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collettivizzazione dellagricoltura in Urss
Espropriazione forzata delle proprietà rurali attuata da Stalin a partire
dal 1929. Avviata quando ancora l'ottanta per cento della popolazione
attiva sovietica era costituita da contadini (la stragrande maggioranza
dei quali, circa cento milioni, erano piccoli proprietari), la politica
di collettivizzazione obbligò i contadini a entrare nelle fattorie collettive
(kolchoz) o in quelle statali (sovchoz). L'obbiettivo era
quello di «eliminare i kulaki in quanto classe» e di
garantire rifornimenti regolari e a prezzi controllati alle città e alle
zone industriali. Il processo fu rapidissimo: nel corso del primo piano
quinquennale (1928-1932) il settanta per cento delle terre coltivabili
fu collettivizzato e i kulaki furono deportati nelle regioni periferiche
o nei campi di concentramento della Siberia. La collettivizzazione delle
campagne fu un evento traumatico anche perché nei precedenti anni della
Nep (Nuova politica economica) i dirigenti sovietici non avevano sviluppato
alcuna politica di controllo o indirizzo dell'agricoltura; anzi, l'indicazione
lanciata ai contadini di "arricchirsi" (N. Bucharin), basata sulla convinzione
che lo sviluppo si sarebbe autoregolamentato, aveva generato una politica
dei prezzi incontrollata che, successivamente, fu definita una «stupidaggine
colossale» (Molotov). Inoltre la centralità assunta dall'industria
(soprattutto quella pesante) nell'economia sovietica e l'indifferenza
dimostrata per il movimento cooperativo aggravarono la situazione delle
campagne che degenerarono a una condizione d'arretratezza estrema, di
cui la "crisi del grano" del 1928 costituì il tragico epilogo. Secondo
gli studiosi della realtà sovietica la collettivizzazione di massa dell'agricoltura
fu soprattutto il prodotto dell'incapacità dei dirigenti sovietici di
perseguire una linea politica agricola ragionevole. Questa, in particolare,
è la tesi di M. Lewin (Storia sociale dello stalinismo, 1985, ed.
it. 1988) che insiste anche su come la svolta burocratica della collettivizzazione
non lasciasse ai contadini alcuna opportunità d'iniziativa, sperperando
le tradizioni collettivistiche presenti nella storia dei villaggi contadini
russi (in particolare l'istituzione del mir, l'organo decisionale
delle comunità rurali russe). La collettivizzazione forzata trovò impreparata
la grande massa dei contadini e come aveva previsto E. Preobrazenskij
il tributo sociale da pagare all'industrializzazione fu scaricato principalmente
sui contadini attraverso l'instaurazione di un regime sociale di tipo
coattivo che assunse la forma di terrore di massa.
G. Polo
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