DISCRIMINAZIONE RAZZIALE NEGLI USA
Particolare forma di regolazione dei rapporti fra gruppi etnici diversi, basata sulla rigida separazione fra di essi e sul predominio di una etnia (in genere quella bianca) sulle minoranze. La discriminazione caratterizzò tutta la storia dei rapporti interrazziali negli Stati Uniti. Qui il fenomeno era sorto già con la colonizzazione stessa del territorio, allorché i gruppi di nativi incontrati dagli esploratori, pur evidentemente differenti fra loro, erano stati indistintamente accomunati sotto l'appellativo di indiani e considerati ufficialmente nemici; tale qualifica fu abolita solo nel 1862 da una legge che li sottopose alla giurisdizione dell'Ufficio per gli affari indiani e ne sancì definitivamente la chiusura in riserve. Allo stesso modo, gli schiavi importati dall'Africa furono definiti negri. Soprattutto contro di loro si operò la discriminazione, praticata in varie forme, tanto negli stati del nord, dove, benché la schiavitù fosse stata abolita completamente già dal 1804, non fu riconosciuto loro il diritto di voto fino alla guerra civile, e vennero di fatto mantenuti scuole, ospedali e persino cimiteri separati, che negli stati del sud, dove essi vennero impiegati come mano d'opera nelle piantagioni in un regime di vera e propria schiavitù. Solo dopo il 1865 i neri ottennero di partecipare attivamente alla politica, ma molti dei diritti da loro conquistati vennero revocati negli anni 1877-1910 dalla Corte suprema, che sancì una totale discriminazione, immutata sino alla Seconda guerra mondiale. Una situazione analoga, pur senza l'avallo legale, si ebbe di fatto nei confronti dei messicani e degli asiatici, che in alcuni stati non erano autorizzati a possedere terre. All'inizio del Novecento quasi tutti i non bianchi occupavano le posizioni più basse a livello occupazionale, abitativo, di assistenza sanitaria e istruzione, il tutto avallato da una serie di teorie pseudoscientifiche sulla razza. Dopo il 1945 nacquero varie organizzazioni che si batterono per l'integrazione razziale, il pluralismo culturale e l'autodeterminazione politica delle minoranze, e tali campagne indussero la Corte suprema a decretare in vari atti l'illegalità delle pratiche discriminatorie in tutti i settori della vita civile. Dagli anni settanta le forme più aperte di razzismo sembrano ormai debellate, ma innumerevoli restano le resistenze a livello locale, soprattutto negli stati meridionali, che spesso si traducono in gravi forme di intimidazione e violenza.

L. Cremoni