Controriforma

Il concetto di controriforma fu utilizzato originariamente nell'ambito del pensiero protestante tedesco di fine Settecento con riferimento all'azione messa in opera dal papato e dai prìncipi cattolici europei per contrastare e invertire il processo di diffusione della riforma protestante.

UN'IDEA IN NEGATIVO. Questa accezione negativa, e strettamente connessa, per contrasto, all'opera di Lutero, Zwingli, Calvino ecc., ha accompagnato per gran parte del XIX secolo e sino agli inizi del XX un'interpretazione fatta propria sia da studiosi protestanti sia da studiosi estranei alle quérelles di quella che E. Troeltsch avrebbe definita «l'età confessionale della storia europea» (Il significato del protestantesimo per la formazione del mondo moderno, in Historische Zeitschrift, 1906, ed. it. 1929). Per i primi la ripresa cattolica, soprattutto successiva al concilio di Trento, esprimeva una capacità reattiva di prevalente natura politica diretta contro un fenomeno, la riforma, di essenziale carattere religioso. Per i secondi quella stessa ripresa andava contro i princìpi di laicità, tolleranza, morale naturale diffusi dal Rinascimento dopo la lunga e oscura temperie medievale. Un primo importante contributo volto ad articolare maggiormente quelle interpretazioni e a trasporle da un piano tendenzialmente pubblicistico a quello della riflessione storiografica più avvertita si ebbe con l'opera di L. Ranke, I papi romani, la loro chiesa e il loro stato nel XVI e XVII secolo (1834-1836), poi ampliata in I papi romani negli ultimi quattro secoli (1874). In essa veniva ripresa nelle linee essenziali la categoria controriforma ma, allo stesso tempo, si introduceva una distinzione di notevole rilievo tra i tentativi di autoriforma manifestatisi a inizio Cinquecento nello stesso cattolicesimo e i successivi sviluppi antiprotestanti che avrebbero dato vita alla Controriforma vera e propria. Questa articolazione in due fasi, ben distinte nella lettura di Ranke, riscosse tra Ottocento e Novecento un ampio credito: sia in ambito protestante, con autori quali E. Gothein (Ignazio di Loyola e la Controriforma, 1895, ed. it. 1927) che affrontarono tra l'altro il nodo problematico del rapporto tra Controriforma e "mondo moderno" risolvendolo nel senso di un'azione frenante della prima sulla formazione del secondo; sia in ambito laico, dove B. Croce (in vari studi, ma in particolare nel saggio La crisi italiana del Cinquecento e il legame del Rinascimento col Risorgimento, in "La Critica", 1939) coniò per la fase apertasi nel secondo Cinquecento la categoria di età barocca. Queste interpretazioni restavano peraltro all'interno di una lettura complessivamente negativa del contributo cattolico alle dinamiche religiose del XVI secolo.

L'IDEA DI RIFORMA CATTOLICA. A bilanciare sul piano storiografico tale tendenza intervenne alla fine dell'Ottocento lo storico protestante W. Maurenbrecher, che nella sua Geschichte der Katholischen Reformation (1880; Storia della Riforma cattolica), riprese l'analisi dei tentativi di riforma effettuati in area cattolica prima del sorgere della «protesta luterana» per concludere, con prevalente riferimento al caso della Spagna, che era realmente esistita una tendenza in tal senso, che essa risultava del tutto autonoma rispetto al cammino percorso dalla riforma protestante, e (differenziandosi in questa lettura dalle tesi di Ranke) che essa andava individuata sotto la categoria di riforma cattolica. Attorno a quest'ultima considerazione si sviluppò gran parte del dibattito storiografico dei decenni successivi. Nata infatti in ambito protestante, e nella specifica accezione sopra indicata, la categoria riforma cattolica venne rapidamente fatta propria dalla gran parte degli studiosi cattolici che sulle orme di L. von Pastor (Storia dei papi dalla fine del Medioevo, 1886-1938) la dilatarono, contro le intenzioni di Maurenbrecher, sino a comprendere l'intera azione del cattolicesimo romano durante il XVI secolo. La sostituzione, da parte cattolica, della precedente denominazione di controriforma con quella di riforma cattolica si basava non tanto su nuovi risultati offerti dalla ricerca quanto su un semplice rovesciamento di prospettiva: per cui si valutava positivamente quella stessa azione di riforma etica e disciplinare della struttura ecclesiastica che era stata denunciata come esclusiva opera di contenimento dalla storiografia protestante e laica. Gli elementi per uscire da questo tipico prolungamento delle antiche controversie confessionali furono offerti a fine anni Venti dalla storiografia francese (emblematico a riguardo il saggio di L. Febvre, Un quesito mal posto. Le origini della Riforma francese e il problema generale delle cause della Riforma, in "Revue historique", 1929) e soprattutto nel secondo dopoguerra dalle ricerche e dai contributi metodologici del tedesco H. Jedin e dell'italiano D. Cantimori.

L'INTERPRETAZIONE UNITARIA. Lo studioso tedesco del concilio di Trento propose (in particolare nel saggio Riforma cattolica o Controriforma?, 1946, ed. it. 1957) una soluzione che aggirava l'approccio rigidamente alternativo sino ad allora prevalso per formulare l'ipotesi di una convivenza dei due fenomeni. Tale convivenza si esprimeva secondo una linea di continuità che aveva visto da un lato un ininterrotto tentativo di effettiva e autonoma riforma cattolica, databile tra la fine del XV e la prima metà del XVII secolo, dall'altro l'affiancarsi a esso, nel secondo Cinquecento, di una altrettanto continua azione di contrasto rispetto alla riforma protestante. Non alternativa, dunque, ma compresenza di due linee spesso assai intrecciate tra di loro e talora agenti l'una contro l'altra. L'interpretazione proposta con grande equilibrio da Jedin determinò in realtà il prodursi di un vero e proprio filone di indagini mirate a rafforzare in senso univoco l'ipotesi che anche l'azione del secondo Cinquecento più direttamente rivolta contro le chiese della riforma fosse in realtà catalogabile sotto l'etichetta di riforma cattolica. Ritornava dunque in sostanza la chiave di lettura già formulata nel secondo Ottocento da Pastor e poi continuamente riproposta, pur con variazioni e maggiore o minore professionalità, sino alla recente sostituzione della categoria del disciplinamento sociale a quella tradizionale di riforma cattolica (P. Prodi, Controriforma e/o riforma cattolica: superamento di vecchi dilemmi in nuovi panorami storiografici, in "Römische Historische Mitteilungen", 1989). Per converso, in ambito storiografico laico e negli stessi anni che videro emergere la proposta di Jedin si segnalarono vari interventi di D. Cantimori che, pur convenendo sulla necessità di superare la contrapposizione tra le due categorie, non seguiva Jedin nell'ipotesi della convivenza, preferendo ricorrere allo schema interpretativo della successione cronologica tra un'effettiva riforma cattolica manifestatasi nel primo Cinquecento e fino all'esito negativo di Ratisbona (1541) da un lato, e dall'altro il successivo ripiegamento in un'effettiva controriforma estesasi sino alle guerre di religione del XVII secolo. Riprese e sviluppate dai rispettivi allievi, le tesi interpretative di Jedin e Cantimori restano tuttora, nella loro differenziazione, le più accreditate.

• G. Alberigo, Studi e problemi relativi all'applicazione del concilio di Trento in Italia (1945-1958), in "Rivista storica italiana" n. 70, Esi, Napoli 1958; P.G. Camaiani, Interpretazioni della Riforma cattolica e della Controriforma, in "Grande antologia filosofica", volume VI, Marzorati, Milano 1964; M. Rosa, Per la storia della vita religiosa e della chiesa in Italia tra il '500 e il '600. Studi recenti e questioni di metodo, in "Quaderni storici", n. 5, 1970.

G. Battelli