dittatura

L'istituto della dittatura fu creato a Roma nel V secolo a.C. affidando temporaneamente a un condottiero poteri straordinari per la soluzione di gravi crisi militari o interne. Dopo un periodo di lenta decadenza, esso fu riportato in vita nel I secolo a.C. da Silla e Cesare, che lo usarono a fini personali, ampliandone durata e attribuzioni. La caduta della repubblica trascinò con sé anche la dittatura. Per un millennio e mezzo l'Europa fu governata da re e imperatori: figure dittatoriali emersero solo in coincidenza del riaffiorare di forme di governo repubblicane. Così fu per Cola di Rienzo a Roma a metà del Trecento o per Oliver Cromwell durante la prima rivoluzione inglese; queste esperienze però si avvicinano più al modello tirannico-cesaristico che allo schema repubblicano classico.

LA DITTATURA MODERNA. Per molti studiosi, a partire da A. Cobban, la prima dittatura moderna, diversa da entrambe le varianti appena menzionate, fu quella giacobina del 1793-1794. Rispetto a quelle antiche, infatti, essa poteva contare sugli strumenti di controllo propri di uno stato burocratico e accentrato e sull'appoggio delle masse mobilitate dall'ideologia della sovranità popolare, realizzando così la subordinazione del potere militare a quello civile e una più forte e illimitata concentrazione di poteri nelle mani dell'esecutivo (Comitato di salute pubblica), a scapito del legislativo (Convenzione). Da quel momento, come notò L. von Stein a metà del XIX secolo, la dittatura si affermò come forma di governo di emergenza nelle mani di classi sociali contrapposte: dopo la rivoluzione del 1848 la dittatura borghese culminata nel regime di Napoleone III ebbe come contraltare la dittatura del proletariato evocata da Marx e realizzata parzialmente nella Comune di Parigi del 1871. Nel XX secolo le dittature da forme di governo divennero forme di stato, come teorizzò negli anni Venti C. Schmitt, che fece della dittatura l'alternativa concettuale della democrazia.

LE DITTATURE DEL NOVECENTO. Questa evoluzione riflette la centralità acquisita dal problema della dittatura nella storia politica del Novecento e resa manifesta dal moltiplicarsi delle figure dittatoriali, da Hitler a Mussolini, da Franco a Salazar, da Stalin a vari leader rivoluzionari del Terzo mondo. Per dittatura si in tende oggi, forse con accezione troppo estesa, qualsiasi forma di governo non rispondente ai canoni della democrazia rappresentativa e dello stato di diritto. La diffusione e la varietà dei regimi dittatoriali ha stimolato gli studiosi a elaborare classificazioni tipologiche fondate su criteri differenti, quali la capacità coercitiva dispiegata, la natura dei ceti di governo e le loro finalità economiche e sociali: nel primo caso si distinguono dittature autoritarie, cesaristiche e totalitarie; nel secondo dittature politiche, militari e burocratiche; nel terzo dittature rivoluzionarie, modernizzanti e reazionarie. A questo approccio politologico-comparativo la ricerca storica ha aggiunto l'approfondimento dei casi nazionali, con particolare attenzione a quelli di Germania, Italia e Russia.

I FILONI DI ANALISI. L'analisi si è snodata lungo quattro versanti principali: politico, istituzionale, ideologico, sociale. Sotto quest'ultimo aspetto il dibattito storiografico ha individuato la centralità del rapporto dittatura-classi sociali, con due interpretazioni concorrenti. Quella marxista vede le dittature come risposta di classe a momenti di crisi o di acutizzazione dello scontro sociale, ipotizzando, nella più complessa versione di ascendenza gramsciano-togliattiana, la possibilità di un esercizio indiretto del potere di una classe sull'altra attraverso una strategia di alleanze e mobilitazione ideologica delle masse. Per gli studiosi non marxisti le dittature hanno invece una base sostanzialmente interclassista, con un peso particolare delle classi medie e contadine, minacciate dalla crisi economica e dal pericolo di proletarizzazione. Per G. Germani e R. De Felice le dittature sono forme di transizione "populiste" alla società industriale di massa, mentre B. Moore jr sottolinea maggiormente la contraddizione fra imperativi modernizzanti e arretratezza storica delle classi e dei rapporti sociali nelle campagne. La stessa antinomia è posta in evidenza anche negli studi che privilegiano il ruolo delle ideologie nei processi di formazione delle dittature (nazionalismo, razzismo, imperialismo, fascismo, comunismo). Sia i lavori pionieristici di H. Arendt (Le origini del totalitarismo, 1951, ed. it. 1967) ed E. Nolte (I tre volti del fascismo, 1963, ed. it. 1966), sia quelli più recenti di G.L. Mosse sulla nazionalizzazione delle masse e di K.D. Bracher sulle ideologie novecentesche, hanno interpretato i miti totalitari del Novecento come risposte al disagio psicologico e culturale causato dall'avvento della società industriale di massa. Gli storici "istituzionalisti" hanno invece concentrato la loro riflessione sui meccanismi di potere messi in atto dalle dittature. In questo caso la disputa si svolge fra chi insiste sul carattere totalitario dei regimi fascisti e nazisti (A. Aquarone per l'Italia) e chi invece individua in quelle dittature processi di sdoppiamento illegale o privatizzazione anarchica del potere statale (lo stato duale di E. Fraenkel e il Behemoth di F. Neumann). Per il caso sovietico si è insistito soprat-tutto sul ruolo centralizzatore del partito unico nei confronti delle istituzioni e della società intera. La funzione dei partiti nei regimi dittatoriali è stata rivalutata di recente per il fascismo italiano da P. Pombeni, in polemica con De Felice. L'approccio "politico" di Pombeni è prezioso anche per una lettura più generale del fenomeno dittatoriale. Il ricorso ai concetti di legittimazione, sovranità e carisma, mutuati rispettivamente da J. Habermas, C. Schmitt e M. Weber, consente di chiarire meglio la natura delle dittature moderne, differenziandole da quelle antiche. Tutte nascono come soluzione eccezionale a uno stato di emergenza, ma le prime sono chiamate a risolvere crisi ben più gravi e durature, poiché negli stati moderni, venute meno le concezioni oligarchiche e sacrali del potere, ogni crisi di efficienza tende a trasformarsi in crisi di legittimazione. Nel Novecento conflitti sociali e tensioni internazionali si sono sommati mettendo in discussione profonda i precedenti assetti istituzionali (democrazia e stato nazionale) e facendo emergere la dittatura come soluzione del problema dell'unità del comando politico e della partecipazione del popolo alla sua legittimazione. Il dittatore diventa sovrano carismatico di un governo di emergenza permanente grazie all'appoggio del partito politico che garantisce il legame fra capo e nazione. Dovendo risolvere il problema della legittimazione del potere attraverso la mobilitazione costante delle masse, le dittature moderne assumono necessariamente un carattere totalitario ( totalitarismo). Più di tutti gli altri, questo approccio correla i fenomeni dittatoriali del recente passato alla peculiare natura ed evoluzione dello stato e della società contemporanea, fornendo stimoli sia per un'analisi storico-comparativa dei sistemi politici, sia per un'interpretazione sintetica della vicenda complessiva del Novecento europeo e mondiale.

• C. Schmitt, La dittatura. Dalle origini dell'idea moderna di sovranità alla lotta di classe proletaria, Laterza, Roma-Bari 1975; B. Moore jr, Le origini sociali della dittatura e della democrazia. Proprietari e contadini nella formazione del mondo moderno, Einaudi, Torino 1990; F. Neumann, Lo stato democratico e lo stato autoritario, Il Mulino, Bologna 1973; P. Pombeni, Demagogia e tirannide. Studio sulla forma partito nel fascismo, Il Mulino, Bologna 1984.


N. Antonacci