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RIVOLUZIONE ISLAMICA (1978-1979). Trasformazione dello stato e della società iraniani guidata dalle forze religiose di ispirazione fondamentalista sciita che portò il paese dalla monarchia alla repubblica islamica, modello per i movimenti fondamentalisti islamici. Alla fine degli anni settanta la società iraniana era attraversata da forti tensioni sociali determinate dagli squilibri introdotti dal processo di industrializzazione. Reso possibile dai proventi del petrolio, esso aveva arricchito solo ristretti circoli di imprenditori e affaristi legati alla corte, mentre milioni di contadini sradicati dalle campagne per effetto delle riforme volute dallo scià affollavano le periferie urbane e centinaia di migliaia di intellettuali e studenti, spesso occidentalizzati e con simpatie marxiste per aver studiato all'estero, mal sopportavano la repressione del dissenso efficacemente attuata dal regime. Diversamente da quanto prevedevano i consiglieri statunitensi e israeliani dello scià, tuttavia, la scintilla scoppiò non per cause materiali e non negli ambienti più politicizzati che, in quanto tali, erano stati oggetto della più oculata vigilanza. UNA RIVOLTA RELIGIOSA. Il 29 ottobre 1977 un figlio dell'ayâtollâh Khomeinî fu ucciso in Iraq in circostanze non chiare: la voce popolare gettò la responsabilità sull'odiata Savak, la polizia politica. Durante una piccola dimostrazione a Qom due persone furono uccise dalla polizia. Da allora, ogni quaranta giorni (il periodo del lutto musulmano), fu un susseguirsi di commemorazioni e repressioni cruente. Alle manifestazioni spontanee o religiose si affiancò il 9 maggio 1978 a Teheran una dimostrazione di comunisti del Tudeh; tuttavia, anche se lo scià continuava ad attribuire a dissidenti del Fronte nazionale la principale responsabilità dei disordini, le capacità organizzative del movimento di ispirazione religiosa superavano di gran lunga quelle dei partiti, i quali, logorati da decenni di repressione, erano stati decimati e praticamente annientati. Come centri di coagulazione del dissenso restavano invece, quasi inviolabili secondo il principio del bast (asilo), la moschea, la madrasa (scuola religiosa) e gli altri luoghi di studio religioso. Fino all'estate lo scià rifiutò di trattare con il Fronte nazionale, limitandosi a sostituire il primo ministro Giamshîd Amûzegâr (subentrato nel 1977 a Hoveidâ) con Sharîf Emâmî, dopo la morte di 400 persone in un cinema di Abâdân distrutto da un incendio doloso di cui governo e opposizione si attribuirono vicendevolmente la colpa. Ma in settembre, in coincidenza con la fine del mese di ramadan, consacrato al digiuno dal calendario islamico, massicce dimostrazioni, in cui per la prima volta centinaia di migliaia di persone invocarono apertamente la fine della dinastia, lo indussero a proclamare la legge marziale a Teheran. L'8 settembre (il "venerdì nero" iraniano) una manifestazione pacifica in una piazza della capitale venne sciolta dalle forze dell'ordine che uccisero decine di persone secondo fonti statunitensi, migliaia a giudizio dell'opposizione iraniana. IL CROLLO DEL REGIME DELLO SCIÁ. Qualsiasi compromesso divenne impossibile e anche autorevoli esponenti del partito unico Rastâkhîz cominciarono a prendere le distanze dallo scià, a cui tuttavia il presidente americano Carter, il 10 settembre, assicurò il sostegno degli Stati Uniti. Una mobilitazione sindacale paralizzò anche l'industria del petrolio, con gravi ripercussioni sull'economia, già colpita dalle serrate dei commercianti dei bazar, sostenitori fin dalla prima ora dell'opposizione religiosa (anche perché danneggiati da norme draconiane contro le speculazioni). Lo sciopero di un milione di dipendenti statali immobilizzò l'attività amministrativa. In ottobre e novembre le dimostrazioni, accompagnate da scontri con le forze dell'ordine, si estesero all'Iran occidentale (compreso il Kurdistan), rimasto in precedenza sostanzialmente estraneo alla mobilitazione contro il regime. Lo scià sostituì a questo punto il governo Emâmî con una compagine prevalentemente militare guidata dal capo di stato maggiore Gholam Ridhâ Azhari. Il 2 dicembre, inizio del mese di Muharram, dedicato alla commemorazione dei martiri sciiti, con un messaggio dalla Francia, Khomeinî esortò i credenti a sacrificare il sangue per proteggere l'Islam e rovesciare il tiranno e i militari a disertare per unirsi al popolo. Seguirono altri scioperi, dimostrazioni accompagnate da assalti contro commissariati di polizia e ambasciate occidentali e, in seno alle forze armate, sparatorie tra militari fedeli allo scià e seguaci dell'opposizione. Fallito un estremo tentativo di costituire un governo civile affidato a Bazargân, lo scià ripiegò il 6 gennaio 1979 su Shâpûr Bakhtiyâr, ma dieci giorni più tardi fu costretto ad abbandonare il paese. Mentre le forze armate prendevano contatto con l'opposizione, Khomeinî rientrò in patria (1° febbraio) e affidò a Bazargân la guida di un governo provvisorio che cercò di ottenere dagli Usa l'estradizione dello scià. L'insuccesso provocò la caduta del governo e l'occupazione dell'ambasciata statunitense (8 novembre), con la cattura di ostaggi che furono rimessi in libertà soltanto il 20 gennaio 1981 (blitz americano in Iran). LA NASCITA DELLA REPUBBLICA. Alla fine del 1979 un referendum sancì la trasformazione dell'Iran in Repubblica islamica, di cui, sotto la guida di Khomeinî, fu primo presidente Bani Sadr. La sua destituzione (1981) rese definitiva la frattura tra l'opposizione religiosa, ormai organizzata nel Partito della repubblica islamica, e le formazioni politiche di ispirazione laica, su cui si abbatté una repressione non meno sanguinosa di quella praticata dalla monarchia. Contrariamente a molte aspettative, la repubblica sopravvisse alla disastrosa situazione economica, politica e sociale in cui vide la luce, alla guerra scatenata dall'Iraq (settembre 1980 - agosto 1988) e alla morte dello stesso Khomeinî, il cui carismatico prestigio sembrava garanzia imprescindibile di coesione del paese. I rapporti politici ed economici con l'Occidente migliorarono dopo l'elezione di Rafsanjanî alla presidenza della repubblica (agosto 1989), grazie anche alla comune avversione per il dittatore iracheno Saddam Hussein, messa alla prova con la guerra del Golfo nel 1991. P.G. Donini S. Bakhash, The Reign of the Ayatollahs, Tauris, Londra 1985; B. Boumaza, Né ayatollah, né emiri, Jaca Book, Milano 1981; R.M. Burrell, Iran: Revolution, Illusion or Reality?, in Middle Eastern Studies, XX, 1984; M.M.J. Fischer, Iran: From Religious Dispute to Revolution, Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1980; S.T. Hunter, Iran and the World. Continuity in a Revolutionary Decade, Indiana University Press, Bloomington 1990. |
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