Galileo rivoluzionario sostenendo che vari pensatori medievali, in particolare Giovanni Buridano e Nicola di Oresme, avevano anticipato talune fondamentali idee galileiane e che Galileo era venuto a conoscenza di questi autori tramite la mediazione dei manoscritti di Leonardo. Duhem sostenne anche, in un libro "scandaloso" (Salvare i fenomeni, 1908, ed. it. 1986), che, se inserito nella tradizione dell'astronomia, Galileo appariva singolarmente grossolano dal punto di vista metodologico con la sua pretesa di far accogliere il sistema copernicano come teoria vera, mentre metodologicamente più raffinata era stata la posizione della chiesa cattolica, la quale si era giustamente appellata alla plurisecolare storia dell'astronomia matematica per sostenere che l'eliocentrismo era soltanto una comoda ipotesi calcolistica. Oltre a rivedere profondamente il rapporto tra la figura di Galileo e la scienza a lui precedente, Duhem innovò anche la visione tradizionale circa l'essenza della metodologia galileiana, sostituendo al Galileo empirista dei positivisti un Galileo teorico, che rompe con l'esperienza quotidiana per inaugurare una teoria fisica profondamente contraria all'esperienza comunemente intesa. Quest'ultimo contributo di Duhem al rinnovamento degli studi galileiani fu soprattutto indiretto, poiché lo scienziato francese non dedicò analisi molto approfondite Galileo, concentrandosi piuttosto sui suoi predecessori. Furono invece la critica epistemologica di Duhem e i suoi lavori di storia, non specificatamente dedicati a Galileo, a dimostrare l'inadeguatezza di una interpretazione empirista della rivoluzione scientifica. A Galileo Duhem dedicò un solo scritto di grande impegno, del 1904, che fu comunque decisivo per illustrare la rottura operatasi tra la scienza della meccanica galileiana e l'esperienza acriticamente intesa. Proprio da tale scritto prese le mosse A. Koyré per sviluppare la propria interpretazione antiempirista di Galileo. Nei suoi Studi galileiani (1939, ed. it. 1976) è presentato un Galileo fortemente influenzato dall'idealismo platonico (un platonismo «profondo e consapevole, che non avevano riconosciuto coloro che in precedenza avevan parlato di un Galileo platonico») e che conduce la propria battaglia di rinnovamento della cultura non compiendo esperimenti più o meno raffinati ma esponendo nuove idee rivoluzionarie, una nuova visione del mondo che scardina quella aristotelica. Le nuove concezioni scientifiche erano inconciliabili con i principi dell'aristotelismo, sicché, per consentire la crescita della nuova scienza, era indispensabile un'opera di rinnovamento filosofico, metafisico: e proprio questo fece Galileo contrapponendo al mondo delle sostanze e degli accidenti di Aristotele l'universo matematico di Platone e adottando un metodo fondato sulla critica concettuale e suffragato da esperimenti mentali. L'esaltazione dell'idealismo galileiano in Koyré andò di pari passo con una drastica svalutazione dell'empirismo, fino a negare che Galileo avesse mai compiuto gli esperimenti raccontati nelle sue opere.

IL DIBATTITO SUGLI ESPERIMENTI. Nel secondo dopoguerra buona parte del dibattito ha ruotato attorno alla portata e alla natura della sperimentazione nell'opera galileiana. Nel filone inaugurato da Koyré si sono schierati E.J. Dijksterhuis, C. Truesdell e R. Hall. Anche M. Clavelin ha sottolineato che l'aspetto più rilevante del contributo galileiano alla storia del pensiero consistette nell'elaborazione di una nuova filosofia della natura, una concezione fisica globale e universale, non nella pratica sperimentale. Tra le argomentazioni addotte Koyré e Hall hanno portato lo stato arretrato della tecnica, in particolare degli orologi, che non avrebbe consentito a Galileo di realizzare gli esperimenti descritti. Settle e S. Drake hanno invece mostrato che le tecniche di misurazione del tempo usate da Galileo erano adatte allo scopo. R. Naylor, tentando di ripetere le esperienze galileiane sul piano inclinato, ha ottenuto risultati diversi, concludendo perciò che i dati di Galileo non erano stati trovati mediante tali esperimenti. Con la tesi di Naylor si è schierato anche W. Shea (1977). Per la difesa di un'interpretazione empirista di Galileo si sono impegnati anche R. Seeger e D.K. Hill. Koyré non aveva neppure creduto possibile un esperimento descritto da Galileo in cui si pone unasfera di vetro piena d'acqua con un piccolo foro sul fondo contro un vaso di vino rosso e si vede il vino salire, l'acqua scendere senza rimescolamento, in modo che alla fine la sfera risulta piena di vino e il vaso pieno d'acqua. Lo storico canadese J. MacLachlan ha realizzato però l'esperimento confermando il risultato di Galileo (1973). Il più continuo e impegnato sostenitore dell'effettiva grande rilevanza della pratica di laboratorio sulle teorizzazioni galileiane è comunque stato Drake che sino all'inizio degli anni Novanta ha scandagliato gli inediti galileiani per ricavarne elementi contro l'interpretazione idealistica (peraltro i lavori di Drake sono stati criticati da un altro interprete "sperimentalista" come Naylor). D'altra parte non sono mancati interpreti recenti che hanno riformulato la tesi di un Galileo nella cui opera prevale largamente l'aspetto matematico rispetto a quello empirico, essendo l'esperimento svolto come verifica di ipotesi elaborate con argomentazioni teoriche e incapace di fornire una verifica decisiva (W.L. Wisan). L'invenzione del telescopio e le scoperte con esso ottenute sono state esaminate a più riprese da V. Ronchi, che ha sempre sostenuto che al fondo della fiducia di Galileo nella bontà dello strumento e dunque dell'affidabilità delle scoperte astronomiche stava un atto di fede, non essendo in grado Galileo di spiegare teoricamente il funzionamento dello strumento stesso. P.K. Feyerabend ha dato di questo atto di fede un'interpretazione personalissima presentando Galileo come uno scienziato privo di scrupoli, che non esitò a impiegare le visioni telescopiche, delle quali vi erano seri motivi per dubitare, in favore della propria battaglia filocopernicana, occultando con abili manovre gli aspetti deboli della teoria. Lo statunitense A. Van Helden (The Discovery of the Telescope, 1977) ha ripreso in esame la questione esaminando in particolare gli studi su Saturno e la loro fortuna, mostrando quanto il telescopio di Galileo fosse incomparabilmente migliore di quelli costruiti dai suoi predecessori e dai suoi contemporanei e dunque come fosse priva di fondamento la diffidenza che esisteva attorno al lavoro dello scienziato pisano.

I LEGAMI CON IL PASSATO. Il dibattito attorno a Galileo ha investito anche altri campi d'interesse. Il ruolo da lui avuto nella storia della filosofia è stato per molti anni vincolato all'interpretazione datane da E. Cassirer nel primo volume della sua Storia della filosofia moderna (1906, ed. it. 1978). Secondo Cassirer Galileo ha avuto il merito grandissimo di bandire dalla scienza la ricerca delle cause, per concentrarsi sulle relazioni fenomeniche. Che la scienza, grazie a Galileo, sia passata dalla domanda "perché?" alla domanda "come?" è divenuto un luogo comune nella storia della filosofia e in quella della scienza. In anni recenti questa tesi è stata rivista: Galileo abbandonò la ricerca della cause controvoglia, non in seguito a una scelta metodologica pienament consapevole ma perché costretto da difficoltà che non riusciva a superare, e continuò a ritenere che la ricerca delle cause fosse l'aspetto più affascinante dell'attività scientifica (P. Galluzzi). Un notevole approfondimento vi è stato negli ultimi anni sui rapporti tra Galileo e la cultura aristotelica del Cinquecento. W. Wallace ha ricollegato i primi manoscritti galileiani pervenutici, che solo in parte Favaro aveva inserito nella sua edizione delle opere galileiane, ai corsi tenuti negli anni 1587-1592 dai gesuiti del Collegio romano, dimostrando che Galileo in quel periodo stava studiando seriamente i loro scritti. Sulla base di questa analisi Wallace ha sostenuto una visione nella quale vengono di molto attenuati gli aspetti rivoluzionari dell'impostazione galileiana: non solo Galileo apprese dai gesuiti le proprie conoscenze circa i caratteri del metodo ipotetico-deduttivo ma da quell'ambiente, caratterizzato da un aristotelismo moderno che voleva recuperare tanto Euclide quanto Archimede, imparò anche l'esistenza di una via matematica alla comprensione della natura. Sull'importanza della scienza dei gesuiti nella formazione di Galileo hanno insistito anche A. Crombie e A. Carugo, raggiungendo tuttavia conclusioni più sfumate di quelle di Wallace. Altre indagini a Padova e Pisa hanno scoperto ulteriori legami tra Galileo e la tradizione scolastica universitaria (C.B. Schmitt, C. Lewis). Anche tutti gli studi sulla metodologia del XV e XVI secolo hanno costantemente considerato come punto d'arrivo Galileo e hanno esplorato i rapporti tra il grande pisano e le tradizioni a lui precedenti (J.H. Randall jr, N. Jardine, W.L. Wisan).

• A. Koyré, Studi galileiani, Einaudi, Torino 1979; P. Galluzi, Momento. Studi galileiani, Ateneo e Bizzarri, Roma 1979; P. Redondi, Galileo eretico, Einaudi, Torino 1983; S. Drake, Galileo. Una biografia scientifica, Il Mulino, Bologna 1988; S.M. Pagano, A.G. Luciani, I documenti del processo di Galileo Galilei, Pontificia accademia delle scienze, Città del Vaticano 1984.

R. Maiocchi