STATO MODERNO
In genere, per "stato" si intende un ente sovrano dotato di propria personalità giuridica e costituito da un popolo stanziato su un territorio sotto l'autorità di un governo che esercita la sovranità. Pertanto questa definizione esclude sia le formazioni tribali o claniche nomadi sia quelle del mondo greco, romano e barbarico, e si restringe a indicare le forme di organizzazione politica che nacquero dalla crisi del sistema di governo feudale e che quindi vengono appunto definite con la formula sintetica di stato moderno.

LE ORIGINI.
Fase iniziale di quest'ultimo è considerato il cosiddetto stato dei ceti, forma di organizzazione statale in cui ogni espressione di autorità politica era ricondotta a un dualismo principe/ceti (società di ordini) che si risolveva all'interno di istituzioni rappresentative tra loro variamente gerarchizzate (stati provinciali, diete, stati generali, parlamenti). Quelle istituzioni esercitavano le loro attribuzioni soprattutto in campo fiscale e quando le entrate del demanio privato del principe non erano sufficienti a soddisfare le esigenze finanziarie dello stato, il principe convocava i parlamenti nei quali i ceti erano rappresentati per essere autorizzato a imporre le contribuzioni finanziarie di cui aveva bisogno. Il tutto comportava un'ingerenza dei ceti sull'ammontare e sulle modalità di riscossione delle imposte richieste e generalmente accettate, con l'ampliamento della sfera dei privilegi fiscali e politici dei quali essi godevano. La vicenda dello stato moderno fu segnata, pertanto, prima dallo sforzo di sottrarre l'autorità del principe al controllo dei ceti e, successivamente, dalla tendenza all'accentramento e alla gestione monopolistica del potere utilizzando apparati burocratici e diplomatici stabili, eserciti permanenti e un sistema fiscale di tipo nuovo. Oggetto di discussione tra gli storici è se la componente patriottica/nazionalistica debba entrare a far parte dei caratteri distintivi del nuovo tipo di stato. Sembra tuttavia che più di questa debba considerarsi decisiva la capacità di mobilitazione espressa dalla monarchia e il sentimento di lealismo dinastico che essa era in grado di infondere in popolazioni spesso diverse per lingua, cultura e tradizioni, ma sottoposte all'autorità di un unico sovrano, come furono quelle che tra il XVI e il XVII secolo riconobbero l'autorità degli Asburgo di Spagna. Le ragioni storiche che resero necessario il passaggio allo stato moderno furono essenzialmente legate a emergenze belliche.

LO STATO NASCE DALLA GUERRA. Le grandi guerre che nel XV secolo opposero Francia e Inghilterra e, nel secolo successivo, la Francia alla Spagna, resero evidente l'esigenza per quegli stati di dotarsi di solidi apparati che supportassero lo sforzo bellico e che li rendessero più solidi nei confronti di nemici esterni che potevano spesso contare sull'appoggio di alleati presenti all'interno del territorio statale. Per questo motivo è stato detto che le guerre del XV-XVI secolo furono un insieme di guerre esterne e guerre interne così che la vittoria di un principe diventava la vittoria sul suo nemico esterno e su quello interno. Non fu solamente la formazione dei nuovi apparati a caratterizzare la vita dello stato moderno, né la sua storia si può comprendere all'interno di un paradigma che tenda ad assumere come elemento centrale lo scontro tra il principe e i ceti o quei gruppi sociali che per lungo tempo furono dotati di poteri spesso alternativi rispetto a quello della monarchia, in primo luogo la nobiltà. Il sistema statale vigente cercò, è vero, l'appoggio dei ceti produttori e dei gruppi intellettuali di estrazione borghese anche attraverso la venalità degli uffici, ma fu sostanzialmente fondato sul concorso della nobiltà nella gestione degli affari pubblici. In questo senso i rapporti clientelari o di patronato che si intrecciavano all'interno delle corti rivelano un modo particolare di governo dello stato che lasciava ancora ampio spazio alle relazioni interpersonali tra coloro che erano collocati su fasce diverse all'interno della gerarchia sociale. In ogni caso la volontà delle grandi monarchie di procedere dal XIV secolo alla definizione di assetti politici nuovi si misurava sulla loro capacità di costruire apparati fiscali sempre più perfezionati che permettessero un continuo drenaggio di risorse dalle periferie verso il centro dello stato. Rivolte popolari nelle città e nelle campagne punteggiarono lo sviluppo del sistema fiscale statale in zone ove spesso era presente solo la fiscalità feudale o quella ecclesiastica. Quelle rivolte videro il concorso (o, come nella Francia della prima metà del XVII secolo, addirittura la guida) di frange notevoli dell'aristocrazia locale che cercava così di recuperare una funzione di direzione politica e di controllo dell'economia messa in discussione dall'avanzata di uno stato che iniziava a servirsi di funzionari (vedi intendente) non legati alle realtà locali e meno sensibili ai condizionamenti delle forze sociali periferiche.

MONARCHIA E PARLAMENTO. L'esperienza parlamentare inglese indicò i caratteri di uno stato (prevalenza della funzione legislativa, governo di ministri, limitazione dei poteri del monarca e sua responsabilità di fronte alla nazione) che sarebbero risultati vincenti solo più tardi sul resto del continente. Il regime napoleonico, seguito alla rivoluzione francese, troncò definitivamente con la società dei ceti e con le sue forme di organizzazione delle rappresentanze politiche, ma portò al più alto grado di funzionalità alcuni degli strumenti di cui si era già dotato lo stato moderno: apparati burocratici capillarmente presenti sul territorio, strutture amministrative dirette a subordinare alle istanze decisionali centrali quelle di autogoverno locale, eserciti basati sulla coscrizione obbligatoria, una più alta e solenne concezione della sovranità che si identificava ora con l'autorità, più stretti rapporti con la Chiesa e le sue istituzioni. Nello stesso tempo l'autoritarismo di fondo che pervadeva questo ordinamento si univa a un principio di legalità che attraversava tanto i rapporti tra i cittadini e le autorità statali quanto quelli all'interno del corpo sociale. Fu su queste basi che si impiantò lo stato nazionale (vedi nazione) ottocentesco. Esso fu l'espressione della forza e della capacità di direzione di una classe, la borghesia, la quale gli impresse caratteri sempre più tecnici che tuttavia non nascondevano il ferreo controllo che attraverso gli strumenti del governo politico essa deteneva sull'economia. Il processo di razionalizzazione del potere che ne conseguì rese lo stato sempre più astratto e lo spogliò di quelle forme di personificazione che ne avevano fino ad allora disegnato la fisionomia. Comunque esso favorì la crescita e l'organizzazione di una società civile che trovò modo di esprimersi, soprattutto nel XX secolo, nei partiti politici di massa e nel regime parlamentare. Quel tipo di stato favorì pure il nazionalismo, ideologia apparsa ai primi del Novecento specialmente in Italia e in Francia, sul cui tronco, dopo la Prima guerra mondiale, si sviluppò il fascismo.

A. Spagnoletti


E. Rotelli, P. Schiera (a c. di), Lo stato moderno, Il Mulino, Bologna 1971; E.J. Hobsbawm, Le rivoluzioni borghesi, 1789-1848, Il Saggiatore, Milano 1973; E.J. Hobsbawm, Il trionfo della borghesia, 1848-1875, Laterza, Roma-Bari 1976; O. Hintze, Stato e società, Zanichelli, Bologna 1980; G. D'Agostino (a c. di), Le istituzioni parlamentari nell'ancien régime, Guida, Napoli 1980.