MARXISMO
Dottrina filosofico-politica elaborata a partire dagli scritti di Karl Marx e strettamente intrecciata alle realizzazioni pratiche compiute in suo nome, a cominciare dai movimenti politici a essi ispirati, dalle rivoluzioni socialiste e dagli stati che nacquero in seguito a quelle rivoluzioni. Eric J. Hobsbawm ne propose una periodizzazione in cinque fasi: le origini (1848-1850); la maturazione del pensiero di Marx, la nascita della prima Internazionale, fino alla morte dello stesso Marx (1850-1883); la seconda Internazionale (1883-1914); dal naufragio della seconda Internazionale a quello del Cominform (1914-1949); il marxismo contemporaneo (dal 1949 in poi). All'interno di quest'ultima fase, una data significativa fu il 1956, che segnò l'abbandono formale del marxismo stalinista da parte della maggioranza dei partiti comunisti.

RIVOLUZIONARI E RIFORMISTI.
Marx aveva lasciato un'opera incompiuta e dunque aperta, che si fondava tuttavia su alcuni punti essenziali: il concetto della lotta di classe quale motore della storia e insieme conflitto specifico interno al capitalismo; l'analisi del modo di produzione capitalistico, caratterizzato dalla separazione dei produttori dai mezzi di produzione; la teoria della classe operaia come classe "generale", capace di legare la propria emancipazione all'emancipazione dell'umanità tutta in una società senza classi. In ombra, oppure affrontati solo in parte e con formulazioni non univoche, restavano numerosi problemi, a cominciare dalla teoria dell'organizzazione e del partito della classe operaia, al problema dello stato, alla questione agraria (nonostante gli spunti che, a quest'ultimo riguardo, potevano essere ricavati dal terzo libro del Capitale). Su questi temi, in particolare, si misurò la riflessione successiva dei marxisti. Quanto al suo nesso con il movimento operaio organizzato, Georges Haupt fece notare che il marxismo, termine usato dapprima con connotazioni negative dagli avversari politici di Marx, assunse un significato positivo alla fine degli anni settanta dell'Ottocento, mescolandosi tuttavia con altri influssi politico-ideologici: solo nel corso degli anni ottanta, all'interno della socialdemocrazia tedesca, si operò una distinzione netta fra la scuola marxista e il "socialismo eclettico" del decennio precedente. Fu Karl Kautsky il principale costruttore di una scuola marxista lanciata alla conquista dell'egemonia politico-ideologica nel partito tedesco: sulla "Neue Zeit", cui assicurò la collaborazione significativa di F. Engels, sviluppò una concezione del marxismo come dottrina politica del partito del proletariato e insieme come scienza in generale e come socialismo scientifico in particolare. A Kautsky risale il parallelismo tra il darwinismo come scienza della natura e il marxismo come scienza della società, caratterizzata dalla concezione materialistica della storia. Nel corso della crisi revisionista d'inizio secolo, che vide l'ortodosso Kautsky contrapporsi al revisionista Eduard Bernstein, il marxismo divenne un'ideologia universale e un sapere totalizzante, visto al tempo stesso come metodo, come visione del mondo e come programma d'azione (Haupt); ma, al tempo stesso, l'accettazione diffusa del marxismo nel movimento socialista ne propose versioni diverse, dando luogo a più marxismi. La complessità della riflessione marxiana consentì letture divergenti sia dal punto di vista teorico che politico. In ambito tedesco, Rosa Luxemburg sviluppò un'analisi dell'accumulazione del capitale centrata sul tema dello sviluppo ineguale e sulle sue potenzialità rivoluzionarie ed elaborò un'ipotesi di democrazia consiliare di stampo libertario. In Russia, il marxismo subì forme di contaminazione con la tradizione populista, si irrigidì nell'ortodossia di Georgji Plechanov, venne usato dai cosiddetti marxisti legali come strumento di europeizzazione e, con la rivoluzione del 1905, si divise tra menscevichi e bolscevichi, tra i quali emerse la figura dominante di Lenin. Intellettuali come Antonio Labriola in Italia e Georges Sorel in Francia ne mediarono la diffusione nei paesi rispettivi. La guerra del 1914 e la rivoluzione d'ottobre nel 1917 provocarono infine una rottura drastica nella tradizione marxista, dividendo, nel dopoguerra, socialisti da comunisti, evoluzionisti da rivoluzionari, seguaci del metodo democratico da critici radicali dello stato borghese.

LENINISMO E MARXISMO-LENINISMO. Il marxismo di Lenin, che esercitò una duratura egemonia sul movimento comunista, si basò soprattutto sull'analisi dell'imperialismo, sulla formazione del capitalismo e della questione agraria in Russia, sul problema del partito, impostato con una forte accentuazione giacobina: opponendosi con nettezza alle posizioni evoluzionistiche e deterministiche prevalenti nella socialdemocrazia tedesca e nella seconda Internazionale, dissoltasi durante la Prima guerra mondiale, Lenin proclamò la necessità di trasformare la guerra imperialista in guerra civile e di fare la rivoluzione anche in un paese arretrato come la Russia. Il leninismo si irrigidì, dopo il successo della rivoluzione, nel marxismo della terza Internazionale (Comintern) e, specie dopo la vittoria di Stalin, venne acquistando i caratteri dottrinari dell'ideologia di un partito e di uno stato, un formulario di parole d'ordine prive di ogni valore analitico (marxismo-leninismo). Il marxismo della terza Internazionale produsse tuttavia pensatori e teorici tutt'altro che mediocri, a cominciare dai russi L. Trockij e N. Bucharin (entrambi prima sconfitti e poi fatti assassinare da Stalin), fino all'ungherese G. Lukács, al tedesco K. Korsch, all'italiano A. Gramsci. Ma anche all'interno della socialdemocrazia il marxismo conobbe sviluppi originali (tale è il caso del cosiddetto austromarxismo). Il secondo dopoguerra vide il duplice fenomeno dell'espansione del marxismo come fenomeno politico, con la nascita delle democrazie popolari nell'Europa orientale, la rivoluzione cinese e quella che è stata chiamata la sua vocazione terzomondista, e dello studio approfondito del patrimonio teorico di Marx, nel quale s'impegnarono, tra gli altri, molti studiosi italiani, polemici nei confronti dell'ortodossia marxista-leninista.

LA CRISI IRREVERSIBILE. Gli anni settanta costituirono un momento di svolta sull'uno e sull'altro versante: data da allora una "crisi del marxismo" che rivestì caratteri di irreversibilità. A questa crisi, preparata sul piano intellettuale dai numerosi tentativi di coniugare il marxismo con altre tradizioni intellettuali e specificità disciplinari (marxismo ed esistenzialismo, marxismo e psicanalisi, marxismo e sociologia, marxismo e strutturalismo ecc.) e resa evidente dal crollo dei regimi comunisti sul terreno politico, corrispose tuttavia una presenza nel dibattito intellettuale, soprattutto anglosassone, di alcuni pensatori marxisti come Gramsci, apprezzati come interpreti eterodossi di quella tradizione e generalmente amputati del retroterra politico delle loro riflessioni teoriche.

N. Gallerano

Aa.Vv., Storia del marxismo, Einaudi, Torino 1978-1982.