darwinismo

Con darwinismo (cui corrisponde l'appellativo darwinista) si può intendere in primo luogo la teoria dell'evoluzione, e in generale la concezione biologica, di C.R. Darwin (nel qual caso però, a evitare equivoci, è meglio parlare di teoria o concezione darwiniana); oppure si può intendere, come più frequentemente avviene e come anche qui faremo, l'insieme di autori e indirizzi teorici che si richiamano a Darwin, anche se lo interpretano o integrano in modi che vanno al di là delle sue tesi originarie. Tra i più famosi darwinisti dell'Ottocento figurano T.H. Huxley (che difese e propagandò con grande energia la teoria di Darwin, sostenendo però anche qualche tesi personale come la discontinuità nell'affermarsi delle variazioni) ed E. Haeckel (influente zoologo tedesco che elaborò un concetto di adattamento per interazione tra ereditarietà e influenza diretta dell'ambiente, assegnando un ruolo subordinato alla selezione naturale). Date le differenziazioni che ha avuto al suo interno, non si può parlare del darwinismo come di un paradigma scientifico unitario secondo il modello di storiografia dell scienza di T. Kuhn; e del resto nemmeno la teoria di Darwin si può considerare sorta come paradigma biologico sostitutivo in seguito alla crisi ben definita di un unico paradigma "normale" precedente. Il darwinismo non coincide con l'evoluzionismo, poiché quest'ultimo comprende anche teorie che non sono sulla linea di quella di Darwin (e per di più talvolta, per esempio con H. Spencer, si estende, al di là del campo biologico, a una visione generale dell'universo in divenire). In Francia, come ha documentato J. Conry, nell'Ottocento non è stato veramente introdotto il darwinismo, semmai si sono sviluppate teorie evoluzionistiche a sfondo lamarckiano. Inoltre, più o meno ovunque, dalla fine dell'Ottocento ai primi decenni del Novecento il darwinismo subì quella che è stata chiamata un'eclisse, mentre si ebbe, tra gli evoluzionisti, un diffondersi del neolamarckismo il quale spiegava l'adattamento progressivo dell'organismo non in base alla selezione naturale (fattore principale per Darwin) che presupponeva in pratica una casualità delle variazioni, ma come un processo necessario dovuto a rapporti fra struttura organica, funzione e ambiente. D'altra parte alla fine dell'Ottocento A. Weismann negò l'ereditarietà dei caratteri acquisiti e avviò quello che G.J. Romanes chiamò un neodarwinismo che faceva della selezione naturale l'unico fattore dell'evoluzione. Ma per lo sviluppo della teoria ebbero importanza anche gli studiosi della nuova disciplina, la genetica, nata intorno al 1900 con la riscoperta delle leggi di J.G. Mendel. Dopo vari contrasti interni il darwinismo ebbe poi, dagli anni Trenta, un nuovo aggiornamento con la cosiddetta teoria sintetica dell'evoluzione di J.B. Haldane, J. Huxley, T. Dobzhansky, E. Mayr, G. Simpson: sintetica in quanto collega i concetti fondamentali del darwinismo e particolarmente la selezione naturale con nuove acquisizioni della genetica, della sistematica, della paleontologia. Ci sono infine alcuni sviluppi più recenti che mettono in discussione per esempio l'andamento continuo dei processi evolutivi, i quali sarebbero invece inframmezzati da periodi di stasi (N. Eldredge, S.J. Gould). Lo stesso Gould e altri parlano perciò della necessità di un ampliamento del darwinismo. Tra gli sviluppi del darwinismo nel Novecento rientra l'etologia (K. Lorenz, N. Tinbergen), che, sullo sfondo della teoria dell'evoluzione, studia i comportamenti degli animali arrivando talvolta fino all'uomo e suscitando in ciò, per certi aspetti, delle critiche (W. Schmidbauer).

OLTRE L'EVOLUZIONE BIOLOGICA. Molteplici (e spesso controverse dal punto di vista storico) furono le influenze e le reazioni provocate dal darwinismo nel campo delle filosofie, delle religioni, dei movimenti sociali, dell'antropologia, della psicologia, della letteratura, ma particolarmente importante fu il dibattito riguardante l'estensione della teoria dell'evoluzione alle società umane, che determinò tra l'altro, a partire dagli anni intorno al 1870, il cosiddetto darwinismo sociale o socialdarwinismo (tra i suoi storici e critici R. Hofstadter e M.F.A. Montagu). Esso sfrutta concetti come la lotta per l'esistenza e la selezione naturale (o sopravvivenza del più adatto, secondo la versione di H. Spencer) per applicarli alla società umana in un modo che giustifica l'emarginazione dei più deboli, la gerarchia sociale e sessuale, la concorrenza sfrenata, o anche il dominio dei popoli più progrediti su quelli "inferiori", come fenomeni perfettamente naturali e ineliminabili, in quanto fonti del progresso evolutivo. L'utilizzazione ideologica di categorie darwiniste venne avvertita già da K. Marx e F. Engels, che nel loro carteggio lamentarono l'estensione delle categorie dell'evoluzione biologica, e particolarmente della lotta per l'esistenza, all'evoluzione delle forme storico-sociali. Secondo Engels la lotta per l'esistenza rischia di ridursi a un'immagine presa dalla società borghese caratterizzata dal bellum omnium contra omnes descritto da T. Hobbes. Trasportata in campo biologico e fatta diventare una legge universale dei viventi, tale immagine viene poi riutilizzata per giustificare la lotta economica individualistica e quindi il capitalismo, facendolo apparire espressione di leggi eterne della società umana. Secondo studiosi contemporanei alcune espressioni di Darwin stesso che vanno in direzione del socialdarwinismo si possono trovare in qualche passo inserito in edizioni dell'Origine delle specie successive alla prima del 1859, e soprattutto nell'Origine dell'uomo (1871). In questi casi però Darwin subisce l'influenza di idee essenzialmente predarwiniane, assorbite in particolare attraverso il concetto spenceriano della sopravvivenza del più adatto, che egli ritenne di incorporare (nella IV edizione dell'Origine, 1866) come equivalente della selezione naturale e che Spencer aveva a sua volta desunto dal tema della politia naturae, o eliminazione naturale dei più deboli, già presente in alcuni autori del Settecento e in T.R. Malthus. Insomma è come se Darwin stesso a un certo punto si fosse indotto a interpretare certi elementi della sua teoria in modo da farla andare meglio incontro a certe idee sociali molto diffuse nell'Inghilterra vittoriana, di cui ovviamente anche lui era figlio. Secondo K. Bayertz per evitare giudizi semplicistici è utile distinguere tra la teoria elaborata a partire da Darwin come sistema di asserti che si riferiscono a una specifica realtà biologica e il darwinismo come ideologia che utilizza la teoria stessa per fondare o giustificare fini politici, pratiche economiche, rapporti sociali. I principi ideologici del socialdarwinismo avrebbero potuto esistere ugualmente senza la teoria di Darwin, che non può essere considerato loro creatore, ma parecchi autori hanno preferito riferirsi a lui per il prestigio scientifico che in tal modo sembravano acquistare quei principi. Un discorso analogo vale per certi aspetti della sociobiologia, corrente fondata da E.O. Wilson, che, ri tenendo di rifarsi all'essenza genuina del darwinismo, nel cui ambito si colloca, si è proposta di cercare le basi biologiche dei comportamenti sociali degli uomini, come degli altri animali, facendo leva sulla selezione naturale intesa come il processo per cui certi geni riescono a ottenere nella generazione successiva una maggior rappresentanza. La divisione del lavoro, la divisione territoriale, i ruoli dei sessi, le gerarchie sociali vengono fatte risalire in ultima analisi al fatto che favorirebbero la sopravvivenza dei più adatti tra i geni. Che questa concezione si ricolleghi al nucleo essenziale e originario del darwinismo è stato però contestato da molti critici, tra cui R. Lewontin.

• E. Mayr, Storia del pensiero biologico, Bollati-Boringhieri, Torino 1990; P.J. Bowler, Evolution. The History of an Idea, University of California Press, Berkeley 1989; G. Pancaldi (a c. di), Evoluzione: biologia e scienze umane, Il Mulino, Bologna 1976; F. Jacob, Il gioco dei possibili, Mondadori, Milano 1983; S.J. Gould, Il darwinismo e l'ampliamento della teoria evoluzionistica, in Aa.Vv., La sfida della complessità, a c. di G. Bocchi e M. Ceruti, Feltrinelli, Milano 1985.



F. Vidoni