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Africa
Uno degli aspetti principali della crisi dell'Africa è che non è possibile
separarla dalla crisi della comprensione dell'Africa (P. Chabal). Alla
base della controversa relazione fra l'Africa a sud del Sahara e la storia
c'è la macchia di una condanna (culture senza storia) che risale
addirittura a Hegel. L'assenza di fonti scritte sembrò avallare le tesi
denigratorie. Il colonialismo contribuì ulteriormente a misconoscere i
processi reali del continente e in questo senso per un lungo periodo la
storia dell'Africa fu deformata dalla convenienza di giustificare l'usurpazione
e gli espropri operati dall'Europa. Le sue società, "immobili", erano
considerate suscettibili di studio etnologico o antropologico piuttosto
che storico; la storia nascerà con specificità molto resistenti (l'importanza
delle fonti orali sulla scia degli studi di J. Vansina) e come filiazione
di altre discipline sociali. Il pregiudizio si è trasmesso, sia pure seguendo
percorsi diversi, alla storiografia marxista più dogmatica, che data l'ingresso
dell'Africa nella storia dopo l'introduzione dell'articolazione in classi
e quindi all'epoca coloniale (E. Sik).
DAL COLONIALISMO AI NAZIONALISMI. Per tutto il periodo coloniale la storia
dell'Africa si ridusse a storia degli europei in Africa. Per reazione,
nel clima di rivalsa proprio della decolonizzazione e dell'indipendenza
nazionale, una rivalutazione acritica dei progressi fatti registrare dall'Africa
tradizionale sostenne, a dispetto dell'ovvia sperequazione sul piano tecnologico,
una sostanziale "parità" fra le sue società, i suoi sistemi istituzionali,
le sue città e le corrispondenti realtà del mondo occidentale all'inizio
dell'età moderna (C.A. Diop, B. Davidson) e attribuì all'Europa e al colonialismo
la responsabilità esclusiva di aver "sottosviluppato" l'Africa (W. Rodney).
La nuova storiografia (T. Hodgkin e altri) doveva dimostrarsi anzitutto
nazionalista, a costo di scadere in atti di pura testimonianza. Fu l'estrema
attualità del dibattito relativo all'Africa sotto la spinta delle indipendenze
a costringere a un ripensamento dei criteri classificatori in uso e a
rivalutare l'Africa primitiva e "astorica", adattando la stessa periodizzazione
e ripartizione cronologica alla realtà della storia dell'Africa (A. Triulzi).
Una rilettura attendibile degli itinerari storici che hanno portato all'emancipazione
delle colonie africane, i futuri stati indipendenti, è tanto più necessaria
in quanto la definitiva convalida della loro partecipazione allo sviluppo
e al progresso presuppone la piena conoscenza di sé. Due grandi opere
di sintesi come la più tradizionale Cambridge History of Africa
e la più innovativa Histoire générale de l'Afrique dell'Unesco
finirono per porsi su due piani diversi e antagonistici. Le prime storie
"nazionali" davano per scontato un background compatto, che J.
Ki-Zerbo, storico originario dell'Alto Volta, postula come presupposto
di una memoria storica con cui immaginare e preparare il futuro. La priorità
assoluta spettava allo stato-nazione, di cui veniva rintracciata una qualche
coerenza con la tradizione del passato precoloniale, un passato cui si
chiedeva soprattutto di ratificare il presente (T.O. Ranger) e anche a
questo fine conveniva assumere che l'Africa fosse tendenzialmente egualitaria
e omogenea. Se il marxismo, come sostengono molti, ha diffuso guasti profondi
nella crescita scientifica dell'Africa è anche perché si è trattato per
lo più di un marxismo appreso nelle metropoli e applicato secondo canoni
rigidi di impronta malgrado tutto eurocentrica. La preponderanza di voci
importate dall'Europa e dall'occidente può solo aver concorso a dare un
peso eccessivo ai fattori esterni, come lamentano A. Temu e B. Swai nella
loro opera di bilancio della prima fase della storiografia africana (Historians
and Africanist History: A Critique, 1981).
NUOVE PROSPETTIVE CRITICHE. Col tempo gli storici dell'Africa, di pari
passo con l'approfondirsi del divario di consenso per le elite, hanno
sottoposto a una critica serrata l'immagine convenzionale di un'Africa
vittima predestinata, a cui la tratta, la colonizzazione e l'andamento
negativo dei termini di scambio non lasciano scampo e hanno preferito
scavare nell'incapacità dei politici, degli amministratori, degli impiegati,
dei cittadini comuni di far fronte ai loro compiti con un minimo di efficienza
e di probità (T. Diakité, L'Afrique malade d'elle-même, 1986).
Gli storici radicali (E.S. Atieno Odhiambo, J. Depelchin) utilizzavano
dichiaratamente la storia come un mezzo di intervento sulla politica.
Il punto d'arrivo a livello storiografico è stato così una specie di revisione
del revisionismo, sia con uno studio più serio delle caratteristiche e
dei limiti del modo di produzione dell'Africa precoloniale, che si sarebbe
basato essenzialmente sul commercio di lunga distanza invece che sul surplus
agricolo stante l'aridità o semiaridità di molti suoli (C. Coquery-Vidrovitch),
sia con una ricollocazione generale dell'Africa per spiegare la sua permanenza
"alla periferia della storia" ma in un flusso che rivaluta le componenti
originali della propria vicenda storica (C. Moffa). Da qui anche il riaffiorare
degli studi sull'etnicità (J.L. Amselle, E. M'Boloko), che appartiene
sicuramente alla lunga durata della storia africana e che deve solo trovare
forme di convivenza e conciliazione con l'organizzazione statuale di derivazione
coloniale, sottraendosi fra l'altro alle falsificazioni approdate alla
cosiddetta "invenzione della tradizione" (T.O. Ranger). Man mano che si
allontana dall'emergenza dell'indipendenza la storia dell'Africa si scinde
in tante storie quanti sono gli stati del continente e lo stato medesimo
è oggetto di un dubbio di legittimità che rovescia il consenso della lotta
anticoloniale; con il declino delle ideologie totalizzanti come il panafricanismo
e la negritudine, ogni società riacquista la sua specificità e al suo
interno assumono rilievo le piccole nazioni, i gruppi, gli interessi settoriali.
Il tema centrale della ricerca storica diventa lo stato "nazionale" affermatosi
con l'indipendenza e il trapasso dei poteri: le teorie della liberazione
erano influenzate dal bisogno che avevano allora i ceti dirigenti di essere
"riconosciuti" dall'Europa prima ancora che dai propri popoli. J. Copans
denuncia la povertà di analisi del pensiero politico africano e scrive
che «con l'eccezione, del resto controversa, di A. Cabral»
i leader africani «non hanno detto nulla delle società africane».
Il passaggio cruciale diventa la saldatura fra politica e cultura, premessa
di ogni autentica modernizzazione. Sulla natura dello stato, la sua legittimità
e la sua funzione nella produzione e riproduzione insiste soprattutto
la scuola di storici, antropologi e politologi che si è raccolta attorno
alla rivista "Politique africaine". Alla riconsiderazione degli obiettivi
e degli strumenti dello sviluppo ha spinto per un altro verso la strategia
elaborata dalla Banca mondiale, che ha imposto drastici programmi di aggiustamento
ai paesi africani per consentire loro di rientrare nel mercato mondiale
con qualche possibilità in più di sfruttare la globalizzazione e l'interdipendenza.
• Aa.Vv., Ripensare la storia coloniale, Università degli studi
di Cagliari, Cagliari 1993; J. Copans, La longue marche de la modernité
africaine, Karthala, Parigi 1990; J. D. Fage, Storia dell'Africa,
Sei, Torino 1985; C. Moffa, L'Africa alla periferia della storia,
Guida, Napoli 1993; A. Triulzi (a c. di), Storia dell'Africa e del
Vicino Oriente, in Il Mondo contemporaneo (a c. di N. Tranfaglia),
La Nuova Italia, Firenze 1979.
G.P. Calchi Novati
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