donne, storia delle

Genere storiografico che si inserì tra le altre discipline solo nel 1970 grazie al diffondersi del femminismo e all'intreccio con lo sviluppo dell'antropologia e della storia delle mentalità, della storia sociale e delle ricerche di memoria popolare.

GLI INIZI. La costituzione in campo di ricerca autonomo, la definizione degli oggetti e delle problematiche seguirono di fatto le rivendicazioni specifiche delle donne sul terreno politico e sociale. All'epoca della lotta per il diritto di voto, all'inizio del Novecento, il problema del rapporto tra femminismo e movimento operaio aveva sollecitato lavori pionieristici come quelli di L. Abensour o di E. Power, mentre le ricerche posteriori raccolsero interrogativi provenienti dalla sociologia, dalla demografia storica, dalla storia sociale, dall'etnologia. Negli Stati uniti e, con un leggero scarto, in Inghilterra e in Francia, il movimento femminista richiedeva ormai un'analisi critica delle conoscenze storiche. Dagli anni Settanta si costituirono negli Stati uniti sezioni di Women's Studies nelle università; nel 1974 il congresso della potente American Historical Association accolse il tema della storia delle donne, che trovò spazio anche in riviste femministe e storiche. Le cose andarono meno in fretta in Europa, ma fin dalla metà degli anni Settanta le ricerche fiorirono in Francia, in Inghilterra, in Italia, dove fu importante il ruolo svolto da riviste come "Dwf. Donna Woman Femme" e, dal 1981, "Memoria". La storia delle donne poneva un problema epistemologico rispetto alla storia asessuata maschile; capovolta e smantellata la pretesa neutralità dell'osservatorio di partenza del lavoro storico, la rilevanza dell'identità sessuale di chi studia veniva assunta come elemento fondante di un nuovo modo di fare storia. Veniva rovesciato, inoltre, l'ordine di importanza dei processi e dei fatti con un'invasione del soggettivo che sovvertiva le cronologie e le periodizzazioni tradizionali. In un famoso saggio del 1977 J. Kelly si chiedeva se le donne avessero avuto un Rinascimento, dato che la loro esperienza storica differisce sostanzialmente da quella degli uomini, e Y. Knibiehler nel 1984 sottolineava lo scarto, nella lunga durata, tra le serie cronologiche femminili e quelle maschili (in ritardo per ogni scadenza di emancipazione, ma in anticipo per ogni specie di repressione)

UNA STORIA IN PIÙ. In una prima fase la storia delle donne era, per così dire, una storia in più, un additivo alla storia generale; restava un lavoro di donne, tollerato o marginalizzato, senza presa diretta sulla disciplina. Il corpo, i cambiamenti nella definizione della sessualità femminile, la prostituzione erano al centro di studi che riprendevano e sviluppavano una vena tradizionale di ricerca, sollecitata dalle questioni sull'identità fisiologica della donna e sul posto che le funzioni tradizionali di maternità e nutrimento le assegnano nella società. La contraccezione attirò l'attenzione sui fatti demografici, che nelle società occidentali venivano a soppiantare i fattori politici ed economici come fattori di cambiamento. Il lavoro delle donne, in particolare durante la rivoluzione industriale, ma anche il lavoro domestico, salariato o no, e le professioni tradizionali delle donne venivano esaminati nei loro effetti sulla vita economica e sociale e nei loro rapporti con le funzioni e le strutture della famiglia. L'esistenza di una cultura e di una memoria femminile autonoma, le forme di "sociabilità", le condizioni storiche dell'accesso all'uguaglianza giuridica e politica e alle lotte del femminismo furono altrettanti temi che fecero uscire la storia delle donne dalla visione compiacente o pietosa dei destini troppo sottomessi per considerare le forme e gli spazi del potere femminile. La storia del corpo, come quella della cultura femminile, doveva però essere superata, per sottrarsi al rischio di ridurre le categorie di sesso alle determinazioni biologiche e per evitare che l'inventario di una cultura femminile portasse al disegno immobile di uno spazio complementare e quindi a una nuova tradizione di natura immutabile, senza riferimento al contesto storico e ai fattori di mutazione. Acquistava viceversa importanza, quindi, lo studio dei ruoli sociali, del rapporto e della differenza tra i sessi.

UNA STORIA RELAZIONALE. Si trattava, per le nuove ricerche, di prendere in considerazione in eguale misura il maschile e il femminile in ogni analisi storica, di interrogare le pratiche sociali, i tipi di discorso, le rappresentazioni, le immagini, liberandosi delle dicotomie troppo semplici natura/cultura, domestico/pubblico; di preferire alle linee di divisione troppo chiare le zone di interferenza e alle complementarità troppo armoniose i conflitti e le contraddizioni, l'ambivalenza delle cose (A. Farge). L'idea rassicurante della complementarità mette sì in luce una realtà in cui l'associazione dell'uomo e della donna si rivela necessaria, ma può cancellare il fatto che la distribuzione dei compiti nasconde un sistema di valori gerarchici e che la relazione tra i sessi è segnata anche dalla violenza e dall'ineguaglianza. La periodizzazione proposta era dunque eminentemente relazionale, in quanto poneva in rapporto la storia delle donne con quella degli uomini, con l'obiettivo di cercare i periodi, trovare i punti di rottura, segnare le tappe, scoprireun'evoluzione. Per la storia delle donne non si trattava più di costituire un nuovo territorio, ma di cambiare la direzione dell'intero sguardo storico, ponendo la questione del rapporto tra i sessi come centrale. Dalla metà degli anni Settanta, infatti, il genere veniva introdotto come categoria fondamentale della realtà, della percezione culturale, sociale, storica (G. Bock); la storia in generale veniva riletta come storia dei generi (maschile e femminile). Genere e sesso d'altronde non erano più percepiti come un fatto naturale, ma intesi come dimensioni storicamente assai variabili. La combinazione della categoria di genere con quella di classe e di razza (quest'ultima ormai impellente negli studi delle donne di vari paesi) consentì agli studi femministi di uscire sia dall'approccio unirazziale, che privilegiava temi significanti per le donne bianche del ceto medio, sia da quello birazziale, che aveva messo in luce le differenze tra le donne (padrona e schiava, immigrata e riformatrice, assistita e assistente sociale), in favore di una terza modalità, multiculturale, che include gli aspetti del contatto e delle trasformazioni culturali.

• N. Zemon Davis, La storia delle donne in transizione: il caso europeo, in "Nuova Dwf", n. 3, Roma 1977; G. Pomata, La storia delle donne. Una questione di confine, in Il mondo contemporaneo, diretto da N. Tranfaglia, vol. II, Gli strumenti della ricerca, La Nuova Italia, Firenze 1983; M. Perrot (a c. di), Une histoire des femmes est-elle possible?, Rivages, Parigi 1984 (contiene, tra gli altri, i saggi di Y. Knibiehler e A. Farge); G. Fraisse, A. Farge, C. Klapisch-Zuber e altre, Culture et pouvoir des femmes: essai d'historiographie, in "Annales E.S.C.", n. 2, 1986; G. Bock, Storia, storia delle donne, storia di genere, Estro, Firenze 1988.

F. Kock