classi sociali

L'insieme degli individui e delle famiglie che condividono la stessa posizione (economica, professionale, di prestigio o di potere) nella stratificazione sociale. La divisione interna ai gruppi umani rappresentò il tratto distintivo delle società storiche distaccatesi dal modello di organizzazione sociale dominante nelle comunità di cacciatori e raccoglitori. Le più evolute società agricole e guerriere si organizzarono successivamente nella forma della città-stato o dell'impero. Nella prima i cittadini erano divisi in tribù o in classi di censo legate alle funzioni militari, ma godevano tutti degli stessi diritti politici; la distinzione più rilevante passava invece fra membri della comunità e schiavi, stranieri sottomessi con la conquista. Negli imperi lo spazio della comunità era più ampio, ma esisteva una netta differenziazione fra funzioni di comando e militari (re, esercito, burocrazia) e mansioni produttive (contadini e artigiani privi di diritti politici). L'impero di Roma seppe fondere i due modelli organizzativi, mentre l'Europa altomedievale privilegiò il secondo, ma introducendo le importanti varianti del feudalesimo (con il passaggio dallo schiavismo ai rapporti feudali di dipendenza) e del cristianesimo (allargamento universale della cittadinanza). Nel basso Medioevo fu rivitalizzata la tradizione romana delle città, al cui interno guadagnò crescente autonomia e importanza la borghesia. Iniziò quindi un processo plurisecolare di erosione e trasformazione delle strutture sociali e produttive delle campagne, di crescita urbana e di sviluppo e concentrazione delle attività commerciali e manifatturiere, favorito dalla centralizzazione politico-amministrativa operata dallo stato moderno. Solo nell'Ottocento questo processo culminò in Europa nella formazione della classe operaia e della borghesia capitalistica, parallelamente all'affermarsi del principio della cittadinanza su scala nazionale che inserì a pieno titolo le classi produttrici subalterne nello spazio civile e politico della comunità. Nelle società nate dalla rivoluzione industriale le distinzioni di classe sembrano quindi ricondotte più chiaramente alla loro matrice economica, cioè alla diversa posizione degli individui nei rapporti e processi di produzione e distribuzione della ricchezza. Un'affermazione del genere va comunque fatta con una certa prudenza, perché fra gli studiosi sussiste disaccordo sia sul concetto di classe, sia sulla validità euristica del suo impiego nell'analisi delle società storiche. A tale proposito i filoni interpretativi possono essere ridotti a due.

L'INTERPRETAZIONE ECONOMICISTA. Il filone che si può definire economicista, prendendo le mosse dalla distinzione fisiocratica fra classi produttive e classi sterili, dalla tripartizione smithiana del reddito (salario, rendita, profitto), quindi dalla dicotomia marxiana operaio/capitalista, individua le classi in relazione alla proprietà dei mezzi di produzione e del surplus produttivo, proponendo un'immagine della società e del mutamento sociale fondata sulle categorie del conflitto (verticale) e della rivoluzione. Per la storiografia di ispirazione marxista le classi nascono dall'espropriazione del lavoro altrui da parte di ceti non produttivi, e tutta la storia è mossa da questo conflitto fra sfruttati e sfruttatori. Il passaggio da un modo di produzione-espropriazione all'altro (schiavismo, servitù feudale, capitalismo) è segnato da crisi violente, interpretabili come esplosioni finali della contraddizione fondamentale: sono le ribellioni di schiavi dell'epoca romana, le rivolte contadine dei secoli XIV, XV e XVI, le rivoluzioni proletarie del Novecento.

L'INTERPRETAZIONE ORGANICISTICO-FUNZIONALISTA. L'impostazione concorrente, definibile organicistico-funzionalista, riconduce le classi sociali alle diverse posizioni occupate da individui e gruppi ai fini del funzionamento dell'organismo sociale. Poiché in esso le funzioni sono di vario tipo (economiche, politiche, religiose ecc.), le differenziazioni riflettono, per origine e natura, la varietà delle funzioni. Status, reddito, prestigio e potere creano divisioni non solo verticali ma anche orizzontali; l'equilibrio e la mobilità subentrano alla nozione di conflitto. Le conseguenze di questo approccio sul lavoro degli storici sono rilevanti. Riguardo al problema delle classi sociali nel feudalesimo e nella transizione al capitalismo, le interpretazioni marxiste di M. Dobb, R. Hilton, R. Brenner e altri sono state sottoposte a numerose critiche. Così, se alcuni storici come M. M. Postan ed E. Le Roy Ladurie, particolarmente sensibili alle suggestioni del modello malthusiano, tendono a diluire le classi nella categoria più ampia di popolazione, usando al massimo unità di analisi più naturali che sociali, come la famiglia e la comunità contadina, altri studiosi di storia economica, soprattutto britannici, propongono un'immagine più complessa e articolata della società e delle classi: si vedano gli studi di L. Stone sull'aristocrazia inglese, le riserve di P. Deane sul ruolo delle "recinzioni" e della proletarizzazione contadina nel processo di formazione del capitalismo, le indagini di G. Bois sul mondo contadino francese.

CLASSI O CETI. Un attacco più radicale al concetto di classe, sostituito con quello di ordine o di ceto per quanto riguarda la società feudale e quella di ancien régime, è venuto dalla storiografia francese. Per J. Le Goff e G. Duby la società feudale è divisa nei tre ordini funzionali dei cavalieri o guerrieri, dei sacerdoti e dei contadini, che costituiscono l'archetipo strutturale e simbolico di molte società preindustriali. Il concetto di ordine è sviluppato più ampiamente da R. Mousnier (Les hiérarchies sociales de 1450 à nos jours, 1969), distinguendolo nettamente da quelli di casta e classe, relativi all'ambito religioso il primo ed economico il secondo. Gli ordini invece sono definiti da un privilegio giuridico e formano una gerarchia graduata secondo l'onore, il prestigio e la dignità attribuiti dal consenso sociale. Se la società di ancien régime è formata da questi corpi separati, rappresentativi, amministrativi o produttivi che siano, i conflitti che l'attraversano non sono più riconducibili alla struttura di classe: la Rivoluzione francese, per esempio, non ebbe come protagonisti né la borghesia né i contadini, bensì i "corpi" opposti alla monarchia assoluta. Dunque solo nelle società industriali capitalistiche, caratterizzate dalla rottura dei vincoli corporativi, dalla venalità e mobilità dei fattori produttivi, dall'equiparazione giuridica degli individui e dal trionfo del principio meritocratico-acquisitivo su quello ascrittivo, le classi si costituiscono oggettivamente e soggettivamente, determinando la natura dei conflitti sociali e politici. Anche in questo caso però i fattori economici devono essere integrati da altri elementi: J. Kocka ed E.P. Thompson, studiando rispettivamente la borghesia e la classe operaia, parlano di entità più culturali che materiali, mentre E. Gellner collega la formazione delle classi a quella dello stato nazionale-industriale, interpretando il conflitto sociale in termini di esclusione (etnica, linguistica, culturale) dalla comunità della nazione. Per le società postindustriali il quadro si complica maggiormente: l'espansione delle classi medie, della burocrazia e dello stato sociale, lo sviluppo dell'automazione e delle comunicazioni di massa scompongono le tradizionali identità di classe e introducono linee di divisione sociale inedite, per l'analisi delle quali si impone agli studiosi l'uso di categorie più complesse.

• G. Duby, Lo specchio del feudalesimo. Sacerdoti, guerrieri e lavoratori, Laterza, Roma-Bari 1980; A. Giddens, La struttura di classe nelle società avanzate, Il Mulino, Bologna 1975; N. Poulantzas, Le classi sociali nel capitalismo d'oggi, Etas Libri, Milano 1971; E. Gellner, Nazioni e nazionalismo, Editori riuniti, Roma 1991.

N. Antonacci