fascismo/nazismo e donne

Colpisce, rispetto al tema del rapporto tra donne e regime fascista, il grave ritardo della sto-riografia italiana, mentre quella tedesca rispetto al nazismo registra una qualità e una quantità notevole di interventi.

LE CAUSE DI UN RITARDO. Sebbene anche in Germania abbia a lungo pesato sulla ricerca quella che appare come una rilevante difficoltà di individuare le categorie di analisi adeguate a cogliere un fenomeno così contraddittorio e doloroso come, per esempio, la massiccia adesione di donne al regime perfino nell'applicazione delle sue politiche di sterminio (N. Gabriel, Un corps à corps avec l'Histoire: les féministes allemandes face au passé nazi, in Femmes et fascismes, a c. di R. Thalmann, 1986), la produzione degli studi, specie dopo la spinta venuta dal movimento femminista a un ripensamento complessivo delle radici storiche dell'ideologia del genere, appare articolata e matura. Il ritardo italiano è stato attribuito a cause diverse che peraltro convincono solo in parte. Si è osservato che la mancanza di una ricerca specifica era dovuta, per quanto riguarda gli anni dell'immediato dopoguerra, all'idea diffusa secondo cui poiché le donne sotto il regime fascista non avevano avuto alcuna visibilità e legittimità politica, si sarebbe potuto parlare soltanto di un'assenza e non di un rapporto tra donne e fascismo: e su un'assenza l'indagine storiografica non può procedere. Si è poi visto, con maggiore plausibilità, che poiché la storiografia sul fascismo ha per lungo tempo privilegiato la ricostruzione dell'opposizione al regime, gli studi, sia pure sporadici, dedicati alle donne italiane tra le due guerre hanno privilegiato per anni la scoperta o la riscoperta delle donne attive nei movimenti antifascisti (I. Vaccari, La donna nel ventennio fascista 1919-1943, in Donne e Resistenza in Emilia-Romagna, 1978), fino alla stagione, che ha ritrovato soltanto di recente una sua nuova vitalità, delle ricerche sulle donne nella Resistenza (A.M. Bruzzone, R. Farina, La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, 1976; B. Guidetti Serra, Compagne, 1977). In realtà appare piuttosto evidente, sul lungo periodo, la difficoltà di affrontare un'analisi più rigorosa e articolata delle politiche del regime nei confronti delle donne e del loro esito, oltre la pur necessaria denuncia di un'ideologia misogina e oppressiva (P. Meldini, Sposa e madre esemplare. Ideologia e politica della donna e della famiglia durante il fascismo, 1975). Tanto più appare difficile, poi, indagare a fondo sulle donne non soltanto come destinatarie di politiche specifiche, ma come soggetti attivi. Risulta difficile cioè guardare alle motivazioni di coloro che al fascismo aderirono con convinzione, divenendo sostenitrici del suo progetto politico-sociale. In questa chiave il tentativo di analisi di M.A. Macciocchi (La donna "nera". Consenso femminile e fascismo, 1976) appare del tutto fuorviante, nell'uso improprio, tra l'altro, di categorie psicanalitiche poco rigorose e soprattutto ben poco utili per comprendere il fenomeno nella sua complessità e varietà di espressioni

LE PRIME VERE RICERCHE. Soltanto a partire dalla seconda metà degli anni Settanta si può cominciare a parlare di una vera e propria storiografia che indaga con serietà di intenti e rigore scientifico su entrambi i problemi: quello dell'atteggiamento ideologico e delle politiche fasciste che incisero sulla condizione complessiva delle donne italiane e quello del rapporto instaurato da gruppi di donne con il movimento fascista e poi con il regime, fino alle militanti della Repubblica di Salò. Alla luce di documentazione inedita o di riletture anche delle fonti più frequentate, per così dire, dalla storiografia generale sul fascismo, si è cominciato a indagare su alcune questioni di fondo quali i caratteri e le radici culturali dell'ideologia fascista sulla famiglia; la natura e la portata delle campagne demografiche; le norme espulsive delle donne dal mercato del lavoro; l'effettivo funzionamento di istituzioni fiore all'occhiello del regime, ma di fatto fallite, tra cui paradigmatica appare la vicenda dell'Onmi (Opera nazionale maternità e infanzia). Molte ricerche, oltre alle fonti d'archivio e alla pubblicistica, ricorrono alle fonti orali di cui si fa un uso sempre più consapevole, sotto il profilo metodologico, per ricostruire, per esempio, gli atteggiamenti e le resistenze nei confronti delle politiche demografiche e dei provvedimenti pronatalisti da parte di donne appartenenti alla classe operaia (L. Passerini, Donne operaie e aborto nella Torino fascista, in "Italia contemporanea", 1982; Id., Torino operaia e fascismo, 1984). Ricerche rigorose e sostenute da un'ampia base documentaria sono state avviate negli anni Ottanta del Novecento sulla militanza femminile fascista, sia nella prima fase movimentista, dalle origini al delitto Matteotti (D. Detragiache, Il fascismo femminile da Sansepolcro all'affare Matteotti 1919-1925, in "Storia contemporanea", 1983), sia dopo il consolidamento del regime attraverso l'organizzazione dei Fasci femminili (S. Bartoloni, Il fascismo femminile e la sua stampa: la "Rassegna femminile italiana" 1925-1930, in "Dwf", 1982), sia nella Repubblica sociale italiana, attraverso l'indagine sull'arruolamento volontario di circa seimila giovani donne nel Servizio ausiliario femminile (M. Fraddosio, Donne nell'esercito di Salò, in "Memoria", 1982; Id., La donna e la guerra. Aspetti della militanza femminile nel fascismo: dalla mobilitazione civile alle origini del Saf nella Repubblica sociale italiana, in "Storia contemporanea", 1989).

BIOGRAFIE E ALTRI FILONI DI STUDIO. Un filone a sé, nella ricerca sul rapporto donne e fascismo, è rappresentato da alcune biografie, tra cui spiccano quelle dedicate a donne già protagoniste delle lotte d'inizio secolo nell'ambito del partito socialista o del movimento di emancipazione femminile che divennero figure significative, sia pure rivestendo ruoli diversi, anche nell'ambito del regime, grazie all'amicizia personale con Mussolini oltre che per convinzione personale e che scontarono cocenti de-lusioni e amarezze profonde: Margherita Sarfatti, costretta all'esilio dopo la promulgazione delle leggi razziali e Regina Terruzzi, dirigente delle massaie rurali, rimasta nonostante tutto legata a ideali di giustizia sociale che il regime fu ben lontano dal realizzare (P.V. Cannistraro, B.R. Sullivan, Margherita Sarfatti, 1994; D. Detragiache, Du socialisme au fascisme naissant: formation et itinéraire de Regina Terruzzi, in R. Thalmann, a c. di, Femmes et fascismes, 1986). Studi sulla stampa femminile fascista cominciano a scavare più a fondo sulle varie modalità attraverso cui si espresse un rapporto spesso ambivalente e contraddittorio tra le intellettuali e i valori del regime (E. Scaramuzza, Professioni intellettuali e fascismo. L'ambivalenza dell'Alleanza muliebre culturale italiana, in "Italia contemporanea", 1983; E. Mondello, La nuova italiana. La donna nella stampa e nella cultura del Ventennio, 1987; S. Follacchio, Discutendo di femminismo. "La Donna italiana", in M. Addis Saba, a c. di, La corporazione delle donne. Ricerche e studi sui modelli femminili nel ventennio, 1988; H. Dittrich-Johansen, Dal privato al pubblico: maternità e lavoro nelle riviste femminili dell'epoca fascista, in "Studi storici", 1994). Analogamente si comincia a indagare sulla condizione delle lavoratrici di fabbrica durante il ventennio (P.R. Willson, The Clockwork Factory. Women and Work in Fascist Italy, 1993). Il panorama delle ricerche, tuttavia, continua ad apparire ancora troppo povero e frammentato, specie se confrontato con quanto sta avvenendo nella storiografia tedesca, sebbene di recente sia stato pubblicato anche in Italia il volume della studiosa statunitense V. De Grazia (Le donne nel regime fascista, 1993), che ha il merito di proporre una ricostruzione complessiva e quindi sintetica, nonostante la mole, delle principali questioni poste dal tentativo di "nazionalizzazione delle donne" operato dal fascismo e dalla risposta da parte delle interessate. Persino questa ricerca, tuttavia, non è esente da alcune approssimazioni e genericità: d'altra parte la chiave di lettura adottata appare stimolante, ma talora poco duttile nel cogliere gli aspetti più problematici di esperienze tra loro spesso assai diverse, sebbene l'autrice sottolinei opportunamente che le politiche del regime, così come gli atteggiamenti delle donne, non seguirono un orientamento definito e univoco per tutto il corso del ventennio, ma anzi appaiono entrambi contraddittori e ambivalenti. Il regime, oscillante tra conservazione e modernizzazione, attinge, come sottolinea a più riprese De Grazia, alla tradizione del liberalismo italiano, promuovendo al tempo stesso la presenza delle donne nella sfera pubblica, sia pure al fine della costruzione dello stato totalitario. Le donne, dal canto loro, si pongono di fronte al fascismo seguendo una propria strategia di rapporto con la modernità, che smentisce per esempio le campagne demografiche del regime attraverso la co stante limitazione delle nascite: limitazione che tende, peraltro, alla valorizzazione della maternità, nel senso di mirare alla qualità di questa esperienza piuttosto che alla quantità dei figli. L'attenzione delle storiche tedesche nei confronti del rapporto tra donne e nazismo si è orientata su vari ambiti di indagine: dalla condizione delle lavoratrici tra la Repubblica di Weimar e la seconda guerra mondiale alle politiche del regime sulla famiglia; dalle politiche di selezione della razza "ariana" attraverso pratiche denataliste e sterilizzazione coatta alla militanza femminile, con un'analisi delle organizzazioni femminili naziste; fino alle ricerche sulle attività del personale femminile nei campi di sterminio. Su quest'ultimo aspetto, in particolare, si rileva una produzione significativa, sia sotto il profilo metodologico che sotto il profilo politico, giacché si esce definitivamente da un'impostazione che vedeva le donne come naturalmente estranee alla politica e alla violenza, assumendone, ideologicamente, una presunta "innocenza" storica.

NUOVE CATEGORIE DI ANALISI. Gli studi di E. Harvey (Women as Agents of Nazi Settlements Policies in Western Poland, relazione presentata al seminario internazionale su "Donne, guerra, Resistenza nell'Europa occupata", Milano 14-15 gennaio 1995) sulle donne impiegate come agenti nella politica di colonizzazione nazista dei territori polacchi in cui risiedevano comunità tedesche, o quelli di G. Schwarz (Donne Ss addette alla sorveglianza nei campi di concentramento nazisti 1933-1945, relazione presentata allo stesso seminario internazionale) sulle addette ai campi di sterminio risultano, in questo senso, esemplari, poiché gettano una luce nuova su fenomeni poco noti o sottaciuti. Di grande importanza, sotto il profilo dell'elaborazione di categorie di analisi nuove, oltre che sul piano delle fonti utilizzate, sono anche e soprattutto le ricerche di G. Bock (Zwangssterilisation im Nationalsozialismus: Studien zur Rassenpolitik und Frauenpolitik, 1986; Il nazionalsocialismo: politiche di genere e vita delle donne, in G. Duby, M. Perrot, Storia delle donne. Il Novecento, 1992) sul rapporto tra razzismo e politiche di genere attuate dal nazismo. Il regime, sostiene per esempio la studiosa, non promosse affatto, come vuole un luogo comune storiografico diffuso, il "culto della maternità". Al contrario, proprio attraverso l'idea della selezione di una razza superiore, procedette a una politica tesa a scegliere quali donne dovessero procreare e quali no, applicando di fatto, anche attraverso il ricorso ad atti di polizia, una classificazione delle donne che venivano distinte tra quelle da incoraggiare a far figli, quelle i cui figli non erano del tutto sgraditi, quelle che avrebbero fatto meglio a non averne, quelle alle quali si sarebbe dovuto impedirlo a ogni costo, anche attraverso la sterilizzazione coatta. Ebree, zingare, straniere, slave, donne di colore o "ariane" affette da malattie o sospettate di debo-lezza mentale o fisica, appartenenti comunque a gruppi che minacciavano il Volkskörper (il corpo etnico) nella sua presunta purezza e superiorità furono soggette ad aborti procurati anche oltre il sesto mese di gravidanza, a interventi chirurgici o somministrazione di sostanze per renderle sterili. Il novanta per cento di esse morirono in seguito a questi interventi che si possono considerare a tutti gli effetti, secondo Bock, una delle pratiche di sterminio operate dal nazismo nei confronti degli individui e dei gruppi considerati indesiderabili. Importanti le osservazioni di Bock anche sul lavoro femminile durante il periodo nazista: al contrario di quanto di solito si scrive, basandosi sulla lettera della propaganda e non sulle politiche effettive, durante il nazismo il numero delle donne, comprese quelle sposate, impiegate in lavori salariati aumentò in modo considerevole (e questo spiega, in parte, l'adesione di molte donne al regime, al quale si attribuiva il merito di alleviare la disoccupazione). L'ideologia familista non poteva superare l'interesse del regime alla potenza economica e militare, né le tendenze modernizzatrici nell'economia venivano contrastate in nome della maternità che, come abbiamo visto, per il nazismo non era un obiettivo così assoluto come si pretende. Le ricerche sul rapporto donne-nazismo, dunque, appaiono, anche alla luce di questi studi, in pieno sviluppo e, salvo ovvie eccezioni, capaci di interrogare questo momento storico con domande che ribaltano certezze consolidate, storiografiche e no, anche a costo di scoperte talora laceranti sulla "complicità" attiva delle donne al regime persino nelle sue espressioni più aberranti.

• S. Bartoloni, Le donne sotto il fascismo (discussioni e dibattiti), in "Memoria", n. 10, 1984; C. Saraceno, La costruzione della maternità e della paternità nell'Italia fascista, in "Storia e memoria", n. 1, 1994; G. Czarnowski, Das kontrollierte Paar. Ehe- und Sexualpolitik im Nationalsozialismus, Deutscher Studien Verlag, Weinheim 1991; D. Reese, "Straffe, aber nicht stramm - herb, aber nicht derb". Zur Vergesellschaftung der Mädchen durch den Bund Deutscher Mädel im sozialkuturellen Vergleicht zweier Milieus, Beltz, Basilea 1989; C. Koonz, Mothers in the Fatherland. Women, the Family and Nazi Politics, New York 1987; C. Sachse, Betriebliche Sozialpolitik als Familienpolitik in der Weimarer Republik und im Nationalsozialismus, Amburgo 1987; D. Reese, C. Sachse, Frauenforschung zum Nationalsozialismus. Eine Bilanz, in L. Gravenhorst, C. Tatschmurat, a c. di, Töchterfragen. Ns.Frauengeschichte, Kore, Friburgo 1990; J. Stephenson, The Nazi Organisation of Women, Londra 1991.

A. Buttafuoco, S. Sgarioto