agricoltura, storia dell’

Branca della storia economica che studia l'evoluzione dei fattori tecnici, sociali ed economici legati alla coltivazione dei suoli. Fino al XVIII secolo le opere riguardanti l'agricoltura furono compendi e manuali di tecnica: nella civiltà romana il rilievo avuto dalla cultura agricola si espresse nei trattati specifici di Catone, Columella, Varrone, Palladio e nell'opera naturalistica di Plinio il Vecchio. Nell'alto Medioevo i compendi classici vennero rielaborati: ne è un esempio il De agris di Isidoro di Siviglia. Nel tardo Medioevo ebbero grande diffusione il Libro di agricoltura di Ibn-el-Awwam (XII sec.) e il Ruralium commodorum libri di Pier de Crescenzi (fine XIII sec.) che vagliavano le tecniche agrarie nelle diverse regioni del bacino mediterraneo e dell'Italia, con un interesse che potrebbe già definirsi storiografico.

GLI INIZI E L'OTTOCENTO. Per giungere a una vera e propria storia dell'agricoltura occorre attendere il XVIII secolo, quando l'Accademia economico-agraria dei georgofili di Firenze curò diverse opere dichiaratamente storiografiche: dalla seconda metà del secolo si affrontarono problematiche nuove, scaturite dalla coscienza illuministica, riguardanti non solo le innovazioni tecniche e i contributi scientifici, ma i diritti sociali dei coltivatori e i rapporti con la proprietà. Nel XIX secolo si produssero studi giuridici: su di essi si formò Cavour, che rilevò il ruolo propulsore in campo agrario dei capitali apportati dalla borghesia e in particolare sostenne l'importanza della piccola proprietà contadina. Attenti alla produttività della terra e alle condizioni di vita dei coltivatori furono anche F. Re e C. Cattaneo, studiosi di economia, acuti osservatori dell'evoluzione storica delle campagne; alla metà dell'Ottocento E. Poggi ebbe il merito di tracciare il quadro storico-giuridico dell'agricoltura italiana dall'epoca classica. Gli studiosi della fine del XIX secolo focalizzarono l'interesse sulle problematiche legislative e istituzionali; la storia delle coltivazioni, delle tecniche e degli strumenti era vista in funzione delle modifiche apportate allo status dei coltivatori, secondo due chiavi interpretative: la lettura in senso marxistico cercava risposta a domande riguardanti i conflitti di classe e i rapporti di potere nelle campagne; la visione vicina al liberalismo ricercava invece i prodromi della proprietà privata e del capitalismo.

IL NOVECENTO. Un netto approfondimento delle tematiche agrarie si ebbe a partire dai primi decenni del secolo: fondamentale risulta l'opera dei francesi L. Febvre, M. Bloch (I caratteri originali della storia rurale francese, 1931, ed. it. 1973) e R. Dion, che per definire le caratteristiche dell'agricoltura nazionale eseguirono analisi comparate col resto dell'Europa inaugurando un metodo basato sulla collaborazione con altre discipline quali geografia, botanica, climatologia, etnologia e sociologia. Un altro settore di studi agrari riguardò l'analisi dei rapporti tra produzione rurale e mercato urbano ed ebbe rappresentanti quali il tedesco W. Abel (che con F. Lütge diede origine alla Deutsche Agrargeschichte, Storia dell'agricoltura tedesca) e il francese F. Braudel. Tuttavia fino agli anni Cinquanta del Novecento la maggior parte della produzione storiografica rimase legata alle tradizionali ricerce giuridico-istituzionali. Una svolta si ebbe alla fine del decennio con la scuola belga che da allora pubblica fonti, monografie regionali e una bibliografia completa della storia rurale, inoltre promuove studi di economia e demografia e scavi archeologici. In particolare, di grande interesse sono i lavori di A. Verhulst, B.H. Slicher van Bath, L. Génicot e J.A. van Houtte. Altrettanto importante è il contributo della storiografia francese: G. Duby, presentando la rivista "Etudes rurales" (1961), riprendeva l'insegnamento di Bloch e sottolineava l'importanza della collaborazione tra discipline diverse. L'opera di E. Le Roy Ladurie, incentrata sullo studio delle decime e basata sulle teorie demografiche malthusiane, diede inizio a un filone di ricerca attento ai fattori sociali (progressiva pauperizzazione dei contadini, rivolte). Merito della scuola francese è anche l'aver messo a fuoco le specializzazioni produttive regionali (R. Dion, E. Grüter, G. Durand), la presenza di due opposte strategie produttive, una di mercato e una di autarchia domestica (J.P. Poussou) e i complessi rapporti tra signori e contadini (M.T. Lorcin, F. Carbonnier). Diverso è il carattere della storiografia inglese: generalmente fedele all'approccio economico-sociale nell'affrontare i problemi legati alla produzione agricola e al popolamento delle campagne, recentemente ha conosciuto l'apporto di studiosi attenti ai problemi ecologico-ambientali quali R.G. Wilkinson e E.L. Jones, che hanno tentato di individuare le influenze dell'ambiente sull'organizzazione economica. Anche l'analisi delle strutture familiari è al centro dell'indagine britannica, con riferimenti all'antropologia. Per l'Europa dell'est la ricerca è imperniata sulla formazione della grande proprietà signorile e della seconda servitù della gleba, determinate in epoca moderna dall'occupazione asburgica che impedì ogni processo innovativo nelle campagne (W. Kula, J. Topolski). Anche storici sovietici, quale negli anni Ottanta A.J. Gurevic, analizzarono il fenomerno dell'affrancamento dei servi, che in Russia avvenne con molto ritardo (metà del XIX secolo). In Italia la storiografia agraria ebbe uno sviluppo progressivo dalla metà degli anni Sessanta: G. Luzzatto ne era stato un precursore e ne aveva denunciato la mancanza di studi sulla neonata "Rivista di storia dell'agricoltura" (1961). Fino ad allora le ricerche erano state condotte nel settore giuridico-istituzionale, ma occorrevano studi sulla tecnica, sull'economia, sulla società e sui movimenti spirituali scaturiti dalle comunità contadine. Nei decenni seguenti si concretizzò la tendenza a occuparsi di problemi sociali legati alla vita nelle campagne: gli studi di C.M. Cipolla, di C. Violante, di G. Fasoli, di E. Conti e di V. Fumagalli hanno gettato luce sia sulle vicende patrimoniali della proprietà fondiaria laica ed ecclesiastica (individuando nel monastero la cellula modello di organizzazione amministrativa e territoriale), sia sulle strutture demografiche, agronomiche e giuridiche medievali. In particolare, l'abbondanza di scritture aziendali in Italia ha permesso indagini sulla mezzadria, sulle produzioni specializzate e sui mutamenti dei sistemi coltivativi seguendone l'evoluzione tra Medioevo e Età moderna (A. De Maddalena, I. Imberciadori, G. Coppola). Per quanto riguarda i mutamenti avvenuti nel settore agricolo in epoca risorgimentale, si nota una spiccata tendenza al regionalismo degli studi che evidenziano le differenze economiche nelle varie parti d'Italia.

• I. Imberciadori, Per la storia agraria, in "Rivista di storia dell'agricoltura", n. 16, Firenze 1976; M. Cattini, M.A. Romani, Tendenze e problemi della storiografia agraria europea, in "Rivista di storia dell'agricoltura", n. 27, Firenze 1987.

L. Castellani