donne, storiografia italiana delle

La ricerca sull'esperienza storica femminile in Italia, come e più che in altri paesi, appare strettamente intrecciata con le questioni poste sulla scena sociale e politica dal movimento delle donne. Anche i primi lavori in questo campo, pubblicati negli anni Sessanta, furono di fatto sollecitati, per molti versi, dalle domande che le donne uscite dalla Resistenza e impegnate da tempo nelle lotte per affermare l'uguaglianza sociale tra i sessi, prevista dalla Costituzione ma non realizzata in concreto, si ponevano intorno al senso e agli obiettivi del proprio lavoro politico. Nel pieno del boom economico, in un clima complessivo di modernizzazione del costume, segnalato da fenomeni diversi qualiil tasso crescente di scolarità femminile o la diffusione sempre più ampia degli elettrodomestici, la cosiddetta questione femminile veniva liquidata da più parti come un problema residuale che lo sviluppo sempre più sostenuto della società italiana avrebbe risolto in breve tempo. Si negava cioè il carattere costitutivo, per quella stessa società, pur in evoluzione, di una disparità giuridica e sociale tra i sessi che affondava le sue radici politiche fin nel processo che aveva portato all'unità italiana, quando il nuovo stato si era strutturato proprio partendo dalla riconferma di un sistema di potere che sanciva l'esclusione delle donne dalla sfera politica.

PRIME PROPOSTE STORIOGRAFICHE. Anche il contributo di pensiero e di azione dato dalle donne alla causa unitaria era stato cancellato dalla memoria collettiva o imbalsamato in quadri agiografici. Non a caso Alle origini del movimento femminile in Italia della storica comunista F. Pieroni Bortolotti, e Le origini del movimento cattolico femminile della storica cattolica P. Gaiotti De Biase, usciti entrambi nel 1963, ponevano al centro della loro ricerca due momenti chiave della storia politica italiana. L'esito del processo risorgimentale e la sconfitta subita dalle donne per quanto riguardava la sorte riservata loro dallo stato unitario erano al centro del lavoro di Pieroni Bortolotti, la quale affidava ad A.M. Mozzoni, una delle figure più interessanti tra le emancipazioniste del secondo Ottocento, il compito di rappresentare la protesta e la lotta delle intellettuali e delle lavoratrici italiane contro il disconoscimento dei loro diritti e delle loro speranze di giustizia. Gaiotti De Biase proponeva, dal canto suo, la ricostruzione delle vicende del femminismo cristiano del primo Novecento, mettendo in evidenza la capacità teorica e critica di un gruppo di intellettuali attive nel cattolicesimo sociale e particolarmente impegnate nella rivendicazione di una qualificata presenza delle donne nella vita del paese. Le due ricerche, e specie quella di Pieroni Bortolotti, rappresentarono per l'Italia la prima compiuta proposta di una storiografia che poneva al centro della propria analisi il soggetto storico femminile. Le tematiche, e soprattutto il punto di vista critico dal quale le autrici guardavano all'intera vicenda politica e sociale della seconda metà dell'Ottocento e dei primi anni del Novecento, non divennero però parte integrante della cultura storica italiana, né della cultura politica delle donne di quegli anni.

FEMMINISMO E STORIA. Ignorati o addirittura emarginati dalla storiografia accademica, che li giudicò del tutto irrilevanti, sulla base, peraltro, di gerarchie di valore già allora ampiamente superate dalla storiografia internazionale, quei primi lavori furono per certi aspetti scoperti soltanto nella seconda metà degli anni Settanta e soltanto da parte di intellettuali femministe; solo quando, cioè, il movimento femminista si pose il problema di trasmettere memoria di sé, quelle prime ricerche, in cui rie mergevano momenti e figure della lotta politica delle donne rimossi dalla memoria storica collettiva, furono riconsiderate criticamente. Fino ad allora il femminismo aveva espresso nei confronti della storia un rifiuto netto, che in parte era dovuto al rifiuto del lavoro intellettuale (considerato nel suo complesso frutto e sostegno al tempo stesso di un sistema di potere esclusivamente maschile) e in parte alla diffusione, tra le femministe degli anni Settanta, della convinzione che le donne coinvolte in un'esperienza di critica radicale all'esistente fossero proiettate verso il futuro, sciolte dal fardello di un passato che non le aveva viste rappresentate se non nella veste di vittime: Abbiamo guardato per 4000 anni: adesso abbiamo visto! è scritto nel Manifesto di rivolta femminile del 1971. Gran parte dei volantini, dei documenti, della produzione scritta risalente ai primi anni Settanta spesso non reca alcuna indicazione di luogo, né di data, talvolta neppure la firma, per scelta, consapevole o meno, di una parola politica femminile che fondava la storia e che per questo non sarebbe stata cancellata dall'oblio. La nozione di storia rimandava esclusivamente a quella di memoria: richiamava cioè l'elemento soggettivo come fondante di ogni possibile conoscenza di sé e dell'altra (P. Di Cori). In questa chiave si può leggere tutta la prima fase in cui si sviluppò una pratica di ricerca sulle donne del passato tesa per un verso a denunciare la cancellazione della presenza femminile nella storiografia ufficiale e, per l'altro, a ricostruire il senso di esperienze femminili significative. L'identificazione tra soggetto e oggetto della ricerca, nella quale il metodo proprio della pratica politica dell'autocoscienza veniva assunto come metodo di indagine storiografica, costituì l'aspetto forse più significativo dei lavori di questo periodo, non a caso caratterizzato da un impegno rilevante nella raccolta di storie di vita e di testimonianze orali. Dalle partigiane alle contadine, la storia orale divenne infatti una sorta di tappa obbligata nel compito prioritario che veniva allora affidato alla storia: quello di risarcire, restituendo loro visibilità e identità, le donne delle generazioni immediatamente precedenti a quella delle ricercatrici. Il caso della ricerca di B. Guidetti Serra (Compagne, 1977) dimostra che non mancò neppure un lavoro "orizzontale", per ricostruire attraverso quella delle compagne anche la propria storia personale. Di particolare significato in questo senso appare il volume di R. Farina e A.M. Bruzzone (La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, 1976), con cui si avviò un lavoro di ripensamento critico dei caratteri del movimento di liberazione dal nazifascismo a partire dalle modalità con cui le donne vi presero parte, dalla coscienza che esse ebbero del proprio ruolo, dalle loro aspettative rispetto alla costruzione di una società diversa, fondata non soltanto su principi di uguaglianza sociale ma anche su una ridefinizione dei rapporti tra i ses-si. Nelle sue linee generali la storiografia delle donne appare dunque segnata, ai suoi esordi, da quella che è stata definita la fase del riconoscimento (Di Cori), vale a dire da una tendenza a cercare nel passato le tracce di proprie simili, identificate anche con le figure della trasgressione femminile: la strega, la pazza, la prostituta, come espressioni del soggetto femminile ribelle e indomato cui si affidava il messaggio sull'irriducibilità del femminismo al pensiero dominante.

IL CONGRESSO DI MODENA E "DWF". Una tendenza, questa, messa in luce nel primo Congresso nazionale di storia delle donne, svoltosi a Modena nell'aprile del 1982, in cui si aprì una riflessione critica sui contenuti e le modalità di indagine che avevano caratterizzato la ricerca storica delle donne fino a quel momento, in Italia come negli altri paesi in cui si era avuto un rapporto molto stretto tra femminismo e storiografia. L'incontro di Modena raccolse la diffusa insoddisfazione delle storiche italiane nei confronti di una pratica di ricerca in cui si era preteso di affidare a figure femminili al limite il compito di riassumere la totalità delle esperienze delle donne nel passato (e nel presente). A una ricerca con forti accenti rivendicazionisti contro il silenzio della storiografia tradizionale sulla presenza attiva delle donne nelle società del passato si era correlata un'impostazione incentrata sulla denuncia dell'oppressione sessuale e del dominio maschile. A questa stessa impostazione si era reagito però, quasi nello stesso tempo, con l'enfasi sulla capacità di resistenza e di opposizione delle donne, alle quali si attribuiva la creazione, favorita dalla stessa segregazione sessuale, di una cultura femminile alternativa a quella maschile, fatta di saperi antichi e di solidarietà, perseguitata ma non sconfitta dal potere maschile. Il congresso di Modena, con la sua sottolineatura della necessità di rompere la rigidità delle dicotomie (per esempio dominio/oppressione) con le quali ci si era mosse fino ad allora, per guardare le donne nel complesso dei loro rapporti e delle loro molteplici identità e differenze (non solo tra le diverse persone, ma anche nel corso della vita di ciascuna), segnò un momento importante di un processo che nel frattempo si era articolato in più direzioni. Dal 1975 si pubblicava a Roma "Dwf. Donna Woman Femme", la prima rivista di studi, con forti ambizioni internazionali, che proponeva, come proprio progetto politico-culturale, una rilettura critica della cultura e quindi anche delle categorie interpretative e di indagine storiografiche tradizionali. Con "Dwf" si avviò un periodo in cui, pur procedendo ancora parallelamente all'elaborazione teorico-politica femminista, si sviluppò un settore di ricerche più strutturate, spesso legate a progetti accademici, nonostante la cronica debolezza istituzionale degli studi sulle donne nell'università italiana. Questa debolezza si sommava a quella ben più grave di una pressoché totale mancanza di una tra dizione di ricerca femminile (se si esclude il caso del resto isolato di Pieroni Bortolotti), una tradizione che esisteva invece in altri paesi (specie negli Stati uniti, in Gran Bretagna, in Francia e in parte in Germania e nei paesi nordeuropei). Il compito che "Dwf" si assunse allora fu anche quello di far conoscere in Italia quanto le storiche straniere stavano elaborando: cosicché a questo, oltre che a un interesse sempre più vivo per la New social history e per la tradizione delle "Annales", si deve in parte l'inclinazione della storiografia delle donne italiane verso la storia sociale e, ancor più, verso una riflessione teorico-metodologica che assumesse strumenti e chiavi di indagine elaborati anche in altri ambiti disciplinari.

L'APPROCCIO INTERDISCIPLINARE E "MEMORIA". Il rapporto con la psicanalisi, la sociologia e soprattutto l'etnologia e l'antropologia culturale costituì in quegli anni un passaggio obbligato e il saggio di G. Pomata, La storia delle donne: una questione di confine (1983), ne rappresentò, sul piano teorico, l'esito e la proposta più articolata e significativa. Su questa linea di lavoro scientifico si mosse, nei primi anni Ottanta, "Memoria", una rivista che si proponeva come ambito prevalente di intervento quello storiografico, e in particolare, così come esplicitava il sottotitolo della testata, quello della storia delle donne. Il gruppo redazionale, costituito in maggioranza da storiche di professione, pur considerando la storia delle donne come un terreno comune di appartenenza non la proponeva tuttavia come campo di studi separato: l'esperienza storica delle donne, dichiaravano le redattrici nel primo numero, si costruisce nella relazione tra donne e uomini, tra cultura e istituzioni, tra poteri e autorità. In questa chiave "Memoria" privilegiò soprattutto la storia sociale e culturale, mentre "Dwf" rilanciò la ricerca sul movimento di emancipazione femminile pubblicando un fascicolo sulla stampa politica delle donne tra Ottocento e Novecento (n. 21, 1982). Pur assumendo le ricerche di Pieroni Bortolotti come autorevole punto di partenza, in questo fascicolo sono evidenti l'ambizione e il tentativo di andare oltre la mera storia politica, di superare la storia del femminismo come storia delle idee e di correlare storia politica e storia sociale per ricostruire, nel passato, biografie femminili e reti di relazioni tra donne: per conoscere cioè soggetti concreti e non solo le loro idee. In questa prospettiva si mossero anche due lavori, diversi tra loro ma dedicati entrambi a una rilettura dei rapporti tra emancipazioniste e "altre" donne e alla ricostruzione delle reti di relazioni politico-affettive che sostennero e orientarono le linee di azione del movimento per i diritti delle donne italiano tra Ottocento e Novecento (A. Buttafuoco, Le mariuccine, 1985) nonché la sua stessa cultura (L. Mariani, Il tempo delle attrici, 1991). La crisi e la fine dei collettivi di autocoscienza, l'esperienza del cosiddetto femminismo diffuso, la na-scita di nuove forme di aggregazione politica per lo più caratterizzate da un forte impegno in ambito culturale ridisegnarono, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, la mappa dei problemi della politica femminista in Italia.

I CENTRI DI STUDIO. Il movimento delle donne si articolò in strutture politico-organizzative diverse dai gruppi originari e la formula largamente prevalente divenne quella dei centri di studio, di ricerca, di documentazione delle donne che ben presto si moltiplicarono in un processo di rapida crescita: dal 1977, quando per iniziativa delle redattrici della rivista "Dwf" nacque il centro studi omonimo, al 1986, anno in cui si tenne a Siena il primo congresso dei centri dal quale nacque il loro coordinamento nazionale, ne furono creati in tutta Italia oltre un centinaio. Nati intorno a un'ipotesi di rilettura critica della cultura codificata, in un progetto complessivo di ricerca che tenesse conto del valore e della differenza del soggetto femminile come soggetto conoscente, e che rispondesse dunque anche a una diffusa domanda di autonoma elaborazione teorica, tutti i centri delle donne, compresi quelli periferici rispetto alle grandi città, si strutturarono intorno a un progetto di biblioteca specializzata e di archivio storico del femminismo. L'intento era infatti quello di raccogliere il materiale documentario, edito e inedito, fotografico e sonoro prodotto da singole donne o da gruppi (prevalentemente a partire dagli anni Settanta), salvaguardarlo dalla dispersione e ordinarlo ai fini della ricerca, dello studio e della riflessione. Non ci si limitò però alla formazione di archivi tradizionali; si attivò anzi una ricerca di nuovi sistemi e metodi di classificazione del materiale bibliografico e archivistico che correlassero al rigore delle tecniche tradizionali la capacità di esprimere e rappresentare i soggetti e la cultura elaborata dalle donne. La "memoria" diventò dunque un progetto politico, piuttosto che un portato intrinseco del soggetto individuale e collettivo, com'era stato fino a poco tempo prima. L'accento era però ancora posto soprattutto sulla storia del proprio movimento e numerosi furono i progetti di ricerca, condotti sia raccogliendo fonti orali sia lavorando sui documenti cartacei, con una riflessione teorico-metodologica sempre più articolata e problematica (L. Passerini, Storie di donne e femministe, 1991). L'interrogativo che percorse tutta la ricerca sulla storia delle donne negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta riguarda ancora la specificità e lo statuto della storia delle donne. Una tappa rilevante sul piano dell'elaborazione teorico-metodologica è rappresentata dal convegno bolognese del 1986 sul patronage (L. Ferrante, M. Palazzi, G. Pomata, La ragnatela dei rapporti. Patronage e reti di relazioni nella storia delle donne, 1988), nel quale si offrì una prima articolata rassegna dell'arco di temi e di problemi affrontati nelle ricerche che in quegli anni si andavan svolgendo in Italia: dalla storia di comunità religiose alla storia dell'assistenza, dalla storia del matrimonio a quella, in generale, dei rapporti tra donne e tra donne e istituzioni. La traduzione italiana del saggio di J.W. Scott, Il "genere": un'utile categoria di analisi storica (1987), divenne un'ulteriore occasione di dibattito anche nella storiografia italiana, così come era avvenuto in altri paesi, sull'orientamento poststrutturalista e sul decostruzionismo storico proposto dalla stessa Scott, per quanto in Italia la discussione risultasse quasi del tutto debitrice a quella delle storiche statunitensi, come dimostra il fascicolo di "Memoria" dedicato al tema (Genere e soggetto, n. 25, 1989).

SFERE NON SEPARATE. Una storia delle donne che lavori "per rapporti" (G. Bock, Storia, storia delle donne, storia di genere, 1988) e non come un "a parte" è del resto una pratica consueta nella ricerca italiana dove lo studio delle esperienze storiche delle donne e della definizione dell'identità di genere non è mai stato un esercizio di astrazione dei soggetti femminili dai loro rapporti sociali, culturali, di vita complessivi: le donne non sono mai state collocate, dalla storiografia italiana, in una "sfera separata". La società e la cultura italiane (diverse anche sotto questo profilo da quelle anglosassoni, fortemente segnate dal modello di società influenzato dalle diverse chiese e sette protestanti e quindi da una sociabilità piuttosto differenziata tra uomini e donne) non hanno prodotto quel tipo di esperienza tanto enfatizzato dalla storiografia statunitense sulle sfere separate. Un'enfasi che ha poi fatto temere, in particolare alle storiche anglosassoni, di aver visto soltanto quel dato, pure importante, e di avere quindi isolato le donne del passato dai loro rapporti sociali e culturali, cadendo nel rischio di assumere modelli femminili fissi e perciò astorici. Attraversare la storia e rimetterla in discussione non è del resto soltanto un problema di definizione e identificazione corretta dell'oggetto; c'è anche un problema relativo al soggetto conoscente: vale a dire, in questo caso, la storica. Si tratta di una questione particolarmente avvertita tra le studiose italiane e che dà un carattere peculiare alla ricerca nel nostro paese: non a caso la Società italiana delle storiche declina nel proprio atto costitutivo una serie di finalità tra le quali quella, considerata centrale, di valorizzare la soggettività femminile e quella delle storiche in particolare. Il suo primo seminario di studi nel novembre del 1989 era del resto proprio dedicato a questo tema (Discutendo di storia. Soggettività, ricerca, biografia, 1990). Il problema infatti non è tanto quello di riempire i vuoti della storiografia tradizionale dando visibilità alle donne del passato e al loro ruolo in un lavoro aggiuntivo, che resta in ogni caso un compito fondamentale per le storiche, né si tratta di mettere a punto un nuovo statuto epistemologico della ricerca storica nel suo complesso. La questione centrale appare piuttosto quella di riconoscere lapreminenza di un intreccio inscindibile tra soggetto e oggetto della ricerca. Nell'opera di E. Baeri (I lumi e il cerchio. Un'esercitazione di storia, 1992) questo intreccio si fa metodo di indagine attraverso l'elaborazione di un'autonarrazione, costruita nella cucitura tra scritture diverse (documenti politici, poesie, brani di diario, parti di ricerche storiche "tradizionali"), che si pone come chiave d'analisi privilegiata della storia personale e collettiva delle donne attive nel movimento femminista dagli anni Settanta in poi. Alla qualità delle domande e delle proposte (se non degli effettivi risultati di ricerca, nel complesso meno aderenti alle prospettive teoriche discusse) presente nella produzione delle storiche italiane, non risulta adeguata, paradossalmente, la Storia delle donne pubblicata dall'editore Laterza. Affidata a curatori stranieri (come quasi tutti gli autori) la pubblicazione in cinque volumi costituì tuttavia, nei primi anni Novanta, un evento, quanto meno sul piano editoriale. L'opera ha infatti il grande merito di riproporre con tutta autorevolezza (al di là del valore disuguale dei singoli saggi che la compongono e dell'impostazione generale, nel complesso insoddisfacente) non solo la legittimità, ma anche l'importanza di nominare le donne come soggetti di storia, in un momento in cui sembra prevalere un'accezione neutralizzante di genere. Proponendo però tagli interpretativi e griglie di analisi scarsamente problematici e privilegiando terreni consolidati e talora persino già superati quest'impresa non sposta gli orientamenti della ricerca in Italia. Anche rispetto a un possibile uso didattico la Storia delle donne non risponde in modo soddisfacente, non avendo individuato la cifra, tra saggistica accademica e divulgazione, attraverso cui proporsi. La questione della didattica e della trasmissione rappresenta invece un nodo fondamentale nella discussione delle storiche italiane, che attribuiscono a questi temi un forte valore politico, oltre che scientifico. Ancora una volta si deve alla Società italiana delle storiche l'avvio di un primo momento di riflessione su questi aspetti (Generazioni. Trasmissione della storia e tradizione delle donne, 1993) e una pratica didattica vera e propria, che si concretizza, oltre che nel lavoro di ciascuna nelle proprie sedi di insegnamento, nell'esperienza della Scuola estiva di storia delle donne. D'altra parte, benché la Società italiana delle storiche non si rivolga soltanto alle storiche delle donne, dalla sua costituzione la ricerca in questo campo d'indagine coincide, per molti aspetti, con la sua stessa storia, cosicché è a questa esperienza e alle sue diverse linee di intervento che ci si deve riferire anche per individuare le nuove domande e gli orientamenti che si stanno affacciando nella storiografia delle donne italiane e che, presumibilmente, daranno i loro risultati negli anni a venire.

• P. Di Cori, Prospettive e soggetti nella storia delle donne. Alla ricerca delle radici comuni, in M.C. Marcuzzo, A. Rossi-Doria (a c. di) La ricerca delle donne. Studi femministi in Italia, Rosenberg & Sellier, Torino 1987; Id., Il movimento cresce e sceglie l'autonomia, 1974-1979, in A.M. Crispino (a c. di), Esperienza storica femminile in età moderna e contemporanea, Udi-La Goccia, Roma 1989; Percorsi del femminismo e storia delle donne, Atti del convegno di Modena 2-4 aprile 1982, supplemento a "Nuova Dwf", n. 22, 1983; G. Pomata, La storia delle donne: una questione di confine, in Il mondo contemporaneo, vol. X, Gli strumenti della ricerca, La Nuova Italia, Firenze 1983; A. Groppi, M. Pelaja, L'io diviso delle storiche, in "Memoria", n. 9, 1983.

A. Buttafuoco