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Burckhardt, J., La civiltà del Rinascimento in Italia
(Sansoni, Firenze 1876 e 1953 Die Kultur der Renaissance in
Italien, Basilea 1860). Opera classica della storiografia della Kulturgeschichte,
ebbe una seconda edizione nel 1869. Le successive edizioni tedesche furono
modificate profondamente da L. Geiger. Nel 1935 W. Kaegi ne stabilì infine
l'edizione critica. La prima traduzione italiana, che può considerarsi
a tutti gli effetti una terza edizione, con aggiunte e correzioni comunicate
dall'autore al traduttore D. Valbusa, fu pubblicata nel 1876 presso la
casa editrice Sansoni di Firenze. Una nuova edizione italiana riveduta
e corretta, con un'introduzione di E. Garin, fu stampata nel 1953 sempre
presso lo stesso editore e da quel momento in poi il testo è stato più
volte ripubblicato senza modificazioni ulteriori.
NOVITÀ E SINTESI. Come è stato più volte affermato, grazie a quest'opera
il Rinascimento italiano si presentava finalmente come un periodo ben
definito nel tempo. Il libro di Burckhardt, che può essere considerato
l'inizio di un secolo di imitazioni e di discussioni vivaci, appare però
soprattutto come la conclusione di un lungo dibattito e come la sintesi
di temi agitati fin dal Trecento. Bisogna infatti ricordare che la storiografia
del XVIII secolo, ben lungi dall'inventare il Rinascimento, non fece che
sistemare e fissare un complesso di motivi lungamente discussi e diffusi.
L'opera reca come sottotitolo: "un tentativo". Questo non è casuale, giacché
il volume doveva costituire solo una parte di un progetto più ampio che
era stato concepito dall'autore verso il 1854-1855. Il disegno avrebbe
dovuto infatti comprendere un'analisi sia della cultura sia dell'arte
rinascimentale italiana. Le ragioni che condussero l'autore a stendere
in poco tempo, tra il 1868 e il 1869, solo una parte di questo suo progetto
originario sono state indagate recentemente e in parte sono dovute al
tipo di soluzione politica, monarchica e centralizzata che Burckhardt
vedeva prospettarsi ormai per l'unità d'Italia. Era infatti questa una
decisione che agli occhi dell'autore contrastava con le opinioni federaliste
e repubblicane che aveva sostenuto una parte dell'emigrazione italiana
in Svizzera a cui Burckhardt era molto vicino e che in parte lo aveva
iniziato alla conoscenza della storia e della cultura italiane. Uno dei
maggiori rappresentati di questa tendenza politica era L. Picchioni, a
cui, non a caso, il libro fu dedicato. L'opera riflette quindi indirettamente
anche vicende storiche molto determinate e potrebbe essere ricordata come
uno dei testi che concorrono al dibattito sul nostro Risorgimento. Il
disegno di fondere in un'unica opera l'arte e la cultura del Rinascimento
italiano non fu lasciato cadere dopo il 1860, ma fu perseguito da Burckhardt
a più riprese fino a pochi anni prima della morte. Di un simile disegno
complesso, di cui è in corso la ricostruzione integrale, restano tuttora
parti consistenti, oltreché gli abbozzi preparatori degli anni 1856-1859.
Nella Civiltà del Rinascimento in Italia l'autore portò alle estreme
conseguenze il tema della rinascita così come era stato formulato in origine.
Negli umanisti italiani esso rifletteva infatti la coscienza di una crisi
e la volontà di rottura con la cultura dei secoli precedenti. Burckhardt
sembrò così accettare nella sostanza i miti che il Rinascimento stesso
aveva elaborato: nel distacco e nella contrapposizione al Medioevo il
mondo rinascimentale aveva trovato infatti il suo tono, così come nell'imitazione
critica dell'antichità, rinnovata soprattutto in ambito artistico, e nella
scoperta da parte dell'uomo di una serie di leggi oggettive che rendevano
possibile all'individuo singolo di emanciparsi e di considerare l'ambito
operativo delle sue capacità. Lontano da ogni vagheggiamento o esaltazione
di un superomismo amorale, elemento questo che appartiene sostanzialmente
al mito rinascimentale della cultura decadentista di fine Ottocento con
il quale l'opera di Burckhardt è stata più volte ingiustamente confusa,
l'autore tratteggia in una serie di quadri eleganti e fedeli l'evoluzione
della cultura rinascimentale che ha il suo momento culminante nei primi
anni del XVI secolo, fino alla morte di Raffaello. Gli anni successivi,
trattati soprattutto negli ultimi tre capitoli dell'opera, sono concepiti
dall'autore come un rinnovato periodo di decadenza, dato che le superstizioni
di ogni genere, il ciceronismo letterario, l'erudizione fine a sé stessa
e l'emancipazione individualistica dai criteri classici soprattutto in
ambito artistico nelle corti e nella società prendono il posto di quella
cultura umanistica in cui Burckhardt aveva ravvisato il motore principale
del risveglio della società italiana tra il XIV e il XV secolo.
UN MODELLO. La civiltà del Rinascimento in Italia ha rappresentato
per generazioni il modello di un'esposizione e di una ricerca storico-culturale.
Questa fama si fonda in parte sulla capacità letteraria che l'autore mostra
nello svolgere l'argomento, nella forza e chiarezza con cui sono formulati
i problemi cruciali; in parte sul fascino del tema che, come è noto, è
posto in occidente alla base del sorgere della coscienza moderna. L'autore
articola in sei grandi capitoli il contenuto della sua ricerca: la vita
politica nelle città e nei principati; il sorgere dell'individualità nel
senso della moderna personalità; il nuovo rapporto con l'antichità e le
molteplici forme della cultura umanistica; la scoperta del mondo e dell'uomo
grazie alle esplorazioni, alla nuova scienza naturale, alla visione e
misurazione del mondo; la nuova vitalità assunta in ambito letterario
dalla biografia e dalla poesia. Seguono poi le parti dedicate alla socialità,
alle feste, al ruolo della lingua nazionale e alla posizione della donna.
Chiudono l'opera alcuni capitoli dedicati alle tendenze della vita morale
e religiosa agli inizi del XVI secolo. La civiltà del Rinascimento in
Italia appartiene alla serie di quei libri-mito che hanno dato tono e
colore a molte ricerche successive. A dispetto della sua fortuna e circolazione,
amplissime, è stata scarsamente studiata e tuttora viene citata più che
analizzata nelle sue parti singole. Resta comunque, per un verso, una
testimonianza potente della fortuna degli studi rinascimentali, e con
questo atteggiamento può essere riletta e gustata con profitto; mentre,
per l'altro, la sua impostazione, che tende a considerare nello studio
di una società la molteplicità degli aspetti della personalità e delle
manifestazioni umane, risulta tuttora insuperata per le moderne ricerche
sulla civiltà e sulla storia della cultura.
M. Ghelardi
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