arabo-israeliane, guerre

Quante guerre arabo-israeliane? In uno scacchiere in cui, dalla fine della prima guerra mondiale, lo stato di belligeranza più o meno dichiarato è rimasto pressoché incessante, la domanda ha un preciso senso storiografico e il cominciare la trattazione col conflitto del 1948 è perciò una pura scelta di comodo. Del resto le guerre, anche se hanno avuto sullo sfondo essenzialmente le questioni dell'esistenza di Israele e della correlativa obliterazione di un'entità nazionale palestinese, hanno spesso assunto il carattere più universale di confronto tra due mondi diversi: l'Israele occidentalizzato e i paesi arabi in cerca di un'identità (M. Rodinson, Israele e il rifiuto arabo, 1966; ed. it. 1969). Per mantenersi, comunque, entro un accettato schema cronologico, si può dire che le guerre arabo-israeliane abbiano seguito una precisa evoluzione. Quelle del 1948 e del 1956 accelerarono, sotto forme diverse, le crisi e le trasformazioni in paesi arabi chiave come la Siria e l'Egitto e stimolarono la presa di coscienza dell'arabismo. Lo stesso Nasser riconobbe, nella Filosofia della rivoluzione (1954, in arabo) e in altri interventi, che la sconfitta di Palestina del 1948 fu determinante a far nascere negli "ufficiali liberi" egiziani la consapevolezza dei valori del nazionalismo e la percezione della corruzione delle classi dirigenti, preludio della rivoluzione. La disfatta della guerra dei Sei giorni (1967) costituì invece il punto di svolta negativo. Molto si è dibattuto sulle soggettive responsabilità di Nasser nella deflagrazione del conflitto (che sembrano tuttavia da ridimensionare a favore di una sorta di inevitabilità dello svolgersi degli eventi); sull'impreparazione degli eserciti arabi; sulla sopravvalutazione delle capacità e delle intenzioni dell'Unione sovietica di appoggiare gli arabi contro Israele; sulla psicosi dell'accerchiamento dello stesso Israele, che ne avrebbe motivato l'attacco preventivo. Si giunse perfino a sostenere che l'incompiutezza e il sostanziale conservatorismo delle rivoluzioni arabe, di contro al carattere popolare della lotta di Israele per la sopravvivenza, avrebbero determinato la disfatta (A. Abdel Kader, Il mondo arabo alla vigilia di una svolta, 1967, in arabo). Nonostante voci favorevoli a Israele abbiano suggerito che l'attacco preventivo fosse per lo stato ebraico una questione di sopravvivenza (R. Donovan, Israele: sei giorni per sopravvivere, 1967, ed. it. 1967; R.S. Churchill, W.S. Churchill, La guerra lampo di Israele, 1967, ed. it. 1967), è verosimile che Nasser non intendesse scatenare la guerra per primo e anzi molti elementi inducono a credere che sarebbe stato disposto a un accomodamento (J. Lacouture, Nasser, 1971; ed. it. 1973). D'altro canto si è ipotizzato che la guerra sia stata voluta a ogni costo da particolari settori del governo israeliano, cosicché sarebbe stato Israele l'autentico aggressore (G. Valabrega, Israele e il problema mediorientale, 1990). Per giustificare l'esito della guerra bisogna rammentare che la politica statunitense si mosse abilmente a fianco di Israele prima e dopo il conflitto (W. Quandt, Decade of Decisions: American Policy toward Arabo-Israeli Conflict, 1977), a fronte di un sostanziale immobilismo sovietico. In ogni modo il disastro provocò una serie di reazioni a catena di cui la crisi del nasserismo non fu che un sintomo, sia pure importante. Essa portò con sé, negli anni, la crisi di tutto l'ideale panarabo e il fallimento di una politica di rinascita unitaria degli arabi. La riflessione interna ai paesi sconfitti seguì vie disparate (F. Ajami, The Arab Predicament, 1981): se studiosi marxisti come il siriano Jalâl al-Azm attribuirono all'arretratezza e all'eccessiva pervasività dell'ideologia islamica il peso morale della sconfitta (Autocritica dopo la disfatta, 1968, in arabo), le correnti islamiche radicali trovarono modo, al contrario, di attribuire all'eccessiva occidentalizzazione dei regimi dominanti e al loro allontanamento dalle verità rivelate la responsabilità del «castigo di Dio» (si veda anche Y. Haddad, Islamists and the "Problem of Israel": the 1967 Awakening, 1992). Il problema palestinese subì infine una radicalizzazione, poiché come molta documentazione originale (in arabo) dimostra, la guerra, screditando le autorità arabe ufficiali, creò l'opportunità per l'affermarsi della guerriglia palestinese (Y. Sayigh, Turning Defeat into Opportunity: the Palestinian Guerrillas after the June 1967 War, 1992). Se il 1967 era stato ricco di componenti schiettamente ideologiche, la guerra del 1973, pur essendo di fatto un conflitto limitato egitto-israeliano (vi partecipò anche la Siria ma con un peso strategico-militare tutto sommato non decisivo), fu invece dominata da un ritrovato pragmatismo: gli obiettivi di Sadat erano solo quelli di recuperare l'onore perduto dell'esercito e, con la benedizione statunitense, di arrivare a un'intesa di pace separata (A. Sadat, In cerca di un'identità, 1977, ed. it. 1981; G. Valabrega, Il Medio Oriente: aspetti e problemi, 1980). L'accordo di Camp David (1978) non poté dare una risoluzione globale ai problemi, poiché non fu in realtà progettato per risolverli con un coinvolgimento generalizzato delle parti. È caratteristico che un attento osservatore arabo delle questioni mediorientali, M.H. Haykal, abbia sostenuto che le incertezze della sospensione delle ostilità dopo la guerra del 1973 avrebbero certamente condotto a un altro scontro generalizzato (The Road to Ramadan, 1975). L'invasione del Libano del 1982 (un'ennesima guerra, di fatto, combattuta dai volontari arabi e dai palestinesi) e i successivi, spesso provocatori, atti di guerra di Israele soprattutto contro l'Olp, ma anche contro la Tunisia, il Libano, l'Iraq, sono stati vissuti da molti arabi come il segno dell'impotenza o, peggio, della compromissione delle classi dirigenti nei confronti dell'avversario sionista (S.E. Ibrahim, The Middle East ten years after Camp David: Domestic Developments in Egypt, 1988). Se le scelte strumentali, ma nella pratica tolleranti, di grandi potenze regionali come l'Egitto hanno allontanato il rischio di un nuovo conflitto generalizzato, hanno nel contempo lasciato aperti i quesiti più importanti: la legittimità dell'occupazione israeliana di molti territori arabi e i diritti dei palestinesi all'autodeterminazione (G. Fuller, The West Bank of Israel, 1989).

• A. Dumontel, Identità, specificità nazionale e sistema internazionale: il caso del conflitto arabo-israeliano del 1967, Giappichelli, Torino 1981; J.N. Moore, The Arab-Israeli Conflict, Princeton University Press, Princeton 1991.

M. Campanini