elite, teoria delle

L'osservazione di gruppi ristretti di persone ai vertici della società è alla base della teoria delle elite, che generalizza questa evidenza empirica nella teoria del dominio delle minoranze sulle maggioranze. Tanto G. Mosca negli Elementi di scienza politica (1896), quanto V. Pareto nel Trattato di sociologia generale (1916) posero al centro della loro analisi del potere la classe politica, giudicata strategica proprio perché in qualsiasi società il potere si declina innanzitutto come potere politico, dunque in mano a ben delimitate elite politiche (o oligarchiche, per adoperare la terminologia di R. Michels). Da questa formulazione originaria il dibattito sulle elite si trasferì nel secondo dopoguerra negli Stati uniti, dando luogo a una pluridecennale querelle all'interno della scienza politica di matrice comportamentista (per esempio con P. Bachrach, La teoria dell'elitismo democratico, 1967, ed. it. 1974; comportamentismo). Il fulcro della discussione riguarda l'unitarietà o meno delle elite al potere, la cui definizione, alla fine, sembra essere più il frutto degli strumenti di indagine e dei relativi background teorici che non la risultante di un'osservazione empirica. Più in particolare, l'approccio reputazionale individua l'esistenza di un'unica elite omogenea, che comanda la società facendo leva innanzitutto sul suo potere economico. L'approccio che privilegia lo studio delle decisioni pubbliche mette invece in evidenza i conflitti strutturali tra gruppi di elite operanti in distinte arene decisionali, conflitti giustificati dalla mera esistenza di più sedi di decisione (con relative specifiche "schede di utilità" per i singoli partecipanti).